Rumore e confusione a Milano (III)

Se sei una città globale – o ritieni di esserlo – ci sono cose che non dovresti fare. Se sei una città globale è perché sei capace di intercettare i flussi globali, e quelli ti interessano, non altri. Li studi e provi a farli atterrare entro i confini della tua giurisdizione. (Quali flussi provi ad attrarre è un tema decisivo. Nello spazio globale si muovono flussi molto diversi che, quando arrivano in una città, hanno effetti specifici sulla sua morfologia fisica e sociale.)

 

Se sei una città globale non dovresti competere con il tuo hinterland per attrarre residenti. Se sei una città globale hai già incorporato il tuo hinterland, almeno quello più prossimo ai tuoi confini, nella tua giurisdizione. E ciò che accade lì è importante tanto quanto ciò che accade al “centro”, sono luoghi dello stesso sistema, della stessa città.

 

Se sei una città globale non competi con le altre città italiane per attrarre studenti universitari, e poni un limite alle iscrizioni nei tuoi atenei. Se sei una città globale non competi con le altre città italiane nella produzione dei servizi sanitari d’eccellenza per l’intero mercato nazionale.

 

Se sei una città globale non competi sugli eventi che non appartengono alla tua storia. L’Expo non avrebbe dovuto essere organizzato a Milano e dintorni, piuttosto a Napoli. E Milano – città padana, città di pianura per eccellenza – non avrebbe dovuto chiedere (e ottenere) di entrare nell’organizzazione delle Olimpiadi invernali 2026. Così come gli eventi legati alla promozione del libro e della lettura li dovrebbe lasciare alle altre città.

 

Se sei una città globale e hai la ‘forza’ per intercettare flussi di risorse che si muovono nello spazio globale in cerca di una valorizzazione lasci alle altre città italiane, che questa forza non hanno, pezzi di economia di cui puoi fare a meno.

 

Milano ha iniziato a comportarsi come una città-stato. Non sente come responsabilità morale o politica tenere conto degli effetti delle sue scelte su altre città e territori italiani. All’inizio degli anni Novanta, la civitas di Torino non si oppone, dentro un quadro di incentivi nazionale, alla decisione che una parte del potenziale di investimento del settore privato della città venga investito a Melfi per sostenere l’economia di quel territorio. Trent’anni dopo la “famosa società civile” di Milano non si accorge di quanto sia ridicola la co-partecipazione della città alle Olimpiadi invernali.

 

Anche la libera interpretazione delle norme (nazionali) sulla pianificazione urbanistica è un aspetto di questo sentirsi città-stato. Così come immaginare che Milano “ora deve avere un salario minimo municipale” (sic!), come afferma il consigliere regionale Pierfrancesco Majorino, il quale forse crede che la Lombardia abbia già i poteri di uno ‘stato’ parte di un’Italia federale.

 

Il ‘caso Milano’ solleva questioni politiche ed etiche molto importanti. E di queste si dovrebbe dibattere.