Autore: antonio-calafati

Stringete forte la mano dell’Europa!

La chiamano ‘generazione Erasmus’ – la generazione che sarebbe naturalmente europea. Studenti universitari che hanno trascorso uno o due semestri di studio all’estero, con un contributo finanziario dell’Unione europea. Aver realizzato questo programma di scambi sarebbe uno dei principali successi dell’Unione. Così leggo, su un autorevole quotidiano, ma è un’opinione diffusa tra gli intellettuali liberali. Un altro grande merito dell’Unione sarebbe il fatto di avere in Italia “cibi sicuri”, “sanzioni per chi inquina”. Senza l’Unione europea, noi italiani progressi non li avremmo. Non ci sarebbero controlli nei ristoranti, sequestri di cibo avariato, norme ambientali, i biglietti aerei costerebbero molto di più e anche telefonare all’estero. E non avremmo il ‘Programma Erasmus’.

Erasmus (da Rotterdam) arriva per la prima volta in Inghilterra nel 1499 e sarebbe ritornato molto spesso per discutere con altri intellettuali i temi religiosi e non solo che erano al centro degli interessi suoi e dell’epoca in cui viveva. Studia a Parigi, viaggia in Italia per confrontarsi con il pensiero del Rinascimento italiano. I suoi libri, molto letti in tutta Europa, trattano temi ritenuti rilevanti in uno spazio transnazionale, le sue riflessioni si scontrano e si intersecano, in uno dei capitoli fondamentali della storia europea, con quelle di Lutero. Che, ugualmente, da Wittenberg e poi dal castello di Wartburg ad Eisenach parlava all’Europa, certo non solo alla Germania. La biografia di Erasmus puoi usarla per ricordare ciò che non dovrebbe essere necessario ricordare, talmente è noto: molto prima che si formassero gli stati nazionali, molto prima che nascesse l’Unione europea esisteva uno spazio intellettuale europeo – umanistico, scientifico e artistico – transnazionale (o trans-locale). E in questo spazio l’Italia è sempre stata protagonista. L’Italia non aveva bisogno del ‘Programma Erasmus’ per internazionalizzare la sua università. Altri Paesi europei forse, ma certo non noi.

Non c’era bisogno dell’Unione europea neanche per avere ‘cibi sicuri’ o una ‘legislazione ambientale’. L’Italia li aveva creati i dispositivi per muoversi lungo una traiettoria di modernizzazione. Non è stata l’Unione europea ha imporci cambiamenti istituzionali profondi come il sostegno al Meridione, il sistema sanitario nazionale, lo statuto dei lavoratori, l’articolazione regionale del sistema politico, l’adeguamento infrastrutturale, il sistema dei parchi nazionali e molto altro ancora. L’Italia ha partecipato da protagonista alla costruzione di un sistema politico transnazionale in Europa per affrontare questioni per le quali gli stati nazione erano un ostacolo: realizzare il valore della solidarietà territoriale transnazionale, costruire un mercato sociale nello spazio europeo e molto altro ancora. Gloriarsi di far parte dell’Unione europea perché ci permette di partecipare al ‘Programma Erasmus’ o assicura ‘cibi sicuri’ sulle nostre tavole è surreale.

Paradossale che l’élite intellettuale liberale, costantemente al governo in Italia dal secondo dopoguerra, non provi imbarazzo nel dire che, se non fosse stato per l’Unione europea, tanti progressi non li avremmo. Se li abbiamo, è perché ci sono stati imposti. Una legislazione contro le frodi alimentari non l’avremmo introdotta in Italia? E non avremmo introdotto neppure una legislazione ambientale? Quali sarebbero, allora, i valori di questa élite? Quale società aveva in mente di realizzare che, per fortuna, l’Unione europea le ha impedito di realizzare?

L’Italia è uno dei paesi più grandi e più importanti da ogni punto di vista dell’Unione europea – che è un’istituzione intergovernativa e non decide per te, bensì con te. Secondo gli intellettuali liberali – giornalisti, saggisti, studiosi che in questi giorni si esercitano sul tema ‘Europa’ – sarebbe un Paese ‘incapace di intendere e di volere’, incapace di organizzare un’azione collettiva persino in sfere semplici dell’agire politico. E a maggior ragione in sfere complesse. C’è l’Unione europea, però, che ci accompagna per mano verso un quotidiano di ‘integrazione culturale’, di ‘cibi sicuri’, di ‘stabilità monetaria’, di ‘modernizzazione’. Che decide per noi. E allora, affermano, stringiamo forte questa mano, per carità!

Non credo ci fosse modo migliore per aprire le porte a partiti e movimenti ‘sovranisti’ della retorica di un’Italia che ha bisogno dell’Unione europea perché incapace di governare se stessa. Di una élite intellettuale e politica che, mentre governa e domina il dibattito pubblico, scrive che l’Italia ha bisogno di una mano da stringere forte per attraversare la strada puoi dire solo che non serve pià, che è diventata inutile. E gli elettori, come si usa in democrazia, con semplicità lo hanno detto e lo diranno di nuovo tra qualche giorno.

ProEuropa

La Fondazione “Alexander Langer” e la rivista “Una città” hanno curato una ‘introduzione’ al voto europeo. Si intitola ProEuropa ed è la più intensa e utile che abbia letto in queste settimane. Certo, i testi che raccoglie potrebbero essere interpretati come il racconto di una disfatta. La cultura politica che li accomuna negli anni Novanta è stata sconfitta, il paradigma neoliberista ha preso il sopravvento nel definire il modello istituzionale dell’Unione Europea.

Leggerli ti fa entrare in un discorso sull’Europa che ha un significato. Capisci che cosa è stato il progetto europeo prima che la scolastica neoliberista lo stravolgesse, conducendo alla crisi sociale, ambientale e morale nella quale l’Europa si trova oggi.

Le riflessioni che sono raccolte in ProEuropa dovrebbero essere interpretate, però, non come il racconto di una sconfitta, ma come l’annuncio di un nuovo inizio. Archiviato il liberalismo, incapace persino di manutenere la democrazia, la costruzione di un nuovo paradigma per l’Europa sta tornando ad alimentarsi al ‘sogno europeo’. Ed è nelle città, nei luoghi che lo si vede.

Verso dove (sta andando l’Europa)?

Un altro libro di ‘introduzione’ alle elezioni europee lo pubblica, ora, il “Corriere della Sera”: L’Europa in 80 domande. Istituzioni, meccanismi, falsi miti e opportunità, scritto da Francesca Basso, della Redazione del quotidiano. Nella quarta di copertina trovi una frase del direttore Luciano Fontana, ripresa dall’Introduzione. Mi ha colpito il suo disordine e la riporto per intero: “Nelle elezioni del 26 maggio si confrontano due visioni: la spinta per un’Europa che completi la sua unione politica ed economica contrapposta a un’Europa degli Stati che mettono in comune pochissime cose e si chiudono in sé stessi. La sfida è questa e per queste ragioni l’Europa non è stata mai così tanto tra noi.”

Non è facile vedere il disordine nell’apparente ordine di questa frase. Il primo passo è chiedersi: che cosa può voler dire “la spinta per un’Europa che completi la sua unione politica ed economica”? Un’affermazione che si sente fare continuamente, che definisce il programma politico-elettorale dei progressisti italiani. Il sintagma ‘che completi’ richiama il compimento di un progetto che abbiamo tutti condiviso, richiama il ‘sogno europeo’ che si fa realtà. Ma se non ti fermi alla suggestione e ti chiedi “completare che cosa, precisamente?” si dipana un’altra storia. Avrai bisogno di qualche lettura e qualche riflessione per scoprire che ‘completare’ qui significa fare altri passi, che molti ne sono già stati fatti, verso “un’Europa degli Stati che mettono in comune pochissime cose”. Perché questo è il progetto neoliberista per l’Europa che dopo la ‘rivoluzione democratica del 1989’ i liberali, costantemente al potere dalla caduta del Muro di Berlino, hanno formulato e attuato. Il progetto che il “Corriere della Sera” apertamente sostiene da molto tempo.

Il progetto di “un’Europa degli Stati che mettono in comune pochissime cosenon è affatto il progetto dei ‘sovranisti’, bensì il progetto della maggior parte dei liberali europei. Appartengono a diverse famiglie politiche, ma quella neoliberista è diventata egemone e ha guidato l’evoluzione istituzionale dell’Unione europea dalla caduta del Muro di Berlino. (“Come hanno fatto a diventare egemoni?” – si chiedeva sgomento Ralph Dahrendorf qualche anno fa.)

Gli anni Novanta sono stati un passaggio molto importante per la storia dell’integrazione europea. L’allargamento a Est dell’Unione europea è stato un momento entusiasmante: si ricostruiva una integrazione sociale che era radicata non solo nella storia ma nel presente, nei progetti di vita degli abitanti di territori così profondamenti ‘europei’. Nel 1989 il ‘progetto europeo’ era definito dalle politiche per la coesione territoriale, per la stabilità del settore agricolo, per la difesa dall’ambiente naturale, per l’integrazione sociale e per l’integrazione economica. In quel momento, l’entusiasmo dei liberali – popolari o socialisti che fossero – avrebbe dovuto avere un esito pratico preciso, tra altri: aumentare in modo consistente il bilancio comunitario per finanziare le politiche che identificavano il progetto europeo. Avrebbe dovuto rafforzare e ampliare il sistema normativo transeuropeo, la base istituzionale del progetto europeo.

I liberali che si preoccupano, oggi, della ‘crisi dell’Europa’ dovrebbero mettere in discussione il loro progetto per l’Europa. Incolpano i ‘sovranisti’ di colpe che i ‘sovranisti’ non hanno, perché non hanno avuto nessun potere dal 1989 a oggi (ora sono al Governo in Italia, e non è certo un caso che sia accaduto qui, l’unico Paese nel quale i progressisti credono che il liberismo sia di sinistra). Che cosa ha provato a mettere in comune tra i Paesi europei l’élite politica liberale in questi anni più di quello che c’era già nel 1989? Che cosa ha suggerito di mettere in comune oltre a ciò che era già in comune l’élite intellettuale liberale? Niente, se non la moneta (e la sua banca centrale indipendente). E ciò che nel 1989 era già nel progetto europeo è diventato zavorra, di cui liberarsi per andare avanti più spediti. Verso dove?

La Sinistra radicale nelle elezioni europee

Allegato al settimanale Left, in edicola in questi giorni, trovi il libro L’Europa rapita, una raccolta di brevi scritti che dovrebbe riassumere il punto di vista della Sinistra radicale italiana sul progetto europeo, la sua crisi e la sfida delle imminenti elezioni. Si apre con un contributo di Nadia Urbinati, nota e autorevole intellettuale progressista. Al centro del suo contributo c’è questa affermazione: “[L’Unione europea] è nata in coerenza con il problema che Kant si era posto nel 1795: l’affermazione del diritto cosmopolitico, che è diritto della persona e prevede il movimento libero.” Precisamente ciò che sostiene The Economist, il settimanale ‘liberale’ per antonomasia da 175 anni, nel suo “A manifesto for renewing liberalism” pubblicato lo scorso settembre, nel quale il ‘liberalismo’ viene declinato come ‘(neo-)liberismo’ senza alcun imbarazzo intellettuale.

Nel suo pragmatismo ‘all’occorrenza’, The Economist aggiunge che il “diritto cosmopolitico’ è un principio generale che per ora e per un po’ bisogna sospendere o limitare. Nel suo idealismo, la Sinistra radicale ritiene che si tratti di un diritto per il quale creare le condizioni affinché sia esercitato, senza impedimenti, sin d’ora. E la Urbinati sostiene che il progetto europeo abbia la sua origine e il suo fondamento etico e politico in questo diritto, che il progetto europeo sia un’incarnazione dell’Illuminismo. E da questa prospettiva la Sinistra radicale guarda alle elezioni europee.

La Sinistra radicale italiana potrebbe non superare il 3% dei consensi elettorali, non ottenendo neanche un seggio nel nuovo Parlamento europeo. I due partiti al Governo in Italia, che il ‘diritto cosmopolitico’ – per ideologia o per pragmatismo – non riconoscono potrebbero superare il 50% – forse il 55% – dicono i sondaggi. Ma il consenso elettorale dei partiti e movimenti che in Italia hanno perplessità nel riconoscere quel diritto o non intendono proprio riconoscerlo potrebbe raggiungere il 70%.

Gli intellettuali liberali come la Urbinati credono anche nella ‘intelligenza della democrazia’. Si troveranno a dover spiegare un altro tracollo elettorale della Sinistra dopo il 26 maggio in elezioni democratiche. Come faranno? Continueranno a dire che la Sinistra non è stata capace di ‘farsi capire’, di trovare metafore efficaci nella comunicazione politica?  Oppure capiranno che sono loro i principali responsabili della deriva politica italiana, che è in primo luogo una deriva intellettuale, un uso improprio del pensiero?

Il pericolo delle metafore (in politica)

Che la Sinistra abbia perso le elezioni del 4 marzo 2018 per ‘non aver saputo comunicare’ è una tesi molto diffusa tra le élite politiche e intellettuali progressiste. All’elenco di chi ha dichiarato di credere che questa sia stata la causa del tracollo elettorale – e dell’attuale stallo politico – della Sinistra italiana si aggiunge ora Gianrico Carofiglio, uno degli intellettuali più autorevoli del fronte progressista, scrittore di successo, ex-magistrato e politico. Nel prendere posizione su questo tema, Carofiglio prova a fare un passo avanti, suggerendo che la causa del ‘difetto comunicativo’ consiste nel non sapere costruire e poi usare ‘metafore efficaci’ nel discorso politico. Si spinge ancora più avanti suggerendo che c’è una soluzione: imparare a costruire metafore efficaci, applicando, ad esempio, le tecniche messe a punto da studiosi di linguistica cognitiva come George Lakoff. Si spinge ancora più avanti affermando che per ottenere il consenso politico ‘metafore efficaci’ sono uno strumento da preferire a ‘ragionamenti lineari’. Da qui la Sinistra dovrebbe ripartire: leggere Lakoff e mettere in pratica i suoi insegnamenti. In fretta, però, perché “non c’è tanto tempo a disposizione”.

Forse non ho capito, ma mi sembra che Carofiglio stia dicendo di riproporre lo stesso programma politico di prima esprimendone i contenuti in modo più convincente, ricorrendo a metafore. Ma le metafore sono un dispositivo per focalizzare l’attenzione sui contenuti: facilitano la valutazione del messaggio. Se a chi mi passeggia accanto – sembra sostenere Carofiglio – sussurro “Guarda, come il vento fa ondeggiare le spighe” ricevo attenzione; se dico “Guarda, come il vento muove le spighe”, nessuna reazione. Ecco perché all’elettore si dovrebbe proporre un obiettivo o una politica con una metafora ben costruita se si vuole ricevere la sua attenzione. D’accordo. Ma poi, se il lettore si volta attratto dalla tua metafora e non vede le spighe ondeggiare, si accorge che non c’è un filo di vento e neanche spighe cosa pensa di te?

Ci sono ‘stati del mondo’ di cui gli individui sono consapevoli perché li riguarda, ci sono politiche che sanno valutare perché gli effetti li subiscono, ci sono obiettivi politici sui quali riflettono e decidono perché li considerano importanti. Senza bisogno di ‘metafore efficaci’ che li stimoli a guardare, pensare, decidere.