Recovery Fund e giornalismo

La prima volta l’ho letta sulle pagine del “Corriere della Sera”, in un articolo apparso nell’edizione del 30 settembre dell’anno scorso. Poi l’ho sentita in un giornale radio del mattino, alla fine di dicembre. Nei mesi successivi è affiorata raramente nel discorso pubblico – ma la notizia era vera e decisiva: una parte del Recovery Fund – forse addirittura la metà – l’Italia l’avrebbe utilizzata per progetti già inseriti nel bilancio pubblico, finanziati, ma non ancora realizzati o completati. Utilizzata non per finanziare investimenti aggiuntivi, ma per sostituire debito a debito, una partita di giro per non far crescere ancora di più il suo debito pubblico.

La notizia avrebbe dovuto essere spiegata nel suo significato: i fondi aggiuntivi che si sarebbero riversati sull’economia italiana non erano dell’ammontare che si diceva, ma molti di meno. L’entusiasmo per il Recovery Fund era eccessivo.

L‘entusiasmo sarebbe poi scemato del tutto se il giornalismo italiano fosse stato in grado di far capire ai lettori anche altre due cose.

I fondi del Recovery Fund sono in parte prestiti. I prestiti andranno restituiti, e questo comporterà più avanti una riduzione delle risorse disponibili nel bilancio pubblico per investimenti o spese correnti. Nel dibattito politico sembra che l’unico tema sia come spendere le risorse che arrivano come prestiti e non anche come restituirle. Come per ogni debito che si contrae, l’analisi degli effetti andrebbe condotta sul profilo temporale delle entrate (prestito) e delle uscite (rimborso del prestito).

Anche per la somma che l’Italia otterrà come trasferimenti unilaterali il suo utilizzo non è l’unico tema. Da dove vengono i fondi che l’Unione Europea trasferisce come dono ai Paesi membri? Dai contributi dei singoli Paesi. Una parte dei fondi che l’Italia riceverà con il Recovery Fund li restituirà nei prossimi anni nella forma di contributi al bilancio dell’Unione. Anche se l’Italia riceverà di più di quello che verserà, quello che effettivamente riceverà – e potrà utilizzare per spesa pubblica aggiuntiva – è molto di meno di quanto si dice e si legge.

Falso perfino è far credere che ‘ora’ accederemo ai fondi del Recovery Fund. Dura dal giugno scorso questo ‘ora’, da quando la Commissione Europea ha proposto la misura – e sono già trascorsi otto mesi. E durerà fino al 2027, per tutto il ‘periodo di programmazione’ – ed ogni anno l’Italia avrà a disposizione solo una quota di un totale di molto inferiore a quello che si dice, rispettando le condizionalità, da mettere nel bilancio.

Il Recovery Fund avrà un impatto irrilevante sulla traiettoria di crescita dell’economia italiana. (Comunque – ora conviene chiamarlo con il suo nome: Next Generation EU – non è stato progettato per la ‘crescita’ bensì per lo ‘sviluppo’ dell’economia europea, per iniziare la transizione verso un nuovo modello economico).

Io non so dire quale sia, ma il giornalismo italiano deve avere un problema, e grave, se non riesce a districarsi neanche su una questione così semplice. Sarebbe bastato che un quotidiano, uno soltanto tra i maggiori, avesse chiarito il funzionamento del Recovery Fund per mettere il dibattito pubblico sulla strada giusta.

 

Chi e come

Nel sottotitolo di un libro recente di Robert Reich [1] compare un “chi” e un “come”: chi lo ha fatto, come lo ha fatto. Una lettura molto utile anche se è l’Italia – e non gli Stati Uniti – il Paese al quale pensi. Parla di una verità che si tende a dimenticare: il modello di capitalismo che c’è in un dato momento e in un dato luogo, nei suoi minuti dettagli istituzionali (che sono quelli che contano), è il prodotto di scelte politiche, prosaicamente fatte giorno dopo giorno da chi ha il potere di farle. Scelte che in gran parte non affiorano nel dibattito pubblico. E se lo fanno, lo fanno in modo sfuggente e non è semplice capirne l’importanza.

Il libro di Reich dimostra anche un’altra verità – e lo fa concretamente, dando un nome al “chi” e al “come” nella storia politica ed economica degli Stati Uniti degli ultimi decenni: l’élite (e la super-élite) economica e gran parte dell’élite intellettuale è quotidianamente impegnata in politica. Persegue l’obiettivo che il sistema non cambi fino al punto di mettere in discussione i suoi privilegi – i suoi inauditi privilegi. Quale sia la specifica forma di capitalismo che prevale in un dato momento interessa poco o nulla. L’unica cosa che per essa conta è che sia una forma nella quale i privilegi – anche quelli inauditi – non vengano intaccati. E combatte con intelligenza e competenza per questo obiettivo. Concede strumentalmente quello che c’è da concedere per preservare la sua posizione di privilegio – mostrando un pragmatismo che non ti aspetti (e che scambi per buone intenzioni).

Nei momenti difficili l’élite economica e intellettuale diventa un esercito unito e determinato, esce allo scoperto e cade anche la finzione dei tempi normali, dell’indipendenza di giudizio che avrebbe chi ha il potere di parlare e scrivere, di costruire e de-costruire il dibattito pubblico. L’ordinamento sociale diventa un fatto di natura e la scolastica economica torna a essere la verità.

Interpreto così quello cha accade in questi giorni in Italia – e che è accaduto altre volte dopo il 1989: è caduta ogni finzione di fronte al rischio che il capitalismo italiano degeneri fino al punto di mettere in pericolo lo stile di vita presente e futuro e i piani intergenerazionali dell’élite economica e politica. Il “chi” si è dovuto ora svelare (lo farà per il tempo che serve) e il “come” lo sappiamo già, non è difficile prevederlo.

Il lato tragico in questa vicenda è che quella scritta dopo la caduta del Muro di Berlino è una storia finita, questa sì di storia è finita: la crisi ecologica – i cambiamenti climatici, la perdita di fertilità del suolo – e la crisi sociale travolgeranno nei prossimi anni il meta-modello di capitalismo in cui questa élite ha prosperato, ma che non riuscirà più a difendere con le armi della retorica.

 

[1] Robert B. Reich, The System. Who Rigged It, How We Fix It (London: Picador, 2020).

Paesi che si invidiano

Di un paese si può invidiare il “basso costo del lavoro”? Certo, ad esempio quando il costo del lavoro è basso perché è alta la produttività del lavoro (il valore aggiunto per addetto) e si realizza la combinazione delle economie (o settori) di successo: “costo del lavoro basso, salari alti”. L’Italia potrebbe invidiare la Germania, da questo punto di vista.

Però, il basso costo del lavoro può avere altre ragioni. Ad esempio, potrebbe essere basso perché i salari sono bassi o molto bassi (e lo sono perché il valore aggiunto per addetto è basso oppure perché la distribuzione del valore aggiunto tra salari, profitti e rendita è iniqua). Un paese nel quale il costo del lavoro è basso per queste ragioni non è certo da invidiare.

Oppure sì, se quello che ti attrae è il capitalismo più bieco, più sinistro – che è comunque più o meno quello che abbiamo.

Periferie e politica [II]

Dagli anni Novanta è stato il ‘centro’ e non la ‘periferia’ il focus del discorso pubblico sulle città in Italia, giustificato da un cambiamento sociale profondo: la crescente domanda di urbanità. Che questa domanda sia stata poi declinata secondo il paradigma neoliberale – a Milano più che in qualsiasi altra città italiana – è stata una scelta politica. Rigenerare in primo luogo il ‘centro’ e costruirvi abitazioni per super-ricchi e uffici per la produzione di servizi finanziari – e farlo verticalizzando la città fisica – è un modo specifico di declinare la domanda di urbanità; così come orientare ossessivamente al consumo e allo scambio gli spazi pubblici. Nel modello di città europea l’urbanità non si esprime però soltanto nelle pratiche che si svolgono nel centro delle città, nei punti focali primari. Si esprime anche nelle pratiche che si svolgono nei quartieri e nei vicinati – nelle grandi e medie città, in particolare. Si sarebbe dovuto guardare alla città come sistema, alle città di fatto e quindi agli hinterland, per declinare la domanda di urbanità.

All’inizio degli anni Novanta l’Italia aveva alle spalle quattro decenni di catastrofica espansione della città fisica. Si deve sempre avere sul tavolo almeno uno dei tanti libri che lo hanno raccontato, dimostrato; si deve farlo per avere presente la profondità dei disequilibri territoriali che si erano accumulati e i costi economici e organizzativi che si sarebbero dovuti sostenere per sanarli o mitigarli. Per come erano state male costruite durante la grande urbanizzazione (1950-1990), per come erano state ‘maltrattate’, il compito di rigenerare le città italiane, di farle avvicinare al modello europeo di città era difficile e richiedeva una strategia nazionale, risorse finanziarie e organizzative ingenti. E soprattutto la consapevolezza che le città sono i motori dello sviluppo economico e devono essere manutenute e adeguate.

Nei primi anni Novanta iniziava il declino economico italiano, mentre sotto l’influenza del paradigma neoliberale che stava diventando rapidamente egemone cresceva l’importanza del mercato come dispositivo di allocazione delle risorse. Per una città che presenta profondi disequilibri – come le maggiori città-di-fatto italiane avevano – la combinazione di declino economico e prevalenza del mercato nell’allocazione delle risorse è letale. Il mercato non-regolato cerca la rendita e il profitto, che in metropoli in crisi possono sperare di ottenere solo pochi e selezionati luoghi – soprattutto o esclusivamente nel ‘centro’. Il mercato non ‘vede la città’: di essa ‘vede’ solo quelle parti che hanno un valore finanziario – che sono piccoli frammenti del tessuto urbano in città in stagnazione o declino.

Della crisi delle grandi città italiane il ‘paradigma delle periferie’ racconta ben poco (e quel poco lo racconta male, visti i risultati elettorali della Sinistra, che su questo paradigma ha costruito le sue politiche). Le disastrate morfologie spaziali e sociali che incontri percorrendo le città-di-fatto italiane sono il prodotto di economie urbane ‘sfinite’; sono gli effetti di una base economica debilitata e fragile e di un’organizzazione economica che genera e rigenera disuguaglianze di reddito in una misura oramai incompatibile con un capitalismo democratico. Sono disequilibri cresciuti nell’arco di decenni, che segnano le città in tutta la loro estensione, che richiedono un radicale cambiamento del modello di regolazione economica e spaziale che continuamente li riproduce.

La politica si occupa di riqualificare le periferie, il mercato si occupa di rigenerare il ‘centro’: dentro questa retorica di divisione del lavoro scompare la città, la sua crisi. Credo si debba partire da Torino per capire quali sono i contenuti della ‘questione urbana’ in Italia, oggi.

Periferie e politica [I]

Wasserstadt, Berlino, 2018

Se vivessi nel quartiere di Dahlem, a Berlino, o nel quartiere di Hampstead, a Londra, direi che abito ‘in periferia ‘– nel senso di ‘lontano dal centro’. Darei a questa parola un significato spaziale, che richiama, però, un modo quieto di vivere l’urbanità. Vivere a Dahlem dà tutti i benefici di risiedere a Berlino, così come vivere ad Hampstead dà tutti i vantaggi di risiedere a Londra. La mobilità nel territorio urbano è garantita dal trasporto pubblico; nel quartiere dove vivi ci sono tutti i servizi di base – e la morfologia spaziale permette anche lo sviluppo di relazioni di vicinato, se ne hai bisogno.

Sei nella periferia di Berlino – ‘molto lontano dal centro’ – anche se sei andato a vivere nel nuovo quartiere di Wasserstadt (e probabilmente hai un reddito più basso di chi vive a Dahlem). Lo hai fatto scegliendo un dato modello di vita urbana, il desiderio di un’urbanità segnata da una relazione con la ‘natura’ più intenso (e un bisogno meno forte di frequentare con quotidiana assiduità i punti focali primari della città, che comunque continuano a far parte del tuo areale). Vivi lontano dal centro – in periferia – anche se abiti nel quartiere di Vauban a Freiburg i.B. Hai bisogno di tempo per raggiungere il centro della città, i luoghi del consumo pubblico e dello scambio. Ma abiti un quarterie ‘perfetto’ secondo il paradigma ecologico, che hai scelto per modellare le tue pratiche.

Il termine periferia fa sempre riferimento a una distanza dal centro – e quindi a uno specifico modo di organizzare i tuoi cicli urbani, di interpretare l’urbanità nella città che diventa metropoli – volendo evitare il sovraccarico di ‘eccitazione del sistema cognitivo’ che la metropoli, come George Simmel sottolineava all’inizio del secolo scorso, porta con sé. Volendo anche mantenere un rapporto con la ‘natura’.

Periferia’ non è un termine che ha un connotato negativo per definizione nella storia della città europea. Nella città che cresce e si espande con la Rivoluzione industriale e l’intensa urbanizzazione che ha determinato la regolazione delle espansioni che avvengono per ondate ai margini della città fisica preesistente – quindi ‘lontano’ dal centro – è un tema sul quale le città (e gli stati nazionali) misurano la loro capacità e volontà di governo. Lo puoi svolgere bene, lo puoi svolgere male o molto male.

Nell’immaginario italiano – nel discorso pubblico, in particolare – il termine ‘periferia’ ha sempre un connotato negativo. Il suo uso si è consolidato con riferimento a Roma – alla rovinosa traiettoria di sviluppo spaziale che ha seguito dal 1950. Richiama le espansioni – della città fisica e sociale – realizzate negli anni dalla ‘grande urbanizzazione’: tra il 1950 e il 1980 la popolazione del comune cresce di circa 1,2 milioni di abitanti. Nella maggior parte dei casi le nuove espansioni – le nuove parti – sorgono lontane, anche molto lontane, dal centro della città, male progettate e costruite (nei materiali, nelle architetture, nella morfologia spaziale), con una insufficiente o nulla autonomia funzionale, disconnesse o debolmente connesse con la rete dei trasporti pubblici, in parte abusive, abitate da famiglie con redditi bassi o medio-bassi ma anche da molte famiglie povere fino alla marginalità.

È stato soprattutto il cinema a fissare nell’immaginario nazionale i caratteri delle ‘periferie romane’ facendole diventare ‘le periferie’. Il cinema ha finito per dare un connotato naturalistico a ciò che era un rovinoso fallimento politico.

Il discorso sulle periferie si è consolidato in Italia con riferimento a Roma – benché Roma in tutta evidenza sia un caso a sé. E lo è perché per nessuna altra grande e media città italiana – per Milano, Torino, Napoli, Bergamo, Padova e molte altre città ancora – i confini della giurisdizione comunale definiscono il territorio all’interno del quale si è manifestata l’urbanizzazione e l’opposizione centro-periferia assume un significato. I confini comunali delle grandi città italiane, dagli anni Ottanta, non sono più il territorio nel quale si esprime l’urbanità. Nelle maggiori città italiane le periferie – le parti di città ‘lontane dal centro’ – le devi cercare ai margini delle città-di-fatto, delle metropoli che si sono formate per coalescenza territoriale.

Ti obblighi a cercarle, sbagliando, all’interno dei confini comunali quando guardi il territorio attraverso il filtro delle competizioni elettorali. Togli la distanza dal centro e metti il disagio sociale e l’orientamento di voto alle ultime elezioni per identificare le parti di città alle quali dai (impropriamente) il nome di ‘periferie’. A quel punto le periferie diventano un oggetto di grande interesse politico perché nelle periferie si crede di aver perso o aver vinto l’ultima competizione elettorale. A quel punto, però, hai perso ogni capacità di comprendere la traiettoria di sviluppo della città.

 

PS

Nelle prossime settimane dedicherò alcuni post al tema delle ‘periferie’ come declinate nel discorso pubblico in Italia. Lo stimolo è venuto dalla pubblicazione di un volume curato da Giovanni Laino (Politiche urbane per le periferie (Quinto Rapporto sulle città, di Urban@it), Bologna, il Mulino, 2020). Il discorso sulle periferie è stato egemonizzato in Italia dagli analisti e intellettuali ‘di sinistra’, ma nelle periferie i partiti ‘di sinistra’ non ottengono molti consensi. Credo ci sia una relazione causale tra questi due fatti.