Autore: antonio-calafati

Reale, irreale

Ho letto che Ursula von der Leyen, Presidente della Commissione europea (non si sa ancora per quanti giorni, mesi, anni), avrebbe recentemente affermato che “L’Ucraina ha compiuto tutti i passi che avevamo stabilito. Ed è per questo che crediamo che l’Ue debba avviare i colloqui di adesione con l’Ucraina già entro la fine di questo mese [giugno 2024].” Ho letto che l’Unione europea si appresta a formalizzare la creazione di un fondo per la “ricostruzione dell’Ucraina”. E ho anche letto che è in arrivo una nuova ondata di consistenti aiuti militari dall’Unione europea – dai Paesi membri – e dagli Stati Uniti, armamenti che permetteranno di estendere il conflitto sul territorio russo con più intensità di quanto non sia accaduto fino ad oggi.

Parole dette sullo sfondo di uno scenario considerato certo – che è anche quello desiderato: la Russia, sconfitta, riporta il suo esercito entro i suoi confini, l’Ucraina recupera la sua integrità territoriale ed entra a far parte dell’Unione europea – ma prima entra nella Nato (come sempre è accaduto nel processo di ampliamento ad est dell’Unione) –, e con il sostegno finanziario e tecnico dell’Unione europea inizia la ricostruzione, come dopo ogni guerra.

Non riesco a non dubitare del realismo dello scenario che i maggiori leader politici – e i loro analisti – sembrano dare per certo nel suo avverarsi. E non riesco a non dubitare del fatto che si tratti di uno scenario incompleto (se non artefatto): la catena degli eventi che considera mi sembra parziale, troncata troppo presto.

Tra sei mesi o un anno, quando lo scenario desiderato si sarà avverato (se si avvererà), che cosa può accadere? Dopo, dopo come può evolvere la situazione militare, politica, economica, culturale in Europa? La Russia, sconfitta, avrà praticamente lungo tutti i suoi confini occidentali – a un passo da San Pietroburgo e Mosca – le forze militari della Nato schierate con le basi, gli eserciti, l’arsenale nucleare. Che catena di effetti produrrà questo stato delle cose? Il punto di arrivo dello scenario desiderato sarà il punto di partenza di quale sequenza di eventi?

Quando negli anni Ottanta il ‘progetto europeo’ era ancora integro – nella sua dimensione etica prima che politica – un’Europa centrale ‘militarmente neutrale’ era il modo per togliere dallo scenario tragiche catene di effetti, rendendole improbabili. (Ma di questo sogno ho già parlato in un altro post).

Tra sei mesi o un anno, quando lo scenario desiderato si sarà avverato (se si avvererà), che cosa accadrà all’Unione europea?

Dopo la sua adesione, l’Ucraina sarà il Paese con la superficie di gran lunga maggiore e il quinto per popolazione. Entrando a farne parte, l’Ucraina diventerà uno dei Paesi più influenti dell’Unione. Quali saranno gli effetti sulla “politica agricola comune” e sulla “politica di coesione”, pilastri, si sarebbe detto un tempo, del progetto europeo? Estesi e profondi mi verrebbe da dire: uno scenario da esplorare ora, per capire e governarne gli effetti  (come un tempo si faceva, come si è fatto quando entrarono la Spagna, la Grecia, il Portogallo).

Tanto è reale quello che sta accadendo, tanto è irreale il discorso su ciò che sta accadendo e su ciò che potrà accadere in Europa.

I confini dell’Unione europea

Dopo la caduta del Muro di Berlino, lo sfaldamento della “cortina di ferro” e la dissoluzione della Jugoslavia, l’ampliamento ad Est dell’Unione europea è diventato un tema ineludibile e critico. Con quale criterio si dovevano tracciare i nuovi confini – quali Paesi far entrare nell’Unione?

Centro drammatico e dolente del destino occidentale, Praga si allontana lentamente nelle nebbie dell’Europa dell’Est cui non ha mai appartenuto”, scriveva Milan Kundera nel 1980. Certo, difficile argomentare contro l’adesione della Cecoslovacchia – diventata poi Cechia e Slovacchia. Lo stesso si poteva dire di altre città – e dei Paesi – che erano ad Est dei confini dell’Unione a metà degli anni Novanta.

Ma come tracciarli, dove tracciarli i nuovi confini? Quale criterio seguire?

Nel 1998 le Edizioni di Comunità pubblicheranno un libro di un noto geografo francese, Jaques Lévy, appena uscito in Francia: Europa. Una geografia. Leggendolo, capivi che la tesi secondo cui l’Europa è un oggetto geografico con confini ben definiti era senza significato, era falsa. Capivi che l’ampliamento ad Est era un problema molto complesso. Non c’era nessun criterio ‘geografico’ con cui decidere quali Paesi far entrare.

L’ampliamento ad Est poneva, poi, una questione di importanza geopolitica e culturale di enorme importanza sulla quale Jaques Levy poneva l’attenzione nel suo libro: la relazione tra l’Unione europea che si ampliava ad Est e la Russia.

Nel 1998 uscì, poi, per la MacMillan Press un libro importante sul tema dell’ampliamento dell’Unione: Redrawing the Map of Europe di Michael Emerson. Aveva un incipit profetico: “What is the map of Europe going to look like in the first decades of 21st century? What does it really mean to be talking about the future map of Europe? Are our political leaders leading the process adequately? Indeed, do our political leaders really direct the process or are there stronger underlying forces shaping the trend?”

E anche per Emerson il tema della relazione con la Russia – ma anche con l’Ucraina e la Turchia – era ineludibile, e richiedeva una soluzione.

Poi, come sono andate le cose dalla fine degli anni Novanta lo sappiamo, e le “underlying forces” che hanno guidato l’ampliamento dell’Unione europea sono oggi più che evidenti.  Come è evidente la tragedia nella quale siamo finiti.

Genera più nostalgia che consolazione rileggere quello che si scriveva attorno al “progetto europeo” negli anni Novanta, c’era più pensiero e riflessione. Ma c’era anche ingenuità nel non rendersi conto che la strada del “progetto europeo” era  segnata, o forse era la speranza che si poteva ancora fermare la deriva. Poi nel 1999 la Polonia entra nella Nato – solo nel 2004 entrerà nell’Unione Europea. Finiva il sogno di un’Europa centrale neutrale. Iniziava l’incubo di esercitazioni e basi militari della Nato ai confini delle Russia.

Guerra o pace?

Ricordavo di averlo letto, molti anni fa. Ma non ricordavo di averlo fatto con tanta attenzione, come dimostravano le sottolineature a matita che notavo nel riprendere in mano qualche giorno fa il libro: Intellettuali in Germania. Tra reazione e rivoluzione di Luciano Canfora, uscito per “De Donato Editore” nel 1979.

Lo si leggeva, allora, per comprendere meglio il percorso che la società tedesca aveva seguito nel Novecento, fino all’affermazione dell’ideologia nazista. Per riflettere sul ruolo che gli intellettuali avevano avuto in quella tragica vicenda, su come l’idea della guerra possa farsi strada lungo il sentiero aperto dalla parola degli intellettuali. Lo si leggeva per capire il ruolo che avevano svolto nell’incastonare il militarismo nella società tedesca, facendolo in misura incontrollata nel 1914, con i loro appelli pubblici, mentre niziava la Prima guerra mondiale e la Germania invadeva con ferocia militare il Belgio, un paese che in quel momento aveva lo status di paese neutrale.

Nel 1914 – come Canfora racconta nel libro – gli intellettuali tedeschi, con rare eccezioni, si mobilitano non solo per sostenere la guerra nei suoi obiettivi reali, ma anche nel suo ‘valore spirituale’. E per farlo c’è bisogno che la parola diventi incontrollata, le analogie smodate, il significato introvabile di un’affermazione segno di verità profonde.

E mentre leggi il libro non sai quale scegliere tra le citazioni che incontri, tra le sconsiderate formulazioni che gli intellettuali danno al loro pensiero per giustificare e nobilitare la guerra. Non sai quale scegliere, ma provo a sceglierne una che, credo, inchiodi gran parte degli intellettuali liberali – progressisti e conservatori – alla loro ambiguità dalla quale tutto il peggio possibile è nato nella storia europea:

La cosa più terribile sulla terra è la guerra. Ma anche la più potente e la più alta… La guerra rinnova la faccia del mondo, non solo perché apre nuove possibilità di sviluppo ai popoli e agli Stati, ma anche perché dispiega le loro capacità creatrici…”.

Ed è l’inciso “non solo perché apre nuove possibilità di sviluppo ai popoli e agli Stati” ad aprire la porta che conduce nella stanza segreta, nella quale confusamente e tragicamente si mischiano, nella formulazione di Canfora, “guerra e fede, militarismo e scienza”, e nel disordine intellettuale ed emotivo passano in secondo piano le ragioni economiche.

Il libro si apre con un richiamo a Gustav Schmoller – uno dei grandi economisti tra Ottocento e Novecento, fondatore della Scuola storica – e alla sua tesi esposta nel 1913 in un saggio dal titolo Krieg oder Frieden?: è finita la competizione pacifica e si apre “una nuova lotta per conquistare spazio per gli uomini, spazio per il capitale, spazio per lo smercio e i profitti”.

Che l’imperialismo (economico) fosse la principale motivazione della guerra trapelava nei discorsi e negli scritti degli intellettuali tedeschi – per quanto fossero in primo piano le motivazioni spirituali per la guerra, presentate come decisive. Ma non c’era solo ‘freddo calcolo’ – per celare il sostegno all’imperialismo economico – nelle sconsiderate e vuote parole degli intellettuali che sostenevano la guerra. C’era anche l’offuscamento mentale che faceva scorrere le lacrime all’ascolto dell’inno nazionale, generato da un’eccitazione emotiva diventata isteria collettiva, passo dopo passo, esternazione dopo esternazione, giorno dopo giorno.

Il libro di Canfora è una erudita riflessione sulla storia intellettuale tedesca del Novecento, e in controluce rivela molti aspetti della storia intellettuale italiana (ed europea) di allora. Ma l’ho riletto, dopo tanti anni (e non avrei mai creduto di avere bisogno di farlo), perché aiuta a capire ciò che sta accadendo in Italia e in Europa in questi mesi, in questi giorni. Leggerlo è come spalancare le finestre di questa stanza tornata affollata dove di nuovo si mischiano “guerra e fede, militarismo e scienza”. E l’imperialismo economico dell’Unione europea diventa nelle parole di molti intellettuali una lotta per la ‘libertà minacciata’.

Le domande retoriche

Crescendo impari ad allacciarti le scarpe; ancora qualche anno e impari anche a porre e ricevere domande che la grammatica della lingua italiana classifica come ‘retoriche’. Si possono usare per esprimere con grazia i propri sentimenti nelle relazioni personali o a fini pratici per avviare e dare uno sfondo a una conversazione. Anche nel discorso pubblico – nei dibattiti, nelle interviste – le domande retoriche sono un dispositivo essenziale. E ti manca qualcosa, vivi male, se non hai imparato a porle e a riceverle.

Ospite a Radio anch’io (24 aprile 2024), la senatrice della Repubblica italiana Ester Mieli si sente rivolgere dal conduttore, proprio all’inizio della conversazione, la seguente domanda: “Lei è ebrea”? Che è una domanda retorica lo si riconosce dall’intonazione, oltre che dal contesto. Il conduttore sapeva che Ester Mieli è ebrea, nel senso che si auto-identifica come ebrea, e che la sua ebraicità è un carattere del suo profilo pubblico. E l’aveva invitata proprio per questa ragione. La prima parte della trasmissione era dedicata alla relazione tra antisemitismo e antisionismo, sullo sfondo delle manifestazioni pro-Palestina che si stanno svolgendo in Italia, negli Stati Uniti e altrove. Manifestazioni nelle quali i temi dell’antisemitismo e dell’antisionismo – e degli equivoci che questa relazione si porta dietro – si stanno intrecciando. La discussione su questo tema era già iniziata con i due invitati precedenti, e ora la scena era tutta per Ester Mieli.

La domanda veniva posta dal conduttore della trasmissione Giorgio Zanchini, noto giornalista radiofonico e televisivo che gode di una generale stima per il suo sgarbo, equilibrio e cultura. Il tempo di formulare la domanda ed Ester Mieli reagisce, determinata, contestandola come gravemente inopportuna. Ma la domanda era invece oggettivamente opportuna, necessaria per mettere gli ascoltatori in condizione di fare una riflessione più profonda su ciò che Ester Mieli – eletta  in Parlamento nelle fila di “Fratelli d’Italia” – avrebbe detto sul tema in discussione nella trasmissione. E Zanchini, incredulo, cerca di spiegarsi – ma l’ospite non gli permette di farlo, continuando a contestare con stizza la domanda, finché scade il tempo della trasmissione. Il giorno dopo, da Destra e da Sinistra critiche risentite al conduttore che si era permesso di fare una domanda ‘inaccettabile’ – e in molti a sottolineare quanto fosse stato grave il suo comportamento.

Sono rimasto sbalordito. E per riprendermi sono ricorso ai miei poveri riti: leggere, rileggere. Come primo gesto ho riletto un recente articolo di David Klion “The American Jewish Left in Exile” (New York Review of Books, 28 gennaio 2024) – che ha un sottotitolo che inizia ancorando la (sua) riflessione alla (sua) identità culturale: “Those of us whose Jewishness …”. L’Autore auto-dichiara la propria Jewishness, perché la considera un’informazione fondamentale per chi legge le sue riflessioni su un tema ‘complesso’, che è in agenda nel dibattito pubblico internazionale (ed era il tema della trasmissione).

Il secondo gesto è stato entrare nell’Archivio digitale della “New York Review of Books” per ritrovare gli articoli sul tema del “Sionismo” che mi ricordavo di avere letto. Scritti da intellettuali che auto-dichiaravano la propria ebraicità per entrare in sintonia con chi la loro ebraicità condivideva; riflessioni su libri di scrittori ebrei che riflettevano sul tema del “Sionismo”, sulla relazione nello spazio e nel tempo tra Arabi ed Ebrei in Palestina.

Mi sono dapprima soffermato su un articolo di Amos Elon: “The End of Zionism” (New York Review of Books, 19 dicembre1996). Inizia con l’Autore che ricorda quando il “Sionismo” «…was not yet appropriated by regressive nationalists or transformed by religious fundamentalists into a messianic goal». E più avanti ricorda come, dopo il palesarsi negli anni Venti dei primi e già aspri conflitti tra ebrei e palestinesi, «… Hannah Arendt went further than most critics and declared the entire Zionist enterprise a miscarriage because of the failure to achieve a peaceful modus vivendi between Arabs and Jews». Dirsi “Sionisti” può significare molte cose, come anche un’elementare conoscenza della sua evoluzione (elementare come quella che ho io) fa capire – e nel 1996 già era chiaro cosa fosse il “Sionismo” di Benjamin Netanyahu.

Sono andato ancora più indietro nel tempo nella mia esplorazione, fino a ritrovare un articolo di Avishai Margalit, “The Birth of Tragedy” (New York Review of Books, 23 ottobre 1986), una riflessione sul libro The Tragedy of Zionism (1985) di Bernard Avishai. Ho proseguito per un po’, leggendo brani o parti di alcuni dei tanti articoli presenti nell’Archivio, quasi tutti di scrittori ebrei che riflettono sulla storia del “Sionismo”, apparsi negli ultimi decenni su questa rivista culturale iconica tra i liberal degli Stati Uniti. Leggi e rileggi e comprendi quanto sia importante conoscere la profondità delle radici che alimentano il conflitto israelo-palestinese – e quanto siano vuote le parole che oggi senti in Italia sulla guerra in corso in Palestina e ipocriti i silenzi di chi dovrebbe dire cosa pensa di quello che sta accadendo a Gaza sullo sfondo della storia di Israele e dell’evoluzione del “Sionismo”.

Quando ho smesso di leggere ero più tranquillo. Un mondo intellettuale in cui non c’è spazio per l’arroganza e l’ignoranza, e garbo ed equilibrio sono un valore anche nel conflitto delle idee è esistito. Ed esiste ancora, anche in Italia. E a questo mondo si deve restare sintonizzati.

Il miracolo dell’antifascismo

Il miracolo dell’antifascismo è stato il coagularsi degli ideali che lo hanno guidato in un sorprendente progetto democratico. L’Assemblea costituente – eletta a suffragio universale nel giugno del 1946 (e sarà poco meno del 90% degli aventi diritto al voto a partecipare alle elezioni) – scriverà, e approverà il 22 dicembre del 1947, una costituzione esemplare, che incarnava nella sua espressione più alta le idealità democratiche nate in Europa con le Rivoluzioni liberali e maturate nel corso dell’Ottocento nel confronto con il socialismo riformista. Un miracolo, che un movimento nato per opporsi a una dittatura sia poi capace di realizzare un progetto istituzionale di così straordinario valore.

Un miracolo, che avviene poco prima che diventi impossibile che si realizzi, mentre tutto sta cambiando negli equilibri politici e geo-politici. La transizione dal Governo Parri al Governo De Gasperi, nei mesi convulsi tra il giugno e il dicembre del 1945 – che Carlo Levi racconterà in un libro straordinario: L’orologio (1950 ) – segna l’inizio di un percorso che si conclude con le elezioni del 1948. La Democrazia Cristiana conquisterà la maggioranza assoluta relegando all’opposizione per decenni le organizzazioni politiche di ispirazione socialista, ponendo fine – sullo sfondo della Guerra Fredda – al radicalismo democratico che segna la Costituzione italiana. Ma a quel punto la Costituzione generata dalle idealità dell’antifascismo era comunque nata, il miracolo si era realizzato.

Il radicalismo democratico tornerà nella politica italiana all’inizio degli anni Sessanta sotto la spinta del cattolicesimo progressista e delle organizzazioni politiche della Sinistra – e dei maggiori sindacati dei lavoratori. (Nel 1963 il Partito Socialista entra per la prima volta dopo il 1948 a far parte del Governo.) Prende forza il processo di costruzione dello stato sociale (o del capitalismo sociale, che credo sia un termine più preciso). L’approvazione dello “Statuto dei lavoratori” (1970) e la nascita del “Servizio sanitario nazionale” (1980) sono stati due episodi chiave di un processo attraverso il quale, come in altri paesi europei negli stessi decenni, si consolida la sovranità della democrazia sul capitalismo. Ma il processo si arresterà presto, e inizierà un cammino a ritroso.

Dopo la Caduta del Muro di Berlino – e la “fine della storia” interpretata come trionfo del capitalismo sovrano – il radicalismo democratico sarà ripudiato dalla Sinistra italiana, che tradisce così la sua storia e i suoi ideali. E se ne perderà ogni traccia, perché nessun’altra organizzazione politica accetterà di riceverlo in eredità. Il miracolo dell’antifascismo diventa inutile, dimenticato, dopo il 1989.

Scrive uno dei maggiori storici del Fascismo, Emilio Gentile, in Chi è fascista (Laterza, 2019) – un libro irrinunciabile per alimentare una cittadinanza consapevole (che ho ripreso in mano in questi giorni di isteriche contrapposizioni, che ogni anno riaffiorano con l’avvicinarsi del 25 aprile): “Non credo che abbia alcun senso, né storico, né politico sostenere che oggi c’è un ritorno del fascismo in Italia …”(p. 3). Che può significare, allora, dirsi ‘antifascisti’ qui e ora, se non significa – come per nessuna organizzazione politica più significa – riscoprire la radicalità democratica che segna la Costituzione italiana?

Lezioni di democrazia

La Commissione Europea – il Presidente della Commissione o i singoli Commissari – può chiedere ad esperti o gruppi di esperti di redigere un ‘rapporto indipendente’ su temi di rilievo strategico. Una decisione profondamente radicata nella tradizione delle democrazie liberali, che della razionalità sociale delle loro scelte fanno un elemento identitario. Come ogni attore individuale o collettivo i ‘governi’ hanno una conoscenza limitata, e nel processo di apprendimento che sempre precede una deliberazione i ‘rapporti indipendenti’ possono essere necessari per migliorare la ‘qualità’ delle politiche pubbliche.

Se ti chiedono di scrivere un ‘rapporto indipendente’ sei libero di dire quello che pensi, di elaborare il tema che ti è stato assegnato dalla prospettiva del paradigma teorico nel quale credi, e delle conoscenze empiriche che hai. La contropartita di questa libertà è che sei moralmente obbligato a non farne un uso politico. Il rapporto che hai scritto entra nel dibattito pubblico, all’occasione ti verrà chiesto da chi te lo ha commissionato di presentarlo – e chi te lo ha commissionato ne farà l’uso che vuole. Ma resterà comunque uno strumento di apprendimento collettivo, un esercizio di democrazia.

Nella storia recente dell’Unione Europea uno dei più importanti rapporti indipendenti che sono stati commissionati è certamente quello redatto da Fabrizio Barca, pubblicato nel 2009: An Agenda for a Reformed Cohesion Policy. A place-based approach to meeting European Union challenges and expectations.  Il tema era (allora come ora) molto importante e il Rapporto fu esemplare per la ricchezza e la profondità dell’analisi e delle proposte. Ed esemplare fu anche l’uso che ne fece l’Autore. Chiunque in Europa aveva un interesse per l’evoluzione del progetto europeo lo ha letto e studiato. (E lo si legge e studia ancora oggi).

Qualche mese fa la Commissione Europea ha commissionato a due ex-presidenti del Consiglio italiani – Mario Draghi e Enrico Letta – di redigere due rapporti indipendenti. Ed è stato un passo falso (quanto falso è stato  quello che hanno poi compiuto gli Autori): non si può – semplicemente, non si può – chiedere a due ‘esperti’ con un marcato profilo politico (e persino a chi è stato Presidente della Banca Centrale Europea) di redigere un rapporto indipendente.

I due rapporti stanno arrivando o sono appena arrivati sul tavolo di chi li ha commissionati, ed è stata la volta degli Autori di distinguirsi nel farne un uso improprio, coadiuvati da un giornalismo oramai apertamente militante. I contenuti dei due rapporti sono stati anticipati in conferenze pubbliche dagli Autori come se fossero già progetti politici concreti, misure da attuare, riforme da introdurre. Sono stati fatti immediatamente diventare programma politico nel dibattito pubblico, certificato nel suo valore dalla competenza degli esperti che li avevano redatti – esperti che si sono  candidati a guidarne la realizzazione.

La relazione tra i liberali e le elezioni politiche – e il parlamento – è sempre stata difficile, come la storia del liberalismo europeo ci racconta. In Italia, in forme anche troppo palesi – in Europa attraverso la forzatura che ha accresciuto il potere della Commissione Europea – dopo il 1989 le democrazie liberali credono di aver trovato nella tecnocrazia – nel potere da assegnare agli eperti nei processi deliberativi – il modo di vincolare la democrazia e svilire la rappresentanza parlamentare a parodia.

Poi, si è costretti a prendere lezioni di democrazia da Giorgia Meloni – Presidente del Consiglio dopo avere (stra-)vinto la competizione elettorale – che ricorda agli ‘esperti’ che si auto-candidano (e alla tecnostruttura giornalsitico-accademica che queste auto-candidature approva e sostiene) come ci siano le elezioni europee tra qualche mese, da svolgere: nuovi equilibri politici nel Consiglio Europeo, una nuova maggioranza nel Parlamento e una nuova Commissione. E dei rapporti di Mario Draghi ed Enrico Letta si vedrà quale uso ne farà chi sarà eletto. Che dire?

 

Pentimento ed espiazione

According to a report by the Costs of War project at Brown University, as 2021 the number of US soldiers who died in the so-called war on terror was 7,057, and the number of active-duty soldiers or veterans who committed suicide was 30,177. Do policy makers, writers, or citizens, Klay demands throughout the book, shoulder any such burden for twenty-first-century wars? Do we think of those wars at all?

 

Citazione tratta dalla recensione di Suzy Hansen al libro Uncertain Ground: Citizenship in an Age of Endless, Invisible War di Phil Klay (Penguin Book, 2022) – apparsa sulla “New York Review of Books” (n. 19, October 19, 2023, pp. 26-28)

 

Il progetto europeo era tutto lì

Me li ricordo esprimersi a favore dell’auto-determinazione dei popoli. A favore dell’auto-determinazione della Catalogna (dove certo non c’erano solo ‘catalani’ ad abitarla). Me li ricordo a favore dell’auto-determinazione del Kosovo, convinti che fosse necessario trasformare una piccola regione multietnica in uno stato nazionale di meno di due milioni abitanti. Dimenticando che l’auto-determinazione diventa feroce nazionalismo quando la storia ti ha lasciato in eredità un paesaggio ‘contendibile’. (E ricordo, anche, di un viaggio di tanti anni fa, prima della guerra civile in Iugoslavia, a visitare i monasteri ortodossi disseminati nel territorio che oggi ‘appartiene’ alla neonata Repubblica del Kosovo – e non c’erano militari a difenderli, allora).

Mi ricordo muoverci a Sarajevo tra una mixité culturale, linguistica, estetica che ti faceva stare a bocca aperta tutto il tempo, provinciali ai primi viaggi. Poi mi ricordo osservare a Lodz, molti anni dopo, i segni indelebili di una città che era stata profondamente multietnica, in questo non così diversa da Sarajevo, da Odessa, da Salonicco, da Trieste e da tante altre città europee. Erano gli anni in cui si leggeva Danubio (1986) di Claudio Magris, per scoprire, stupiti, che cosa c’era lungo il corso del fiume: un susseguirsi di enclave etniche e linguistiche di cui non immaginavi. Ed erano anni di speranze, mentre il sogno europeo sembrava sul punto di avverarsi. E non si immaginava che si sarebbe letto, solo quindici anni dopo, disillusi e traditi dall’élite politica degli Stati europei, The Balkans (2000) di Mark Mazower: il racconto della straordinaria sovrapposizione di etnie e lingue e culture, per secoli in equilibrio quella parte d’Europa – un equilibrio durato finché il virus dei nazionalismi fatto uscire, di nuovo, dai laboratori occidentali non ha fatto il suo tragico corso. Ma dov’erano i confini nei Balcani? Non c’erano, ma li avevano già tracciati lo stesso, col sangue.

E mi ricordo a Trieste alla fine degli anni Novanta mentre prendeva forma l’ampliamento ad est dell’Unione europea, a discutere di ‘regioni transnazionali’ – di territori indivisibili, dove il paradigma politico del ‘blood and belonging’ poteva solo condurre a tragedie. Cos’erano i confini nella regione transnazionale del Mare del Nord?  O nella regione transnazionale tra Vienna e Bratislava? O tra l’Italia, Slovenia e Croazia? E Leopoli – oggi in Ucraina – non era fino a qualche decennio fa, fino alla Seconda guerra mondiale, una delle più importanti città polacche? Perché l’Europa è così, lo spazio europeo è fatto così: migrazioni interne per secoli, che hanno creato, dovunque, mixité culturali, enclave etniche; un territorio solo appena ‘semplificato’ dalle feroci espulsioni dopo al Seconda guerra mondiale, dall’Istria ai Sudeti, alla Polonia, in ogni angolo. Solo appena semplificato, appunto, ma era ancora come è sempre stato quando inizia l’ampliamento ad est dell’Unione europea dopo la caduta del muro di Berlino.  Ma era già tardi per parlare di regioni transnazionali: il progetto europeo oramai solo una farsa, la tragedia delle guerre nella ex-Iugoslavia già consumata e dimenticata.

Il progetto europeo era tutto lì: dentro lo spazio europeo non si muore più per difendere confini nazionali, per spostarli, per crearne di nuovi. Perché non ha alcun senso farlo. Il progetto europeo era un progetto antimilitarista e non-violento, e nasceva dagli orrori della violenza che si era manifestata in Europa nella prima metà del Novecento in tutte le sue forme. Un sogno che ha iniziato a svanire dopo la caduta del Muro di Berlino, inaspettatamente.  Quando lentamente sono tornati a egemonizzare il discorso pubblico gli intellettuali del ‘blood and belonging’ – intellettuali di sinistra e di destra. Come se non ci fossero state la Prima e la Seconda guerra mondiale a dirci che tutto doveva cambiare in Europa, per sempre.

Nei primi anni Novanta l’Europa centrale e orientale iniziava il percorso di integrazione nell’Unione Europa, ed erano paesi con confini nazionali che dividevano relazioni e paesaggi ai quali la storia non permetteva di dare un significato: e quelli che c’erano erano fittizi. Territori da integrare nel progetto europeo sotto il segno della neutralità militare, della mixité culturale e linguistica – non sotto il segno dei nazionalismi e della Nato.

Nostalgie

Nelle ultime settimane tengo sul tavolo un libro di molti anni fa, del 1984: Neutralität für Mitteleuropa. Das Ende der Blöcke – ovvero: Neutralità per l’Europa centrale. La fine dei blocchi. J. Löser e U. Schilling ne erano gli autori, ed era stato pubblicato dalla casa editrice C. Bertelsmann, certamente una delle più importanti della Germania. L’avevo acquistato nel 1985, all’inizio del mio primo lungo soggiorno a Freiburg i.B.

Lo apro a caso, durante la giornata, e rileggo un paragrafo o poche righe, per nostalgia, certo, ma anche come antidoto al veleno che trasuda dal dibattito pubblico sul presente e il futuro dell’Unione Europea.

La normalizzazione dei rapporti con la Repubblica Democratica Tedesca (DDR) e con gli altri Paesi dell’Europa Centrale avviata da Willy Brandt nel 1970 aveva raggiunto a metà degli anni Ottanta un grado che suggeriva nuovi scenari per porre fine alla Guerra Fredda, per far scomparire lo spettro di una guerra nucleare. E l’obiettivo di un Europa centrale neutrale – comprese le due Germanie di allora – sembrava potesse entrare nell’agenda politica. La creazione di un ordine mondiale che avrebbe assicurato la pace in Europa stava prendendo forma.

Poi è accaduto quello che è accaduto. Dopo la Caduta del Muro di Berlino, con il trattato di Maastricht del 1992 inizia, lentamente, il processo di ampliamento ad est dell’Unione Europea, che è avvenuto di pari passo con l’ampliamento ad est della Nato. Tutti i Paesi dell’Europa centrale e orientale che oggi fanno parte dell’Unione Europea sono prima entrati a far parte della Nato e solo successivamente sono stati formalmente ammessi nell’Unione Europea.

Finché non entravi a far parte della Nato non entravi a far parte dell’Unione Europea. (Tra i paesi dell’Europa centrale solo l’Austria ha mantenuto la neutralità, con una decisione di rango costituzionale presa nel 1955).

Il tempo di vedere cadere il Muro di Berlino e svanisce il progetto di un’Europa centrale neutrale – ed inizia la decostruzione del progetto europeo. Abbiamo poi smesso di chiederci perché siamo sul sentiero in cui siamo. Perché?

Ho nostalgia degli anni Ottanta del secolo scorso, per il pensiero che prendeva forma sui temi del disarmo, della difesa degli equilibri ecosistemici, della giustizia economica nelle relazioni internazionali. Si aspettava che il Muro di Berlino cadesse, ma non era quello che è oggi sotto i nostri occhi lo scenario che si pensava avrebbe preso forma.

Guerra totale

Avrei voluto poter guardare negli occhi i giornalisti e analisti che questa mattina, nella trasmissione “Radio anch’io” (Radio 1), usavano le espressioni “guerra totale” e “alternativa nucleare”. Che le usavano per descrivere scenari e opzioni politiche da considerare nel conflitto con la Russia.