Autore: antonio-calafati

La crescita di cosa?

L’influenza che il ‘paradigma della crescita economica’ ha esercitato dalla fine della Seconda Guerra Mondiale è stata profonda, tanto profonda da consolidare la generale convinzione che la crescita economica sia un ‘fine assoluto’, la soluzione per ogni dis-equilibrio economico e sociale.

Che cosa è, che significato ha, che nome ha questa ‘variabile’ della quale ci interessa che il suo valore cresca nel tempo e che cresca il più possibile, per la quale sono state elaborate molte teorie, tra le più ‘sofisticate’ della scienza sociale? Il suo acronimo lo conoscono tutti, Pil, e quasi tutti lo sanno espandere, prodotto interno lordo. Tutti sembrano sapere che il Pil è il nome di una variabile che esprime una caratteristica di un insieme di individui in relazione a un territorio: il Pil di una città, di Milano, ad esempio; oppure il Pil di una Regione, della Lombardia; oppure il Pil di uno stato-nazione, dell’Italia. Tutti sembrano sapere che si può parlare di Pil pro-capite e di Pil totale (Pil della Regione Lombardia e Pil medio dei suoi abitanti).

Per esperienza so che gran parte dei giornalisti e politici che considerano l’aumento del Pil un ‘fine assoluto’ non saprebbe spiegare perché lo considerano tale – se non dicendo che è stata la comunità scientifica a dimostrarlo. Quando ne scrivono o ne parlano fanno evidente mostra di non sapere di cosa stanno scrivendo o parlando. Il cittadino comune legge o ascolta di variazioni del Pil che deludono o che entusiasmo, di ‘ricette’ per la crescita economica. Neanche lui saprebbe dire nulla (ma proprio nulla) sul significato di questa variabile. Si affida anche lui a un sapere generale.

Un tema fondamentale e affascinante – che non so svolgere, però – è come sia stato possibile che la crescita economica sia diventata un “fine assoluto” e che l’aumento del Pil sia diventato la prima preoccupazione nell’agenda politica dell’Italia, dell’Unione Europea, degli Stati Uniti, … Si dovrebbe dire, in verità, come sia stato possibile che il Pil sia ridiventato la misura fondamentale delle prestazioni di un sistema territoriale – anche dopo che era diventato chiaro (a molti economisti) già negli anni Settanta che i cambiamenti nella struttura e organizzazione della società lo rendevano una misura priva di senso. (E ancora più priva di senso sarebbe diventata come conseguenza delle trasformazioni della società nei decenni successivi.)

Nella Conversazione su “Economia, società e natura” di lunedì scorso, mentre si discuteva dei limiti della crescita economica, a un certo punto Tommaso Luzzati ci ha mostrato il grafico del profilo temporale nell’uso di energia a livello globale, commentando che c’era poco da aggiungere, dopo averlo osservato, per dimostrare che la crisi ecologica è una crisi cognitiva. In effetti, come si può pensare che per un sistema complesso – un gatto, un individuo, una città o uno stato-nazione – si possa parlare di ‘crescita del sistema’ senza considerare la relazione tra la crescita delle diverse variabili che descrivono il sistema? In altre parole, senza chiedersi: la crescita di cosa in relazione a cosa?

Sarà anche aumentato il Pil dalla Seconda Guerra Mondiale a oggi, ma è anche aumentato il consumo di energia. Come si può prendere soltanto il Pil come misura delle prestazioni della società? Non ha senso farlo, ma l’egemonia politica l’ha conquistata chi riteneva che si potesse fare – con i risultati che sappiamo.

(Tanti anni fa Tommaso Luzzati mi regalò un libro molto bello, Strumenti per pensare di Conrad H. Waddington. Uscito nel 1977, era stato prontamente tradotto in italiano da Mondadori [1]. Erano gli anni in cui non sembrava possibile che nella scienza sociale si potesse tornare indietro, ai tempi di uno sbrigativo riduzionismo.)

 

 


[1] C. H. Waddington, Strumenti per pensare. Un approccio globale ai sistemi complessi (Mllano: Mondadori (Biblioteca EST), 1977).

 

Buon europeo

Naumburg, 2016

I politici più accorti della Lega affermano di non voler uscire dall’Unione Europea, bensì di volere cambiare i Trattati che ne definiscono compiti e procedure, sfere di intervento. Che cosa vorrebbero cambiare dei Trattati in vigore non lo dicono, ma forse a un certo punto ce lo faranno sapere. E ci dovranno far sapere con quali altri Paesi stanno definendo il progetto politico di un cambiamento dei Trattati e del ‘progetto europeo’.

L’indeterminatezza delle intenzioni che sul progetto europeo ha la Lega – il partito italiano che secondo i sondaggi sarebbe oggi il più votato a livello nazionale – non mi disturba. Credo, anzi, che sia inevitabile ed anche politicamente utile perché rivela un’altra e ben più importante indeterminatezza, quella degli intellettuali e dei politici neoliberali. Oggi tutti schierati sul fronte europeista, senza riuscire a dire per cosa di preciso combattono.

Mi sintonizzo su Radio Tre ed entro in una conversazione già iniziata tra l’autore di una biografia su Friedrich Nietzsche e il conduttore. A un certo punto, commentando le peregrinazioni del filosofo tedesco l’autore del libro dice “… era antitedesco, lui si definiva, non so, forse potrebbe essere una sorta di Mario Draghi ante litteram, non lo so, un buon europeo si definiva lui…” (Fahrenheit, 15 marzo 2021).

L’analogia è uno strumento conoscitivo irrinunciabile, a volte funziona e altre meno. Che cosa poteva significare essere un ‘buon europeo’ negli ultimi decenni dell’Ottocento? Che cosa può significare essere un ‘buon europeo’ oggi? L’analogia con Nietzsche non mi aiuta a capire quali siano i contenuti del ‘progetto europeo’ di Mario Draghi – e dei direttori ed editorialisti dei maggiori quotidiani e settimanali italiani che affermano di avere il suo stesso progetto. A leggere quello che scrivono, sicuramente è un‘area monetaria’ (Euro), sicuramente un’area di ‘libero commercio’ (ma qui fanno un errore logico: se tutto il globo è un’area di libero commercio, il fatto che il territorio dell’Unione Europea sia uno spazio di libero commercio non può essere un carattere che definisce il ‘progetto europeo’). Poi, poi?

In effetti, sappiamo così poco dei contenuti del progetto che i neoliberali hanno per l’Europa che sembra utile la categoria del ‘buon europeo’ per fissare il pensiero. Ma sappiamo veramente così poco su quello che hanno in mente? Su quello che significa per i neoliberali – non per Nietzsche – essere un ‘buon europeo’?

The Tragedy of Commons

Un common è una forma di capitale, un’infrastruttura, un dispositivo che si utilizza per compiere un’azione. Un capitale, però, ‘condiviso’: chiunque lo può utilizzare. Un parco urbano è un common, una forma di capitale ‘condiviso’ dai membri della comunità locale (e non solo). La condivisione è un progetto politico: è formale, istituzionalizzata. La comunità ha ripartito tra i suoi membri i costi di realizzazione del parco dopo aver deciso di costruirlo, condivide i costi di manutenzione, di monitoraggio del suo utilizzo secondo le regole d’uso collettivamente definite.

Non è questa la tipologia di commons oggetto della riflessione che Garret Hardin conduce in un celebre articolo di molti anni fa: “The Tragedy of Commons”[1]. Hardin nel suo articolo poneva l’attenzione sui commons informali, non istituzionalizzati. Quelli per i quali non erano state fissate regole d’uso, non era stato costruito un sistema di monitoraggio dell’accesso e dell’utilizzo. Hardin, biologo, scrive alla fine degli anni Sessanta e riflette su uno specifico sistema di commons: il mondo naturale. Richiama l’attenzione sul fatto che il mondo naturale è un sistema di commons non-istituzionalizzato, il suo utilizzo non è regolamentato e di conseguenza neanche monitorato.

La storia dell’ambientalismo moderno è anche la storia di un processo di apprendimento sui costi sociali delle azioni che compiamo attraverso la natura. E anche una storia degli ordinamenti progettati e realizzati per istituzionalizzare l’utilizzo della natura, per incastonarlo in un sistema di norme formali e impedire che diventi ‘tragedia’ attraverso la sua ‘distruzione’, determinata dalle modalità e dall’intensità del suo uso.

La tragedia dei commons ha due origini secondo Hardin sullo sfondo di due trend: l’aumento della produzione materiale e l’aumento della popolazione. La prima è la lentezza con la quale la natura diventa un sistema di commons istituzionalizzato (per fare un esempio: quanti anni dovranno ancora trascorrere prima che sia proibito l’uso di diserbanti di cui si conoscono i devastanti effetti sulla salute già da molto tempo?). La seconda è la difficoltà a far rispettare le regole d’utilizzo anche quando esse sono fissate da una legge, da una norma formale. Ci sono azioni che vengono vietate, che tuttavia non puoi impedire perché il controllo dell’accesso al mondo naturale può essere molto difficile, praticamente impossibile in alcuni casi. Come afferma Hardin “non puoi recintare l’aria e l’acqua” e i comportamenti opportunistici esistono (anche se non sono così diffusi come la scolastica neoliberale continua ad affermare contro ogni evidenza).

Hardin rappresentava la natura come l’ecologia suggerisce di fare. Ci sono azioni che si compiono in un punto dello spazio geografico, che sono vietate perché generano effetti (costi sociali) drammatici su un territorio vastissimo. Perfori il pavimento della tua fabbrica fino a raggiungere le falde, usi la perforazione per smaltire i residui del processo produttivo e inquini le falde freatiche di una intera valle. Il mondo naturale è raramente decomponibile in parti, non lo puoi parcellizzare. Puoi anche assegnare i diritti di proprietà del sottosuolo del perimetro della fabbrica, ma non si risolve il problema perché quella porzione di falda è di fatto condivisa: la sezione che si trova sotto il perimetro è una parte indivisibile di un tutto che è utilizzato da migliaia di altre persone a valle e a monte.

I mercati competitivi non possono essere chiamati in causa come soluzione del problema dell’utilizzo sostenibile del mondo naturale. Le norme per regolamentare il suo utilizzo possono essere eluse – spesso facilmente eluse, con le conseguenze che sappiamo. Costruire ordinamenti istituzionali che incorporano il vincolo della sostenibilità non è affatto facile. Elinor Ostrom [2] non risolve il problema di Garret Hardin: mostra che l’azione collettiva per il governo dei commons è possibile, ma soltanto in casi particolari. Il pessimismo di Hardin ha un fondamento.

La tragedia dei commons sta segnando il nostro tempo.

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[1] Garret Hardin, “The Tragedy of Commons,” Science 162 (1968).

[2] Elinor Ostrom, Governing the Commons (Cambridge: Cambridge University Press, 1990).

Conversioni tardive

Sono conversioni benedette quelle dei neoliberali che diventano ambientalisti. Tardive, però, tragicamente tardive.

The World Commission on Environment and Development – istituita dalle Nazioni Unite – pubblica i risultati del suo lavoro nel 1987: Our Common Future. Il Rapporto, tradotto in decine di lingue, risuona nel mondo come l’allarme finale: non c‘era più un attimo da perdere per iniziare a modificare il modello di sviluppo, per declinare il vincolo della sostenibilità prima della catastrofe.

Non si trattava di dare ascolto agli ambientalisti ‘radicali’ – che poi radicali non erano affatto. Non si trattava di dare ascolto – per fare un esempio tra gli altri – a Edward Goldsmith che in The Great U-Turn. De-industrializing Society, nel 1988, raccoglie le sue riflessioni e i suoi allarmi, che da anni apparivano sulla rivista “The Ecologist”. Era un rapporto delle Nazioni Unite che lanciava l’allarme. Un rapporto che condensava tre decenni di studi, analisi e proposte sulle relazioni tra economia e natura, tra economia e società.

Nel 1984 era uscito un libro che ricostruiva magistralmente la genesi dell’ambientalismo, così come si era consolidato dopo la Seconda Guerra Mondiale: The Roots of Modern Environmentalism di David Pepper. Il libro dimostrava quanto solide fossero le basi scientifiche dell’ambientalismo. Nel 1989 Robert C. Paehlke pubblica Environmentalism and the Future of Progressive Politics – un libro fondamentale, che chiarisce come il tema fosse a quel punto strettamente politico: scegliere (o non scegliere) di porre l’ambientalismo alla base di un progetto di trasformazione della società.

Nel 1989 cade il Muro di Berlino, tutti diventano ‘liberali’ nel giro di pochi mesi – e poi neoliberali per inerzia. L’ambientalismo nei termini posti da Our Common Future scompare dai progetti politici dei partiti egemoni di destra e di sinistra – distinzione che il paradigma neoliberale non riconosce (la ‘teoria economica’ è fuori dalla storia, è quindi a-politica).

Sono trascorsi quasi trenta anni prima di arrivare agli Accordi di Parigi (2015) sul contrasto ai cambiamenti climatici, ne sono trascorsi altri cinque affinché l’Unione Europea definisse un programma per la riconversione ecologica (Next Generation-EU), che si estende per sette anni e che dispone di risorse irrisorie per gli obiettivi che indica – l’enfasi giornalistica sullo straordinario ammontare delle risorse finanziarie disponibili è imbarazzante nella sua infondatezza. Siamo appena all’inizio della riconversione del modello economico e labili e incerti sono i segni di consapevolezza.

Le conversioni sono benedette, anche quelle fulminee e inspiegabili. Una riflessione da parte dell’élite politica e intellettuale – soprattutto intellettuale –, che del razionalismo critico ha fatto il suo distintivo, sarebbe, però, nell’ordine delle cose: trenta anni di occhi spalancati che ignorano l’evidenza empirica del degrado ambientale sono troppi. Ci deve essere qualcosa di profondamente distorto, una terribile patologia al fondo del paradigma neoliberale.

Conversioni benedette

Chi ha cambiato il mondo? – si chiedeva Ignazio Masulli in un libro (Laterza, 2014) che ogni tanto si dovrebbe riprendere in mano. Leggerlo ti mette su un sentiero che conduce a capire molte cose della società nella quale viviamo. La rivoluzione neoliberale è stata un progetto politico, un profondo cambiamento dell’ordinamento istituzionale. La si comprende nelle sue ragioni se si dà un nome agli attori collettivi – e alle persone – che lo hanno realizzato. Gli ordinamenti istituzionali non cambiano da soli. E non esiste nessun ordinamento istituzionale che abbia una razionalità che non sia politica – e che non sia esito di una scelta e di un’azione. Il paradigma neoliberale è un’ideologia e conoscere come si è costruita e chi vi ha contribuito è necessario. Ma altrettanto necessario è capire come e chi lo ha trasformato in ordinamento istituzionale.

Il paradigma neoliberale ha iniziato a sfaldarsi nelle mani di chi lo stava mettendo in pratica con la crisi economica del 2007-08: erano i mercati finanziari che mostravano la loro drammatica fragilità e insostenibile immoralità. Proprio quei mercati che incarnavano la ‘metafisica del breve periodo’ che è il segno distintivo del paradigma neoliberale, proprio quei mercati proposti come modello per ogni altro mercato – persino per i ‘mercati’ del lavoro e della terra.

La Banca Centrale Europea costretta a creare moneta come si era giurato che mai avrebbe fatto e gli Stati nazionali che si indebitano per salvare il sistema bancario avrebbe dovuto essere sufficiente per certificare la crisi del progetto neoliberale e stimolare un profondo ripensamento. Non è stato sufficiente, invece. Per l’élite intellettuale liberale – soprattutto per quella progressista – i mercati finanziari sono un tabù. Lo è stata, però, la congiunzione della crisi sociale e della crisi ecologica, l’impossibilità di negarle nei loro drammatici effetti. I disastri che la ‘metafisica del breve periodo’ ha prodotto nella sfera del lavoro e della distribuzione del benessere, i disastri che ha prodotto nella sfera degli equilibri eco-sistemici non lasciano vie d’uscita retoriche.

E sono arrivate le conversioni pubbliche, di individui e organizzazioni. Chi negli ultimi trenta anni è stato con dedizione e competenza dalla parte della rivoluzione neoliberale afferma, ora, che dobbiamo orientare le scelte private e collettive al lungo periodo. Chi ha contribuito a progettare e realizzare una società rigorosamente orientata al presente, nella quale al mercato si assegna il compito di orientare la traiettoria di sviluppo della società, esorta, ora, a costruire il futuro attraverso consapevoli strategie e politiche, propone di utilizzare i bilanci pubblici come strumenti di ri-orientamento delle traiettorie di sviluppo.

I protagonisti della rivoluzione neoliberale sono ora alla testa della controrivoluzione. Niente da obiettare: una conversione benedetta la loro. E credo che abbia ragione Bruno Latour (Down to the Earth. Politics in the New Climate Regime, Polity, 2018) nel dire che ora si tratta di dividersi su come costruire il futuro, non su chi aveva ragione. Ma l’élite intellettuale e politica – di destra, e di sinistra (soprattutto di sinistra) – che ha realizzato la rivoluzione neoliberale e che ora si mette alla guida della controrivoluzione, per quanto sincera la sua conversione, sa cosa fare?