‘Minimi esistenziali’ e democrazia

Dopo il 1989 i ‘rapporti di lavoro’ sono diventati in Europa via via più instabili, incerti, precari, in alcuni Paesi più rapidamente che in altri, in Italia più che altrove. Conseguenza di cambiamenti istituzionali che hanno declinato l’instabilità, l’incertezza e la precarietà economica dei salariati come ‘flessibilità del mercato del lavoro’, e quest’ultima come condizione necessaria della ‘crescita economica’ – e la ‘crescita economica’ come obiettivo assoluto. Osservata in una prospettiva storica, questa evoluzione istituzionale è paradossale. Paradossale che essa sia stata consapevolmente realizzata da governi liberali benché contraddica i fondamenti del progetto liberale, così come aveva preso forma dopo la Seconda guerra mondiale.

La domanda su come svolgere il tema della garanzia dei ‘minimi esistenziali’ – reddito di sussistenza e nessuna incertezza economica radicale per chi vive del proprio salario – è stata al centro dell’evoluzione nella società europea contemporanea. Nell’Europa costruita dall’industrializzazione, dall’urbanizzazione e dalla nascita delle metropoli i ‘minimi esistenziali’ sono diventati il tema politico centrale. Una storia nota che non serve richiamare, culminata dopo la Seconda guerra mondiale in un modello di capitalismo fondato sullo ‘stato sociale’ e sul ‘mercato sociale’: beni fondamentali per il benessere individuale offerti come beni pubblici, schemi pensionistici generalizzati, piena occupazione (e sussidi di disoccupazione) e salari ‘soddisfacenti’.

Quando tra Settecento e Ottocento si consolida l’economia come scienza sociale al servizio del perseguimento del benessere nazionale inizia la riflessione sulle condizioni che garantivano un ‘salario di sussistenza’ per il proletariato urbano che stava diventando un soggetto politico nelle nascenti democrazie. Ma presto nella società europea emerge un altro tema, accanto a quello del livello salariale: i costi sociali dell’instabilità economica, dei cicli economici e delle ‘crisi’ del capitalismo. Per il proletariato urbano delle metropoli europee più che le condizioni di lavoro, più che i bassi salari a segnare la quotidianità è il timore di cadere nella miseria assoluta (perdendo il lavoro), è l’incertezza economica radicale. Garantire i ‘minimi esistenziali’ è ciò che contraddistingue un secolo di evoluzione istituzionale.

La crisi economica tra le due guerre mondiali e le sue conseguenze politiche sembravano avere dimostrato che la l’incertezza economica radicale era incompatibile con la democrazia, che si doveva realizzare un ‘modello di capitalismo’ che non generasse l’incertezza sull’accesso ai ‘minimi esistenziali’. Il ‘mercato sociale’ e lo ‘stato sociale’ diventano due caratteri costitutivi del progetto politico liberale dopo la Seconda guerra mondiale in Europa. Poi, dopo il 1989, sembrano cadere tutti gli ostacoli che stavano impedendo o rallentando un’inversione di rotta verso un modello di società come definito dal paradigma neoliberale, nel quale il tema centrale del progetto politico-istituzionale è la libertà (economica) degli individui e delle imprese, non il vincolo della garanzia dei ‘minimi esistenziali’ e del mantenimento della democrazia.

In Italia, dopo il 1989, le élite liberali progressiste in particolare hanno giustificato concettualmente e poi attuato dei cambiamenti istituzionali che hanno messo in discussione i ‘minimi esistenziali’ di milioni di persone. L’incertezza sulla possibilità di disporre dei ‘minimi esistenziali’ è una condizione drammatica per un individuo e per una famiglia nella società contemporanea. In una democrazia, il fatto che vi siano degli individui in questa condizione pone un problema etico, in primo luogo. Ma pone anche un problema politico, perché chi è in questo stato ha il diritto di votare. Il problema etico è passato in secondo piano, in Italia. L’élite intellettuale che ha promosso e giustificato la ‘società del rischio’ ha plasmato il dibattito pubblico fino a far dimenticare quanto fosse inaudito che in uno dei Paesi più ricchi al mondo ci fossero milioni di individui che non disponevano dei ‘minimi esistenziali’. Il problema politico, invece, è deflagrato nelle elezioni politiche del 4 marzo 2018, annunciato dai risultati di precedenti elezioni nazionali e locali.

I partiti che in Italia hanno oggi il maggiore consenso politico lo hanno sulla base di una proposta politica che mette al centro dell’agenda di governo la riduzione dell’incertezza economica radicale dei salariati, il diritto generalizzato ai ‘minimi esistenziali’. Lo hanno fatto proponendo e attuando – o promettendo – politiche incongrue, parziali, contraddittorie? Con argomentazioni sconclusionate e comportamenti incontrollati? Con un anti-europeismo senza fondamento (e neanche necessario) e persino controproducente? Certamente, ma ciò che contraddistingue la situazione politica italiana non è questo, bensì il drammatico fallimento morale prima che teorico e politico della cultura liberale – in Italia molto più che altrove in Europa. Dopo il 1989 sono stati i liberali a snaturare e rendere irriconoscibile il progetto liberale così come si era consolidato dopo la Seconda guerre mondiale, dopo i drammi del Novecento.

Trenta anni dopo

Berlino, 2004

La caduta del Muro di Berlino è stata una cesura nella storia europea. Ha segnato l’avvio di processi di trasformazione culturale, istituzionale ed economica che hanno preso forma lentamente, fino a diventare sempre più evidenti nei loro effetti. Era sembrato l’inizio di una ‘marcia trionfale’ il 1989, per il progetto europeo come progetto liberale. Dopo trenta anni, i segni del disfacimento di quel progetto si manifestano quotidianamente nella società europea, in alcuni Paesi più che in altri ma ovunque evidenti.

Nelle elezioni del 1° settembre in Sassonia – la regione di Lipsia e Dresda, città che stanno così profondamente dentro la storia europea – il partito di estrema destra AfD (Alternative für Deutschland) è diventato il secondo partito con il 27,5 per cento dei voti. E soltanto un’alleanza di ‘tutti contro la AfD’ – CDU, SPD, die Grünen (o die Linke) assieme – può permettere la formazione di un governo. In Brandeburgo la situazione è simile, con la AfD al 22,5 per cento e una coalizione come quella necessaria in Sassonia per la quale sperare. (Nelle recenti elezioni europee la AfD aveva raggiunto il 10,9%).

I risultati elettorali in Sassonia e Brandeburgo lasciano sconcertati. Dopo la Riunificazione hanno beneficiato di un programma di sostegno economico senza precedenti per intensità nella storia europea e non è semplice spiegarli. Creano ansietà, ma in Germania la dialettica politica sembra ancora ‘sotto controllo’: nessuna crisi della democrazia. Non è così in altri Paesi dell’Unione Europea. Non è così nel Regno Unito e in Italia, Paesi nei quali la crisi democratica è anche una crisi morale ed è manifesta.

Nel Regno Unito diventa primo ministro Boris Johnson, un politico definito senza remore ‘bugiardo’ e ‘immorale’ dalla stampa nazionale e internazionale. Come primo atto, ‘sospende’ i lavori del Parlamento per forzare la mano e andare verso un’uscita senza accordo dall’Unione Europea. Il Regno Unito, una delle maggiori economie del mondo, una potenza nucleare e una democrazia che è un ‘modello’ sin da quando è nata precipitata da diversi anni in un caos politico sconcertante. Chi ha seguito il dibattito pubblico nel Regno Unito negli ultimi mesi può solo condividere lo sgomento degli analisti politici, spaventati dalle conseguenze imprevedibili di un dibattito politico caotico e decisioni spegiudicate. Come ha scritto William Davies su la London Review of BooksA functioning constitution should be able to cope with the odd charlatan and bullshit artist, steering them away gently from the levers of power …”. Non è facile rassegnarsi all’evidenza che così non è.

In Italia, la Lega, un partito guidato da un leader che invoca il “Cuore Immacolato di Maria’, stringe il rosario nelle mani nei comizi e propone misure economiche inverosimili – oltre che prendere decisioni senza fondamenti giuridici –, vince le ultime elezioni europee, vince una dopo l’altra le elezioni regionali e diventa il primo partito. Si ritrova in poche settimane all’opposizione per un’operazione di trasformismo politico, che porta al Governo una coalizione di tre partiti che si ritenevano radicalmente alternativi fino a qualche settimana fa – e che hanno perso quasi tutte le elezioni che si potevano perdere negli ultimi mesi. Un cambiamento politico declinato in un nazionale sospiro di sollievo dall’élite intellettuale progressista. Che per liberarsi di Matteo Salvini – delle sue parole e dei suoi gesti – accetta di rompere la più importante regola di una democrazia sostanziale – che avrebbe richiesto di indire elezioni generali – appigliandosi a una formalistica interpretazione della ‘democrazia parlamentare’. In Italia (come nel Regno Unito) il paradigma ‘il fine giustifica i mezzi’ plasma oramai il processo politico, ed è forse la migliore dimostrazione del disfacimento del progetto liberale.

La crisi del progetto liberale in Europa – e del progetto europeo con esso – si sta manifestando con intensità e in forme diverse nei Paesi europei. Le ragioni del perché una ‘marcia trionfale’ che celebrava ‘la fine della storia’ si sia lentamente trasformata in caotici assembramenti locali, senza un’agenda di discussione, che si formano e si disperdono, non si riesce a metterle a fuoco nel dibattito pubblico. Sarà un anniversario stanco e cerimoniale quello che si celebrerà il 9 novembre per i 30 anni della caduta del muro di Berlino. La profondità della crisi della democrazia in Europa – e dei disequilibri che essa ha generato – ha, però, avviato una riflessione critica e forse nascerà un nuovo paradigma democratico in Europa.