Rumore e confusione a Milano (II)

La profonda e irreversibile trasformazione della morfologia fisica di Milano è nata da un’intenzione e corrisponde a un’altrettanto profonda trasformazione della sua base economica e struttura sociale. Qual era questa intenzione? Far diventare Milano una ‘città globale’!

 

Ma, che significa essere una ‘città globale’? Sembra significhi, sullo sfondo della globalizzazione, che i flussi di spesa – consumo e investimento – che si realizzano in una unità di tempo all’interno del perimetro della città siano in ‘larga misura’ finanziati con reddito prodotto e ricchezza accumulata in altri luoghi, al di fuori dai confini nazionali. Che significa, poi, ‘in larga misura’? Quanto la sua economia deve dipendere dai flussi di consumo e investimento che provengono dall’esterno? E per quanto a lungo, affinché una città possa orgogliosamente dichiarare di essere ‘globale’?

 

Non basta dire che vuoi diventare una città globale, dovresti dire che tipo di città globale vuoi diventare o sei già diventata. Le città globali sono profondamente diverse l’una dall’altra, nella morfologia fisica e nella morfologia sociale. Recentemente, sulle pagine del Corriere della Sera un noto architetto, Carlo Ratti, ha affermato che Milano “non deve farsi perdonare nulla” e che “è l’unica città globale in Italia”. La struttura logica dell’argomentazione mi sfugge (Milano ha veramente molto da farsi perdonare) ma, soprattutto, non capisco che tipo di città globale sarebbe Milano, secondo Ratti. E che tipo di città globale sei te lo dice la struttura socio-economica della città, non le forme dei grattacieli che ti trovi ad osservare in estasi (o perplesso).

 

A Milano, una città con uno dei più grandi “Dipartimenti di studi urbani e architettura” d’Europa, con una rinomata “Scuola di Sociologia urbana” e con un numero imprecisato di autorevoli economisti e scienziati politici, non si è stati in grado in due decenni di articolare e far sedimentare nel dibattito pubblico una riflessione empiricamente fondata su che tipo di città globale stava diventando, sui caratteri che la sua struttura socio-economica stava assumendo. Sul valore sociale della traiettoria evolutiva che stava seguendo.

Comunque, fino a qualche anno addietro si ammiravano le città ‘generative’ e non quelle ‘attrattive’ (o ‘globali’). Le città che erano ‘civitas’ (se non più ‘polis’) e non città che sono nodi, intersezioni di instabili flussi globali.