Un argomentare senza senso (ancora sui mini-bot)

Un argomentare senza senso (ancora sui mini-bot)

Riconoscere le ‘argomentazioni insensate’ – ‘contraddittorie’, ‘ambigue’, ‘menzognere’, ‘indeterminate’ – è il problema principale del giornalismo italiano. La responsabilità della straordinaria diffusione di ‘argomentazioni insensate’ è però solo in parte del giornalismo. Anche gli intellettuali pubblici, che sembrano aver rinunciato al ruolo di critici, hanno le loro colpe. Ci sono argomentazioni la cui fallacia può essere dimostrata solo da chi dispone di uno specifico sapere tecnico. Se gli intellettuali pubblici – umanisti o scienziati – rinunciano al loro ruolo critico, chi altro può svolgere il lavoro di emendare il dibattito pubblico da ‘argomentazioni insensate’?

Non so quanti di coloro che stanno leggendo questo post conoscano il significato del termine ‘esternalità’ o ‘esternalità positiva/negativa’. Se sei un economista lo conosci, perché è una delle categorie del discorso economico più importanti, affascinanti e controverse nella loro interpretazione. Immaginatevi di imbattervi nella seguente frase, che è nell’intervista concessa a “La Repubblica” (15 giugno 2019, p. 8) da Claudio Borghi, Leghista e Presidente della Commissione Bilancio della Camera: “Una cosa è il piano B perché mediti di uscire [dall’Euro], un’altra è avere un’esternalità positiva [i mini-bot] in caso ci fosse un gran casino.” Si tratta di una frase semplicemente senza senso, ma per valutarla come tale senza esitazione devi sapere cos’è un’esternalità.

Devi sapere che un’esternalità non è uno strumento che usi quando serve, bensì l’effetto collaterale di un’azione. Le nostre azioni, possono avere effetti collaterali, positivi o negativi, sul benessere di altri individui o sui costi che devono sostenere per svolgere le loro azioni. (Mentre leggo in giardino sento il profumo del tiglio piantato e curato dal mio vicino: ‘esternalità positiva’; non posso bere l’acqua del mio pozzo perché inquinata dal diserbante usato dal mio vicino: ‘esternalità negativa’.) Dire che un minibo è un’esternalità è semplicemente un’assurdità logica.

L’intera argomentazione di Borghi a favore dell’emissione dei mini-bot è insensata, non solo l’affermazione appena ricordata. Provate a dare un senso alle seguenti frasi, una ad una, che trovate nella stessa intervista “… i minibot sono un aiuto in caso di difficoltà dei pagamenti. Non sappiamo cosa può succedere. Supponga che ci sia un attacco hacker e si blocchi il sistema normale dei pagamenti, le cose legate all’euro. Ci sarebbe un’alternativa pronta.” Sconcertante. Dire “un aiuto in caso di difficoltà dei pagamenti” oppure “non sappiamo cosa può succedere” sono frasi che non significano nulla. Lo scenario che si prospetta – blocco del sistema dei pagamenti dei paesi dell’Ue – è semplicemente inverosimile. Affermare che i ‘mini-bot’ – peraltro già definiti nell’intervista “una piccola cosa” – salverebbero l’Italia nel caso che lo scenario apocalittico si avverasse è surreale. Queste frasi esprimono un’argomentazione che è priva di senso, illogica per le relazioni causali che sottintende tra eventi impossibili o irreali.

Di argomentazioni insensate oramai trabocca il dibattito pubblico italiano. Perché su uno dei più importanti e diffusi quotidiani italiani si devono leggere discorsi sconnessi? La proposta di emettere ‘minibot’ il Governo la può naturalmente fare, ma l’argomentazione con la quale Claudio Borghi la difende è ‘irricevibile’ perché priva di senso logico oltre che di valore empirico. Non sono le “notize false’ a essere un pericolo per la democrazia, bensì le argomentazioni insensate, illogiche, menzognere, indecifrabili.

Mini-Bot (continua)

Un dizionario per capire cosa sia un “buono ordinario del tesoro” (Bot) e una grammatica per ripassare le regole sulla ‘prefissazione’ è tutto ciò che serve per giungere alla conclusione che un ‘mini-bot’ è il nome che puoi dare a un tipo di Bot. Dunque, per le caratteristiche che ha, il titolo di credito che il Governo ha proposto per pagare i suoi debiti commerciali pregressi verso i fornitori non appartiene alla categoria ‘buoni ordinari del tesoro’ bensì a quella di ‘moneta cartacea’. Gli ‘economisti’ della Lega e del M5S sapevano benissimo che stavano proponendo di emettere ‘moneta cartacea’. E non credo che pensassero di poter trarre in inganno la Commissione europea – qualsiasi laureato in economia non ha bisogno di aprire né un dizionario né una grammatica per considerare improprio il termine scelto.

Nel corso della loro storia, gli Stati nazionali hanno sempre emesso (creato, se si preferisce) ‘moneta cartacea’ – e altre forme di moneta – quando lo ritenevano necessario o utile. Il fatto è, però, che entrando nell’area monetaria europea e scegliendo l’Euro come moneta nazionale l’Italia (come tutti gli altri Stati che hanno aderito all’Euro) si è impegnata a non farlo più. Ciò che è ‘sconsiderato’ nella proposta dei ‘mini-bot’ è l’idea che si possa unilateralmente decidere di non rispettare il contratto sottoscritto.

L’Italia ha ceduto volontariamente la sovranità monetaria e se vuole tornare ad averla in modo esclusivo deve uscire dall’Euro. Ma l’Italia non può farlo per mille e altre ragioni – e lo sanno benissimo anche gli ‘economisti’ della Lega e del M5S. Con proposte inammissibili come questa dei ‘mini-bot’ provano soltanto a tenere alta la tensione politica con l’Unione europea, a intorbidare il dibattito pubblico.

Per saldare i debiti della Pubblica Amministrazione lo Stato italiano dovrebbe emettere (veri) Bot. Aumenterebbe il suo debito pubblico – comunque di un ammontare irrilevante. Lo dovrebbe fare nel rispetto del contratto sottoscritto con gli altri Paesi europei. E nel rispetto del lessico e della sintassi della lingua italiana, che è il bene più prezioso in una democrazia.

Mini-Bot

Basta aprire un dizionario della lingua italiana per capirlo. I ‘buoni ordinari del tesoro’ – Bot – sono un’obbligazione: sono un prestito di denaro allo Stato fatto a due condizioni: che ti venga pagato un tasso di interesse, che ti venga ripagato il prestito alla scadenza prefissata. Un Bot è un documento che definisce un contratto di prestito che prevede la restituzione al prestatore, a una data prefissata, della somma di denaro prestata. Ciò che la Lega e i M5S hanno proposto non può quindi essere un tipo di bot, ma è così che l’espressione ‘Minibot’ dovrebbe essere interpretata, perché nella lingua italiana una cosa che chiami ‘Minibot’ non può essere altro che una sottocategoria della categoria ‘Bot’.

Per saldare il debito che ha nei tuoi confronti lo Stato ti mette in mano un ‘foglietto di carta’ dicendoti che vale un tot di euro. Ti garantisce che puoi utilizzarlo per pagare dei servizi pubblici o saldare un debito nei confronti dello Stato stesso, quando vuoi negli anni a seguire, senza limiti di tempo. Non puoi però restituirgli il ‘foglietto di carta’ ricevendo in cambio un ammontare di banconote in euro o un accredito sul tuo conto corrente.  Quel ‘foglietto di carta’ – quel contratto – non lo puoi chiamare ‘Minibot’ perché non è una forma di Bot – e non lo è perché non attesta un credito verso lo Stato. Il ‘foglietto di carta’ che ti ha messo in mano si deve chiamare ‘moneta’’ perché è moneta. (Peraltro, sarebbe una pseudo-moneta, considerato che l’unico agente che certamente è disposto ad accettarla è lo Stato stesso. Ma potresti non avere nulla o poco da dover dare allo Stato. E i foglietti di carta che hai in mano diventerebbero ‘carta straccia’ se non convinci altri agenti, ad esempio il negozio di generi alimentari dove fai la spesa, ad accettarli come pagamento.)

Certo, il dibattito pubblico italiano è in uno stato di degrado. Ma non fino al punto che un inganno linguistico così infantile – chiamare ‘Minibot’ ciò che è moneta’ – non potesse esse svelato in un’ora. Se non ci fosse riuscito il giornalismo italiano, lo avrebbe fatto il giornalismo europeo. Si tratta di un tema ‘sensibile’: in un Paese che ha aderito all’Euro lo Stato non può emettere moneta senza violare il contratto di adesione all’Euro che ha sottoscritto. Comunque, è bastata una sola parola di Mario Draghi come Presidente della Banca centrale europea, che parlava a nome di tutti i Paesi che aderiscono alla Moneta europea, per chiudere la questione: proposta irricevibile.

Che il Parlamento italiano, parlamentari del Partito democratico compresi, abbia approvato una mozione a favore dell’emissione di ‘Minibot’ senza accorgersi che stavano approvando l’emissione di moneta lascia interdetti. Così come scoprire che la Lega e il M5S siano capaci di fare proposte tanto sconsiderate. (Chissà chi c’era attorno al tavolo dove questa ‘proposta’ è nata.)

Chi governa Venezia?

Venezia è una città ‘particolare’, anche per una ragione che conduce al cuore della crisi ambientale contemporanea: a differenza di quasi tutte le città europee non può liberarsi completamente dai vincoli ambientali del contado. L’equilibrio eco-sistemico della Laguna di Venezia, che è il suo contado, è la precondizione della sua esistenza come città fisica e come città sociale. Una precondizione che è stata vera per tutte le città europee, in gradi più o meno diversi, fino alla Rivoluzione industriale e alla Grande urbanizzazione che ne è seguita.

Era la necessità di mantenere gli equilibri ambientali del contado – la sua manutenzione come sistema in grado di continuare a generare le risorse naturali sufficienti per condurre i processi urbani – a porre dei limiti alla crescita delle città. Che le città avessero una ‘base naturale’ da manutenere nella sua capacità generativa era un dato di fatto per la civitas, che ne aveva consapevolezza. Poi con l’industrializzazione è iniziato il processo di mondializzazione della ‘base naturale’ e la fondamentale nozione della sostenibilità ambientale delle città è svanito. Quale fosse il profondo significato dell’impronta ecologica della città si è perso. Da dove vengono le risorse naturali che entrano nei processi economici che si svolgono nella città? Dove vanno i residui dei processi urbani? Domande fondamentali fino a un certo punto della storia urbana, poi dimenticate.

Per le città che si espandevano c’era un ‘altrove’ dal quale venivano le risorse naturali e dove finivano i residui. Un ‘altrove’ indistinto, verso il quale non sentivano alcuna responsabilità, per il quale non avevano alcun interesse, finché questo altrove non si è materializzato nella frase che ha segnato l’inizio della storia della Giornata mondiale dell’ambiente nel 1974: “Una sola Terra” (“Only One Earth”). Da poco era stato pubblicato il fondamentale Rapporto del Club di Roma sui “Limiti della crescita” (1972), il quale aveva tolto ogni dubbio a chi ancora ne avesse sulla finitezza della Terra, sul fatto che non esisteva nessun ‘altrove’.

Venezia non ha potuto completamente recidere il rapporto con la natura, con gli equilibri ambientali della Laguna. Venezia è per questa ragione una città perfetta per ri-elaborare sul piano pratico e simbolico il significato del ‘limite’ nelle relazioni città-natura, per declinare localmente il tema della sostenibilità ambientale. Per declinare il tema che molte altre città europee hanno iniziato a declinare negli ultimi anni e che tutte saranno costrette a declinare. Venezia è, invece, un esempio emblematico di una città lanciata verso una crescita esplosiva e insostenibile. E la ricerca di ‘soluzioni’ per fare comunque transitare le ‘grandi navi’ nella Laguna è una manifestazione dell’adesione a questo paradigma, dell’incapacità di comprendere che è un paradigma inservibile, da abbandonare. Una comunità che non è capace di comprendere l’insensatezza del transito delle ‘grandi navi in Laguna, come potrà affrontare le radicali misure necessarie per fronteggiare la crisi ambientale e sociale che si annuncia?

Resta una domanda, una domanda classica, della quale da tempo si è capita l’importanza: chi governa Venezia?

Venezia e i suoi limiti

Le ‘grandi navi’ che transitano per il Canale della Giudecca – il traghetto che mi portava alle Zattere qualche giorno fa è scivolato accanto al rimorchiatore che la teneva in linea da poppa – sono fuori scala visivamente, sono fuori scala rispetto all’ecosistema della Laguna di Venezia che del loro transito subisce gli effetti negativi, sono fuori scala rispetto alla capacità di controllo della navigazione stessa nel canale. Sono fuori scala anche rispetto alla capacità politica della comunità locale, che non riesce a decidere se vietare il transito. Venezia è un compendio della crisi ambientale del nostro tempo: si ostina a non declinare il tema del limite, si ostina a non considerare il rapporto tra la scala dei processi e la struttura dei sistemi fisici e naturali. Non c’è nessuna altra città europea che sia così vicina al ‘punto di rottura’ come Venezia e che, allo stesso tempo, mostri tanta inconsapevolezza dei limiti della crescita: limiti che in questo caso sono i limiti della scala dei processi di fruizione della città fisica e dell’uso dell’ecosistema che ne permette l’esistenza.

Se non ci fosse stata un’enorme riduzione dei residenti nella città storica l’attuale flusso turistico non sarebbe stato possibile. Via via che i residenti e le attività connesse alla residenza diminuiscono, si aprono nuovi spazi all’ospitalità turistica. Aumenta il numero dei piani terra resi abitabili, trasformati in ‘camere con cucina’, un tempo laboratori e magazzini. Aumentano gli edifici vuoti da riutilizzare, per ospitare processi legati al turismo: come di recente il Fondaco dei Tedeschi trasformato in un centro commerciale, l’ex mulino Stucky trasformato in albergo. Si costruiscono altri alberghi, si amplia la ricettività (potenzialmente ‘infinita’) di Mestre come base della fruizione della città storica – di alcune parti di essa.

C’è però un limite fisico al numero di persone e di chioschi che possono stare simultaneamente in Piazza San Marco, al numero di persone che, per unità di tempo, può transitare per il Ponte degli Scalzi. al numero di corriere e auto che può contenere Piazzale Roma e così via. Sono tutte cose note, evidenti. Fenomeni estremi di congestione si sono già verificati. Rispetto al tema dei limiti alla crescita dei processi sociali (turistici, in questo caso), la questione del transito delle ‘grandi navi’ non merita il tempo che a essa stiamo dedicando: non devono entrare. La prima decisione da prendere per mostrare la consapevolezza dei limiti della crescita è vietare il loro ingresso in Laguna. Ci saranno vincoli ben più complessi da porre alla scala della fruizione turistica di Venezia di cui discutere molto presto.

Un aspetto paradossale della vicenda di Venezia – qui si manifesta in forma estrema una contraddizione che accomuna le più grandi città d’arte italiane – consiste nel fallimento del modello economico. Al sovra-utilizzo turistico che porta la città verso il collasso, non corrisponde un flusso di risorse economiche – pubbliche e private – per la manutenzione della città fisica e della città sociale. Si sono ridotte alcune parti della città a luna park, si è portato l’uso della città fisica e dell’ecosistema della laguna a una scala insostenibile per avere una città fisica mal ridotta, una città sociale in agonia, un’esperienza di fruizione comunque svilita. Questo sarebbe il valore che in Italia riusciamo ad estrarre da ciò che consideriamo un ‘impareggiabile patrimonio storico-artistico’?

Le generazioni che vengono dopo la tua (sul successo dei Verdi in Germania)

Con il 20,5% dei voti i Verdi tedeschi – die Grünen – sono diventati il secondo partito nel loro Paese, dopo la CDU/CSU (28,9%) e prima della SPD (15,8%). Il successo dei Verdi in molti Paesi europei è un tema politico che segnerà i prossimi anni. In Germania c’è un aspetto di questo successo che ha un significato profondo, già oggetto di discussione: il 36% di chi ha votato per la prima volta ha votato i Verdi, mentre solo l’11% ha votato CDU/CSU e appena il 7% ha votato SPD (e l’8% die Linke – la Sinistra radicale).

La società tedesca è orientata al futuro – un tratto culturale che la distingue. Il ‘lungo periodo’ è il suo tempo, con le implicazioni positive e negative che ciascuno può dare a questo tratto. Se parti da questa caratteristica comprendi la preoccupazione della società tedesca per la ‘stabilità’: è la modalità che permette di preparare un ‘cambiamento strutturale’, di ‘lungo periodo’. Ma il lungo periodo è il tempo dei ‘giovani’, per definizione. Se il tempo della società tedesca è il lungo periodo, i partiti politici devono sapere interpretare e declinare i valori dei giovani, delle generazioni che vengono dopo la generazione che al potere o intende andarci.

Angela Merkel aveva 51 anni quando è diventata primo Ministro e a 65 è fermamente decisa a lasciare la politica. Gerhard Schröder aveva 61 anni quando ha lasciato la politica, dopo gli anni come Cancelliere. Robert Habeck, uno dei leader dei Verdi tedeschi, ha 50 anni – gli anni per avere alle spalle un dottorato di ricerca, una storia professionale solida e un’esperienza politico-amministrativa maturata in posizioni chiave (ad esempio, come ministro nello Schleswig-Holstein, la regione da cui proviene). Annalena Baerbock, altra leader dei Verdi, ha 39 anni e un itinerario di formazione politica esemplare. Manfred Weber, uno dei leader della coalizione CDU/CDU e candidato alla presidenza della Commissione europea, ha 47 anni, un profilo politico definito e una solida esperienza. La ‘continuità generazionale’ dell’élite politica è un elemento essenziale della democrazia tedesca.

La ‘continuità generazionale’ serve a garantire che chi si appresta a diventare leader abbia competenza ed esperienza – due caratteri indispensabili in Germania per aspirare a ruoli di governo. Competenza ed esperienza non sono tuttavia caratteri sufficienti. Devi avere anchse un chiaro e coerente profilo politico, che hai definito nel confronto pubblico e nelle scelte, nel tempo: si deve sapere chi sei. Ma per aspirare a ruoli di governo devi avere anche un’altra caratteristica: devi essere in grado di entrare in sintonia con le generazioni che vengono dopo la tua, con i ‘giovani’. E a 40 o 50 anni puoi farlo con più facilità che ha Sessanta o Settanta: hai un futuro che in parte si sovrappone a quello delle generazioni che vengono dopo. Il voto giovanile legittima i partiti in una democrazia orientata al futuro.

La polarizzazione del voto giovanile sui Verdi che si è avuta nelle elezioni europee ha minato la legittimità politica dei partiti tradizionali, la CDU/CSU e la SPD, e consolidato quella dei Verdi: il loro successo elettorale ha un significato più profondo di quello indicato dalla percentuale di voti ottenuti alle elezioni europee, già molto alta. Forse cambieranno molte cose in Germania nei prossimi anni, molte altre sono già cambiate, però, e questo voto lo certifica: l’ambientalismo è già diventato un paradigma politico.

Il sentire di chi ha un altro sentire

Ascolto “Radio 3”, in auto, e mi imbatto di nuovo in un discorso sulla ‘generazione Erasmus’. Chi sento parlare, studenti universitari, di quella generazione fa parte e dicono che nella globalizzazione “si trovano bene”. Il conduttore fa notare che solo il 2% dei giovani nella classe di età degli studenti universitari ha fatto l’esperienza di un soggiorno di studio all’estero con una “borsa Erasmus”. Lo fa notare certo non per mettere in discussione la rappresentatività delle loro riflessioni. Infatti, il dialogo continua nelle forme consuete: a raccontare il mondo e i propri sentimenti chiami chi sull’orizzonte cosmopolitico – mitizzato dall’élite intellettuale progressista italiana – si trova a suo agio.

Per il mio mestiere su quell’orizzonte sono stato a lungo, arrivato per caso. Non è stato difficile restarci, è stato anche bello. Ma ho capito perché può essere così difficile persino guardarlo quell’orizzonte, non solo essere costretti dalle circostanze o dalla necessità ad incamminarsi verso di esso. Il festoso cosmopolitismo degli intellettuali di sinistra italiani non rispetta il sentire di chi ha un altro sentire. I pericoli per la democrazia di questa ideologia li aveva spiegati con chiarezza Christopher Lasch più di venti anni in La rivolta delle élite (del 2017 è l’edizione italiana uscita per Neri Pozza Editore).

Se la globalizzazione la valuti dagli effetti suoi luoghi, sugli areali degli individui, sul profondo significato che la stabilità di quell’areale ha per le persone, sulla forza del loro sentimento per quel luogo forse capisci l’origine dell’inquietudine della società italiana. Un’inquietudine che politicamente si è già manifestata, nella forma peggiore, forse. Ma che alternative c’erano?

Nuovi viaggi, altri racconti

Milano non ha un ‘contado’ – come ho sentito dire. Ha un ‘hinterland’, che è un’altra cosa. Milano è il centro di una ‘area metropolitana’ – e di una regione metropolitana – che è emersa come sistema integrato attraverso i processi di urbanizzazione iniziati negli anni Cinquanta. Ma, mentre diventava il punto focale di un’area metropolitana, si è platealmente disinteressata a dare un ordine e un senso alla morfologia fisica e alla morfologia sociale del suo hinterland. Introducendo specifiche normative, lo Stato italiano ha provato più volte, dal 1990 fino ad anni recenti, a spingere le grandi città italiane ad assumersi la responsabilità dei propri hinterland. Senza alcun esito. Più di ogni altra città europea, Milano ha trattato il suo hinterland come una colonia.  Ogni tanto, le colonie si ribellano – e la Lega in Lombardia ha raccolto il 43, 3% per cento dei consensi elettorali. I colonizzatori, a Milano, si sentono sicuri e orgogliosi del 36% raggiunto dal Partito democratico. Arriverà altro capitale finanziario dai mercati globali a rafforzare le mura, nulla da temere da questo assedio. Nulla da temere?

Agli intellettuali progressisti italiani piace molto usare la categoria di ‘paese’. Leggo che i ‘paesi’ si sono ribellati alle loro città – così si spiegherebbe la vittoria della Lega. Da quando Guido Piovene scrisse Viaggio in Italia (1957), Pier Paolo Pasolini La lunga spiaggia di sabbia (1959) e Guido Ceronetti, più di recente, Albergo Italia (1985) il territorio italiano è profondamente cambiato. Lo devi tornare a raccontare, con parole nuove. Molti ‘paesi’ si sono uniti di fatto a formare ‘sistemi locali’, entrando in una traiettoria di industrializzazione che li ha messi al centro di dinamiche politiche, culturali ed economiche; molti altri sono diventati frammenti degli hinterland delle grandi città. Non è l’originaria marginalità culturale o economica a segnarli, oggi, bensì la de-industrializzazione conseguente alla globalizzazione: li sta rendendo ‘superflui’, finisce l’illusione di mantenere il benessere che avevano raggiunto. La terziarizzazione non li riguarda, perché nel capitalismo contemporaneo il terziario avanzato – le ‘nuove economie’ – ha la tendenza a concentrarsi nelle città. L’opposto della manifattura, che si diffondeva. A fini analitici non è la categoria ‘paese’ che puoi usare. Sono i sistemi territoriali intercomunali il livello al quale prende forma la crisi sociale – e le scelte elettorali. Le comunità locali sentono sgretolarsi la base economica, e non vedono alternative. Sono comunità locali moderne tanto quanto quelle delle città (dopo la rivoluzione digitale, poi), e hanno capito benissimo di essere diventate obsolete come le fabbriche che chiudono. Sanno di aver bisogno di aiuto.

L’Italia si trova in una crisi territoriale profonda, ma ciò sembra sfuggire alla comprensione dell’élite politica e intellettuale progressista. Il modello di sviluppo territoriale che è stato per alcuni decenni la sua forza – venerato ma non manutenuto – deve affrontare una transizione difficilissima: non vi sono meccanismi che possano contrastare la polarizzazione territoriale delle nuove economie o fermare la de-industrializzazione. Solo le politiche potrebbero farlo, l’affermarsi di un nuovo paradigma. Sarebbe sufficiente riflettere sul ‘decreto periferie’ del Governo Gentiloni, sulle azioni finanziate con il “Programma operativo città metropolitane” per rendersi conto, però, che la Sinistra ha perso il contatto con la realtà delle dinamiche territoriali. Non c’è nulla in queste scelte politiche recenti che dimostri la consapevolezza della natura e intensità dei disequilibri che si sono accumulati negli hinterland delle grandi città e nei sistemi urbani minori. Che dimostri la consapevolezza di che cosa sta accadendo.

Un tempo si stava ad ascoltare chi ritornava da un viaggio, chi raccontava quello che aveva visto; ora, chi trascorre le sue giornate su un’amaca a ‘produrre parole a mezzo di parole’. Non è difficile spiegare la crisi della Sinistra italiana.

Altri naufragi (intellettuali)

A due giorni delle elezioni europee, il 24 maggio, leggo su il Manifesto un lungo articolo di Roberta De Monticelli. Secondo l’Autrice “[L’Unione europea] è il vero e proprio cantiere di un edificio politico architettato dalla filosofia: cioè dall’anima universalistica del pensiero politico, che è almeno tendenzialmente cosmopolitica.” Mi sembra di aver capito che si tratti della stessa tesi che Nadia Urbinati ha espresso nel volume L’Europa rapita allegato a Left – che è la stessa tesi di The Economist e dei neoliberisti. Il sentiero che sta percorrendo la Sinistra radicale italiana nelle mani dei ‘nuovi intellettuali’ non era facile da prevedere.

Sentiero che De Monticelli legittima richiamandosi a Altiero Spinelli, riprendendo una sua lettera a Wilhelm Röpke del 1943, nel quale afferma di essere arrivato a condividere la centralità che nel progetto politico deve avere il rispetto dei diritti della persona. Certo, nel 1943 molti intellettuali marxisti, come Spinelli, stavano maturando questo convincimento. Poi in Europa abbiamo avuto le Costituzioni e 60 anni di democrazia ed anche il ‘crollo dei regimi comunisti’. Forse di Altiero Spinelli era in questi giorni interessante ricordare il suo lavoro politico pratico e gli ostacoli e i progressi nella costruzione del progetto europeo.

Comunque se arrivi per qualche via a Wilhelm Röpke – uno dei padri intellettuali del ‘mercato sociale’, paradigma che dal 1989 la Sinistra moderata ha iniziato a disprezzare non solo ad abbandonare (e che la Sinistra radicale non ha mai amato) – entri in un mondo che devi provare a comprendere. Un mondo nel quale uno dei compiti fondamentali dello Stato, che diventa un compito fondamentale dell’Unione europea o degli Stati Uniti d’Europa, è la difesa del locale, del diritto delle comunità locali a restare ‘locali’, a poter avere un’economia locale che garantisce un livello di vita soddisfacente.

Su questo diritto il paradigma liberale e la sua anima cosmopolitica sta naufragando in Europa. Sotto il suo peso naufraga anche la Sinistra radicale italiana.

Stringete forte la mano dell’Europa!

La chiamano ‘generazione Erasmus’ – la generazione che sarebbe naturalmente europea. Studenti universitari che hanno trascorso uno o due semestri di studio all’estero, con un contributo finanziario dell’Unione europea. Aver realizzato questo programma di scambi sarebbe uno dei principali successi dell’Unione. Così leggo, su un autorevole quotidiano, ma è un’opinione diffusa tra gli intellettuali liberali. Un altro grande merito dell’Unione sarebbe il fatto di avere in Italia “cibi sicuri”, “sanzioni per chi inquina”. Senza l’Unione europea, noi italiani progressi non li avremmo. Non ci sarebbero controlli nei ristoranti, sequestri di cibo avariato, norme ambientali, i biglietti aerei costerebbero molto di più e anche telefonare all’estero. E non avremmo il ‘Programma Erasmus’.

Erasmus (da Rotterdam) arriva per la prima volta in Inghilterra nel 1499 e sarebbe ritornato molto spesso per discutere con altri intellettuali i temi religiosi e non solo che erano al centro degli interessi suoi e dell’epoca in cui viveva. Studia a Parigi, viaggia in Italia per confrontarsi con il pensiero del Rinascimento italiano. I suoi libri, molto letti in tutta Europa, trattano temi ritenuti rilevanti in uno spazio transnazionale, le sue riflessioni si scontrano e si intersecano, in uno dei capitoli fondamentali della storia europea, con quelle di Lutero. Che, ugualmente, da Wittenberg e poi dal castello di Wartburg ad Eisenach parlava all’Europa, certo non solo alla Germania. La biografia di Erasmus puoi usarla per ricordare ciò che non dovrebbe essere necessario ricordare, talmente è noto: molto prima che si formassero gli stati nazionali, molto prima che nascesse l’Unione europea esisteva uno spazio intellettuale europeo – umanistico, scientifico e artistico – transnazionale (o trans-locale). E in questo spazio l’Italia è sempre stata protagonista. L’Italia non aveva bisogno del ‘Programma Erasmus’ per internazionalizzare la sua università. Altri Paesi europei forse, ma certo non noi.

Non c’era bisogno dell’Unione europea neanche per avere ‘cibi sicuri’ o una ‘legislazione ambientale’. L’Italia li aveva creati i dispositivi per muoversi lungo una traiettoria di modernizzazione. Non è stata l’Unione europea ha imporci cambiamenti istituzionali profondi come il sostegno al Meridione, il sistema sanitario nazionale, lo statuto dei lavoratori, l’articolazione regionale del sistema politico, l’adeguamento infrastrutturale, il sistema dei parchi nazionali e molto altro ancora. L’Italia ha partecipato da protagonista alla costruzione di un sistema politico transnazionale in Europa per affrontare questioni per le quali gli stati nazione erano un ostacolo: realizzare il valore della solidarietà territoriale transnazionale, costruire un mercato sociale nello spazio europeo e molto altro ancora. Gloriarsi di far parte dell’Unione europea perché ci permette di partecipare al ‘Programma Erasmus’ o assicura ‘cibi sicuri’ sulle nostre tavole è surreale.

Paradossale che l’élite intellettuale liberale, costantemente al governo in Italia dal secondo dopoguerra, non provi imbarazzo nel dire che, se non fosse stato per l’Unione europea, tanti progressi non li avremmo. Se li abbiamo, è perché ci sono stati imposti. Una legislazione contro le frodi alimentari non l’avremmo introdotta in Italia? E non avremmo introdotto neppure una legislazione ambientale? Quali sarebbero, allora, i valori di questa élite? Quale società aveva in mente di realizzare che, per fortuna, l’Unione europea le ha impedito di realizzare?

L’Italia è uno dei paesi più grandi e più importanti da ogni punto di vista dell’Unione europea – che è un’istituzione intergovernativa e non decide per te, bensì con te. Secondo gli intellettuali liberali – giornalisti, saggisti, studiosi che in questi giorni si esercitano sul tema ‘Europa’ – sarebbe un Paese ‘incapace di intendere e di volere’, incapace di organizzare un’azione collettiva persino in sfere semplici dell’agire politico. E a maggior ragione in sfere complesse. C’è l’Unione europea, però, che ci accompagna per mano verso un quotidiano di ‘integrazione culturale’, di ‘cibi sicuri’, di ‘stabilità monetaria’, di ‘modernizzazione’. Che decide per noi. E allora, affermano, stringiamo forte questa mano, per carità!

Non credo ci fosse modo migliore per aprire le porte a partiti e movimenti ‘sovranisti’ della retorica di un’Italia che ha bisogno dell’Unione europea perché incapace di governare se stessa. Di una élite intellettuale e politica che, mentre governa e domina il dibattito pubblico, scrive che l’Italia ha bisogno di una mano da stringere forte per attraversare la strada puoi dire solo che non serve più, che è diventata inutile. E gli elettori, come si usa in democrazia, con semplicità lo hanno detto e lo diranno di nuovo tra qualche giorno.

ProEuropa

La Fondazione “Alexander Langer” e la rivista “Una città” hanno curato una ‘introduzione’ al voto europeo. Si intitola ProEuropa ed è la più intensa e utile che abbia letto in queste settimane. Certo, i testi che raccoglie potrebbero essere interpretati come il racconto di una disfatta. La cultura politica che li accomuna negli anni Novanta è stata sconfitta, il paradigma neoliberista ha preso il sopravvento nel definire il modello istituzionale dell’Unione Europea.

Leggerli ti fa entrare in un discorso sull’Europa che ha un significato. Capisci che cosa è stato il progetto europeo prima che la scolastica neoliberista lo stravolgesse, conducendo alla crisi sociale, ambientale e morale nella quale l’Europa si trova oggi.

Le riflessioni che sono raccolte in ProEuropa dovrebbero essere interpretate, però, non come il racconto di una sconfitta, ma come l’annuncio di un nuovo inizio. Archiviato il liberalismo, incapace persino di manutenere la democrazia, la costruzione di un nuovo paradigma per l’Europa sta tornando ad alimentarsi al ‘sogno europeo’. Ed è nelle città, nei luoghi che lo si vede.

Verso dove (sta andando l’Europa)?

Un altro libro di ‘introduzione’ alle elezioni europee lo pubblica, ora, il “Corriere della Sera”: L’Europa in 80 domande. Istituzioni, meccanismi, falsi miti e opportunità, scritto da Francesca Basso, della Redazione del quotidiano. Nella quarta di copertina trovi una frase del direttore Luciano Fontana, ripresa dall’Introduzione. Mi ha colpito il suo disordine e la riporto per intero: “Nelle elezioni del 26 maggio si confrontano due visioni: la spinta per un’Europa che completi la sua unione politica ed economica contrapposta a un’Europa degli Stati che mettono in comune pochissime cose e si chiudono in sé stessi. La sfida è questa e per queste ragioni l’Europa non è stata mai così tanto tra noi.”

Non è facile vedere il disordine nell’apparente ordine di questa frase. Il primo passo è chiedersi: che cosa può voler dire “la spinta per un’Europa che completi la sua unione politica ed economica”? Un’affermazione che si sente fare continuamente, che definisce il programma politico-elettorale dei progressisti italiani. Il sintagma ‘che completi’ richiama il compimento di un progetto che abbiamo tutti condiviso, richiama il ‘sogno europeo’ che si fa realtà. Ma se non ti fermi alla suggestione e ti chiedi “completare che cosa, precisamente?” si dipana un’altra storia. Avrai bisogno di qualche lettura e qualche riflessione per scoprire che ‘completare’ qui significa fare altri passi, che molti ne sono già stati fatti, verso “un’Europa degli Stati che mettono in comune pochissime cose”. Perché questo è il progetto neoliberista per l’Europa che dopo la ‘rivoluzione democratica del 1989’ i liberali, costantemente al potere dalla caduta del Muro di Berlino, hanno formulato e attuato. Il progetto che il “Corriere della Sera” apertamente sostiene da molto tempo.

Il progetto di “un’Europa degli Stati che mettono in comune pochissime cosenon è affatto il progetto dei ‘sovranisti’, bensì il progetto della maggior parte dei liberali europei. Appartengono a diverse famiglie politiche, ma quella neoliberista è diventata egemone e ha guidato l’evoluzione istituzionale dell’Unione europea dalla caduta del Muro di Berlino. (“Come hanno fatto a diventare egemoni?” – si chiedeva sgomento Ralph Dahrendorf qualche anno fa.)

Gli anni Novanta sono stati un passaggio molto importante per la storia dell’integrazione europea. L’allargamento a Est dell’Unione europea è stato un momento entusiasmante: si ricostruiva una integrazione sociale che era radicata non solo nella storia ma nel presente, nei progetti di vita degli abitanti di territori così profondamenti ‘europei’. Nel 1989 il ‘progetto europeo’ era definito dalle politiche per la coesione territoriale, per la stabilità del settore agricolo, per la difesa dall’ambiente naturale, per l’integrazione sociale e per l’integrazione economica. In quel momento, l’entusiasmo dei liberali – popolari o socialisti che fossero – avrebbe dovuto avere un esito pratico preciso, tra altri: aumentare in modo consistente il bilancio comunitario per finanziare le politiche che identificavano il progetto europeo. Avrebbe dovuto rafforzare e ampliare il sistema normativo transeuropeo, la base istituzionale del progetto europeo.

I liberali che si preoccupano, oggi, della ‘crisi dell’Europa’ dovrebbero mettere in discussione il loro progetto per l’Europa. Incolpano i ‘sovranisti’ di colpe che i ‘sovranisti’ non hanno, perché non hanno avuto nessun potere dal 1989 a oggi (ora sono al Governo in Italia, e non è certo un caso che sia accaduto qui, l’unico Paese nel quale i progressisti credono che il liberismo sia di sinistra). Che cosa ha provato a mettere in comune tra i Paesi europei l’élite politica liberale in questi anni più di quello che c’era già nel 1989? Che cosa ha suggerito di mettere in comune oltre a ciò che era già in comune l’élite intellettuale liberale? Niente, se non la moneta (e la sua banca centrale indipendente). E ciò che nel 1989 era già nel progetto europeo è diventato zavorra, di cui liberarsi per andare avanti più spediti. Verso dove?

La Sinistra radicale nelle elezioni europee

Allegato al settimanale Left, in edicola in questi giorni, trovi il libro L’Europa rapita, una raccolta di brevi scritti che dovrebbe riassumere il punto di vista della Sinistra radicale italiana sul progetto europeo, la sua crisi e la sfida delle imminenti elezioni. Si apre con un contributo di Nadia Urbinati, nota e autorevole intellettuale progressista. Al centro del suo contributo c’è questa affermazione: “[L’Unione europea] è nata in coerenza con il problema che Kant si era posto nel 1795: l’affermazione del diritto cosmopolitico, che è diritto della persona e prevede il movimento libero.” Precisamente ciò che sostiene The Economist, il settimanale ‘liberale’ per antonomasia da 175 anni, nel suo “A manifesto for renewing liberalism” pubblicato lo scorso settembre, nel quale il ‘liberalismo’ viene declinato come ‘(neo-)liberismo’ senza alcun imbarazzo intellettuale.

Nel suo pragmatismo ‘all’occorrenza’, The Economist aggiunge che il “diritto cosmopolitico’ è un principio generale che per ora e per un po’ bisogna sospendere o limitare. Nel suo idealismo, la Sinistra radicale ritiene che si tratti di un diritto per il quale creare le condizioni affinché sia esercitato, senza impedimenti, sin d’ora. E la Urbinati sostiene che il progetto europeo abbia la sua origine e il suo fondamento etico e politico in questo diritto, che il progetto europeo sia un’incarnazione dell’Illuminismo. E da questa prospettiva la Sinistra radicale guarda alle elezioni europee.

La Sinistra radicale italiana potrebbe non superare il 3% dei consensi elettorali, non ottenendo neanche un seggio nel nuovo Parlamento europeo. I due partiti al Governo in Italia, che il ‘diritto cosmopolitico’ – per ideologia o per pragmatismo – non riconoscono potrebbero superare il 50% – forse il 55% – dicono i sondaggi. Ma il consenso elettorale dei partiti e movimenti che in Italia hanno perplessità nel riconoscere quel diritto o non intendono proprio riconoscerlo potrebbe raggiungere il 70%.

Gli intellettuali liberali come la Urbinati credono anche nella ‘intelligenza della democrazia’. Si troveranno a dover spiegare un altro tracollo elettorale della Sinistra dopo il 26 maggio in elezioni democratiche. Come faranno? Continueranno a dire che la Sinistra non è stata capace di ‘farsi capire’, di trovare metafore efficaci nella comunicazione politica?  Oppure capiranno che sono loro i principali responsabili della deriva politica italiana, che è in primo luogo una deriva intellettuale, un uso improprio del pensiero?

Il pericolo delle metafore (in politica)

Che la Sinistra abbia perso le elezioni del 4 marzo 2018 per ‘non aver saputo comunicare’ è una tesi molto diffusa tra le élite politiche e intellettuali progressiste. All’elenco di chi ha dichiarato di credere che questa sia stata la causa del tracollo elettorale – e dell’attuale stallo politico – della Sinistra italiana si aggiunge ora Gianrico Carofiglio, uno degli intellettuali più autorevoli del fronte progressista, scrittore di successo, ex-magistrato e politico. Nel prendere posizione su questo tema, Carofiglio prova a fare un passo avanti, suggerendo che la causa del ‘difetto comunicativo’ consiste nel non sapere costruire e poi usare ‘metafore efficaci’ nel discorso politico. Si spinge ancora più avanti suggerendo che c’è una soluzione: imparare a costruire metafore efficaci, applicando, ad esempio, le tecniche messe a punto da studiosi di linguistica cognitiva come George Lakoff. Si spinge ancora più avanti affermando che per ottenere il consenso politico ‘metafore efficaci’ sono uno strumento da preferire a ‘ragionamenti lineari’. Da qui la Sinistra dovrebbe ripartire: leggere Lakoff e mettere in pratica i suoi insegnamenti. In fretta, però, perché “non c’è tanto tempo a disposizione”.

Forse non ho capito, ma mi sembra che Carofiglio stia dicendo di riproporre lo stesso programma politico di prima esprimendone i contenuti in modo più convincente, ricorrendo a metafore. Ma le metafore sono un dispositivo per focalizzare l’attenzione sui contenuti: facilitano la valutazione del messaggio. Se a chi mi passeggia accanto – sembra sostenere Carofiglio – sussurro “Guarda, come il vento fa ondeggiare le spighe” ricevo attenzione; se dico “Guarda, come il vento muove le spighe”, nessuna reazione. Ecco perché all’elettore si dovrebbe proporre un obiettivo o una politica con una metafora ben costruita se si vuole ricevere la sua attenzione. D’accordo. Ma poi, se il lettore si volta attratto dalla tua metafora e non vede le spighe ondeggiare, si accorge che non c’è un filo di vento e neanche spighe cosa pensa di te?

Ci sono ‘stati del mondo’ di cui gli individui sono consapevoli perché li riguarda, ci sono politiche che sanno valutare perché gli effetti li subiscono, ci sono obiettivi politici sui quali riflettono e decidono perché li considerano importanti. Senza bisogno di ‘metafore efficaci’ che li stimoli a guardare, pensare, decidere.

L’Euro nel progetto europeo

Affermare che l’Euro sia la più importante realizzazione dell’integrazione europea equivale a dichiarare la propria adesione al ‘nuovo progetto europeo’, che è un progetto neoliberista. Ha iniziato a prendere forma con il Trattato di Maastricht, firmato nel 1992, mentre stava iniziando il processo di allargamento ad est dell’Unione europea. Le élite progressiste italiane hanno in gran parte aderito al progetto neoliberista per l’Europa e per l’Italia e non dovrebbero ora stupirsi se molti ‘europeisti’ sono diventati ‘antieuropeisti’ nel volgere di pochi anni, dal Governo Monti del 2011 alle elezioni politiche del 2018. Una società schizofrenica, con un corpo elettorale che in grande maggioranza ha rifiutato il ‘nuovo progetto europeo’ e una élite politico-intellettuale che in grande maggioranza vi ha aderito. Un’adesione non dichiarata ma svelata dalle scelte politiche dei partiti ‘progressisti’ al governo dal 2001 al 2018; un’adesione manifesta, invece, quella degli intellettuali ‘progressisti’. L’integrazione europea ha una dimensione istituzionale, ed è l’Unione europea – un meccanismo decisionale intergovernativo. E la realizzazione più importante dell’Unione europea dalla sua nascita è l’integrazione sociale, l’intensificazione delle relazioni trans-europee tra individui e organizzazioni. Un’intensificazione avvenuta all’interno di regole europee che, nelle intenzioni, garantivano un equilibrio territoriale: la costruzione del sistema agricolo europeo, ad esempio, del quale ci siamo dimenticati l’importanza; la costruzione del mercato unico europeo; la costruzione di un meccanismo di redistribuzione territoriale delle risorse economiche per combattere le disparità regionali; la costruzione di un sistema di incentivi per ridurre l’impatto ambientale dei processi sociali. E molto altro ancora. In questo quadro, l’Euro – l’unificazione monetaria – sarebbe stato un tassello tra gli altri. L’unificazione monetaria poteva essere – ed è quello che è stata – lo strumento per stravolgere il progetto europeo, per cancellare il ‘sogno europeo’ che si stava realizzando. Per raggiungere questo obiettivo bastava declinarla come poi è stata declinata: per promuovere l’internazionalizzazione radicale dell’economia, per ridurre l’autonomia politica dei governi nazionali. Bastava declinarla in modo da far credere che l’Euro fosse il progetto europeo mentre tutto il resto era superfluo e persino controproducente, interferendo con il corretto funzionamento del mercato. In Italia, l’egemonia del paradigma neoliberista sui partiti ‘progressisti’ ha raggiunto un grado che non si riscontra in nessun altro Paese europeo. Si è arrivati al punto che nel 2011 questi partiti hanno votato la ‘costituzionalizzazione’ del pareggio del bilancio pubblico. Un proposito che è sempre stato il vessillo della Destra, da quando negli anni Settanta il sistematico disavanzo del bilancio pubblico sembrava una caratteristica intrinseca delle democrazie. Un vincolo che nelle intenzioni della Destra doveva essere inserito per difendere la democrazia da sé stessa.  Ma molti altri topos del discorso che i progressisti italiani conducono sul progetto europeo discendono dal paradigma neoliberista. Ad esempio, il modello di ‘mercato del lavoro’ che hanno cercato, in parte riuscendoci, di realizzare. Ma anche il modello di gestione delle risorse comuni, così come lo spazio dato alle autorità indipendenti. Nel discorso pubblico, egemonizzato dalle élite intellettuali progressiste, il progetto europeo è stato ridotto al tema del ‘fiscal compact’ – ai vincoli che i bilanci pubblici nazionali devono rispettare. La moneta unica come strumento di disciplina, dunque. E tutto il resto è mercato. Gli elettori italiani hanno rifiutato il ‘nuovo progetto europeo’, ma le élite progressiste continuano a riproporlo. Per il tracollo politico della Sinistra chiamano in causa la ‘carenza comunicativa’, il fatto di non essere riusciti a far capire il progetto. Ipotesi che si propone come vera, che si è diffusa come strumento retorico, senza che si sia provato a corroborarla. La società italiana ha compreso il progetto delle élite progressiste per l’Europa e per l’Italia e lo ha rifiutato. Che lo abbia rifiutato per un’alternativa politica senza un progetto, non sminuisce il significato del rifiuto. Non sminuisce la necessità di confrontarsi con questo rifiuto.

Struttura e prestazioni (dell’Unione europea)

Non si ha bisogno di conoscere la struttura di un sistema (politico) per valutare le sue prestazioni. Si possono valutare direttamente le prestazioni. Che te ne fai da cittadino di un sistema politico intergovernativo – l’Unione europea – che ha così miseramente fallito sul terreno della sostenibilità ambientale del processo economico? Come fai a chiamare “progressista” una élite politico-intellettuale che non ha ancora capito la drammatica urgenza e radicalità della ‘questione ambientale’, degli equilibri eco-sistemici e dell’esaurimento delle risorse? Che te ne fai di una democrazia liberale che dal 1989 ha in Europa un’agenda politica tanto distorta? Non sono le idee degli antieuropeisti il problema, bensì l’abbandono di ogni utopia concreta da parte degli ‘europeisti’, che questo progetto europeo hanno progettato e realizzato.

Le élite progressiste e il progetto europeo

I partiti progressisti – e gli intellettuali progressisti – sono sempre stati ‘europeisti’ e non hanno cambiato orientamento negli ultimi anni. Hanno cambiato orientamento gli elettori, invece, e l’Italia ha ora un Governo ‘antieuropeista’. Un antieuropeismo indeterminato, però. La maggioranza degli italiani sembra condividere l’obiettivo di cambiare l’Unione europea ma, certo, non di lasciarla. Troppa incertezza sulle conseguenze. Inoltre, l’Unione europea è un’utopia concreta che ancora conquista gli italiani che, quindi, sono antieuropeisti nel senso di essere contro questo progetto europeo, non contro il progetto europeo in sé. Ma i partiti al Governo sembrano non sapere che cosa vorrebbero cambiare dell’ordinamento dell’Unione europea – alla luce degli ‘interessi degli italiani’. L’antieuropeismo italiano è (ancora) senza forma.

Di ciò che è e di ciò che potrebbe essere il ‘progetto europeo’ non abbiamo il racconto degli ‘antieuropeisti’, bensì il racconto delle élite progressiste. D’altra parte, quello attuale è il loro progetto – che considerano ‘perfetto’ benché ‘incompiuto’. Mentre ci si avvicina alle elezioni europee si moltiplicano le descrizioni che ne danno, le arringhe a difesa. Esce ora un altro libro – Riccardo Perissich, Stare in Europa. Sogno, incubo e realtà, Boringhieri, 2019 –, forse il più informativo tra quelli recenti, che ripropone con precisione tutti i topos del discorso che le élite progressiste italiane conducono sul progetto europeo dal 1989. Quali sono questi topos? Ce ne sono molti, che si sono sedimentati a comporre una narrazione complessa. Uno merita di essere richiamato per primo, perché è la chiave per capire lo specifico discorso sulla crisidell’Unione europea che conducono le élite intellettuali progressiste: il progetto europeo è un ‘progetto incompiuto’ e questa incompiutezza è all’origine della sua crisi.

La crisi finanziaria globale del 2007, così nella loro narrazione, avrebbe colto l’Unione europea ‘impreparata’: i cambimenti istituzionali previsti nei Trattati di Maastricht e di Lisbona non erano ancora stati completamente attuati. Nel 2007 il (nuovo) progetto europeo era un progetto incompiuto, la sua architettura istituzionale ancora fragile e, proprio come conseguenza di questa fragilità, la crisi finanziaria si è trasformata in crisi economica. Gli squilibri sociali determinati dalla crisi economica, in alcuni paesi molto profondi, hanno aumentato il consenso politico dei partiti antieuropeisti e il progetto europeo è entrato in crisi. Una crisi profonda, in evoluzione, che può disintegrare l’Unione. Un pericolo troppo grande per non ritrovare il coraggio di agire, continuare lungo la strada intrapresa con maggiore determinazione, completando l’ordinamento istituzionale del nuovo progetto europeo. Nessun ripensamento, quindi, sulla struttura del progetto. Solo il rammarico per essere stati troppo lenti nella riforma dell’ordinamento del capitalismo europeo dopo la caduta del Muro di Berlino.

Gli intellettuali progressisti italiani non hanno dubbi sulla validità del loro progetto per l’Europa, sul fatto che la crisi dell’Unione europea dipenda dall’incompiutezza dell’ordinamento istituzionale progettato e non dalle sue carenze strutturali. Non hanno dubbi sulla validità di questo progetto europeo – e sulla necessità di completarlo – neanche i partiti progressisti italiani, nonostante passino di sconfitta in sconfitta. Non hanno dubbi, politici e intellettuali progressisti, neppure sul fatto che quel progetto fosse realmente quello che l’Italia (e l’Europa) desiderava, che i cittadini pensavano si stesse realizzando. Non hanno dubbi sul valore e significato del progetto neoliberista per l’Europa che stavano attuandoe nel quale ancora credono.

(Gli interessi di classe si difendono con ostinazione, certo. Ma l’ostinazione può essere il prologo di un disastro. E il disastro c’è stato.)

“The Economist”, il “Corriere della Sera” e la Sinistra italiana

Dopo le elezioni del 4 marzo 2018 il Partito Democratico – il partito che aveva governato nei cinque anni precedenti – ha attraversato una fase di stallo: non riusciva a ridefinire la sua linea politica. Alla fine dell’estate, il giornalista Antonio Polito pubblica un editoriale sulla prima pagina del “Corriere della Sera” nel quale afferma che, per rinnovarsi, il Partito Democratico deve ispirarsi a A manifesto for renewing liberalism proposto da “The Economist” (15 settembre 2018, pp. 41-52). Giornalisti del rango di Antonio Polito si distinguono per la precisione con la quale svolgono i temi. L’editoriale era inappuntabile nella struttura: dopo le sconfitte elettorali degli anni 2016-2018, il Partito Democratico doveva fare l’up-grading del suo programma politico, non cambiare programma. E l’up-grading era appena stato rilasciato da “The Economist” – che quel programma aveva sviluppato e iniziato a commercializzare nel 1843, 175 anni fa.

 La declinazione del liberalismo che segna il giornalismo di “The Economist” è quella del liberismo (e neoliberismo). L’unica tradizione liberale che considerano è quella anglosassone. In Italia hanno prevalso per molto tempo altre declinazioni di liberalismo e a questa semplificazione, liberalismo significa liberismo, non dovremmo credere. Dovremmo essere sempre consapevoli che il termine liberalismo deve essere declinato. Che il suggerimento dato al Partito Democratico di “caricare” l’aggiornamento del programma liberale di “The Economist” appaia sulle pagine del “Corriere della Sera” a firma di uno dei suoi vice-direttori è tuttavia ‘logico’: questo quotidiano ha aderito al paradigma neoliberista e da molti anni ne è diventato una roccaforte, continuando a essere il più autorevole e influente quotidiano italiano.

C’è una frase nel Manifesto che rivela come i neoliberisti usino l’economia – e frasi della stessa struttura logica, che servono a mantenere posizioni di vantaggio intellettuale sul lettore, appaiono da più di un decennio anche sul “Corriere della Sera”. Se il lettore non vi arrivasse in condizione di minorità intellettuale, smetterebbe di leggere dopo avere letto nel pamphlet che: “Economists estimate that, were the world able to accommodate the wishes of all those who wanted to migrate, global GDP would double.” (p. 45). Ci sarebbe bisogno di un Dio capace di rimescolare nello spazio mondiale individui e famiglie. Forse, neanche esiste un Dio così – un Dio che vuole fare questa cosa –, ma ‘gli economisti’ questo calcolo impossibile lo hanno intanto condotto: il prodotto sociale sulla terra è oggi la metà di quello che sarebbe se si riuscisse a rimescolare nello spazio individui e famiglie secondo i loro desideri. Desideri – forse disperazioni – che ‘gli economisti’ conoscono e dei quali sanno derivare le implicazioni. Un’affermazione semplicemente onirica.

A un certo punto, leggendo il Manifesto, il lettore scopre che uno dei capisaldi del liberalismo del XXI secolo dovrebbe essere liberalizzare completamente il mercato del suolo nelle città e tassare la rendita fondiaria. Così semplice? Ho pensato alle politiche abitative a New York, uno dei temi più importanti dell’agenda politica dell’amministrazione in carica: in questa città il 50% del mercato delle abitazioni disponibili per l’affitto è regolamentato e le decisioni di ri-zonizzazione, che permettono di abbattere edifici residenziali esistenti per sostituirli con edifici, sullo stesso lotto, di dimensioni e di valore economico molto maggiore, dipendono da decisioni collettive. Un tema affascinante le politiche abitative di New York dagli anni Sessanta. Ho pensato a New York, la città simbolo del capitalismo nel nostro atlante occidentale, per chiedermi come potrebbero spiegare i neoliberisti il fatto che questa città non segua il modello di regolazione che ora ri-propongono.

Se per il mestiere che fai o per interessi personali disponi di una conoscenza elementare della storia urbana europea giungi alla conclusione che ti sei imbattuto in un esempio di “grado zero del pensiero”. Gli insostenibili costi sociali del paradigma di regolazione che “The Economist” propone sono apparsi evidenti mentre nel XIX secolo nascevano le metropoli in Europa e si apre un capitolo fondamentale della storia sociale europea, nel quale le città, dando un nuovo significato al loro essere civitas, si assumono il compito di regolare lo sviluppo spaziale. Qualsiasi città oggi scegli in Europa tra quelle che stanno consapevolmente costruendo il loro futuro, tra quelle che hanno un benessere più elevato e una maggiore sostenibilità ambientale, il paradigma di regolazione delle trasformazioni urbane non è certo quello che “The Economist” ri-propone e che, secondo ‘gli economisti’, nel caso fosse applicato, farebbe aumentare il prodotto sociale.

Il Manifesto di “The Economist” è il prodotto di un dispositivo retorico che si fonda su uno ‘scientismo magico’. Ha cominciato a funzionare male in Europa, negli ultimi anni. In Italia ha smesso di funzionare, incapace di generare un sufficiente consenso. L’evidenza empirica ha imposto le sue ragioni. Ma per il “Corriere della Sera” e per molti intellettuali liberali che scrivono della crisi italiana e della crisi del progetto europeo sarebbe sufficiente fare l’up-grading del programma neoliberista E chiedono di farlo a chi usava la versione precedente di quel programma, al Partito Democratico.