Autore: antonio-calafati

Nostalgie

Nelle ultime settimane tengo sul tavolo un libro di molti anni fa, del 1984: Neutralität für Mitteleuropa. Das Ende der Blöcke – ovvero: Neutralità per l’Europa centrale. La fine dei blocchi. J. Löser e U. Schilling ne erano gli autori, ed era stato pubblicato dalla casa editrice C. Bertelsmann, certamente una delle più importanti della Germania. L’avevo acquistato nel 1985, all’inizio del mio primo lungo soggiorno a Freiburg i.B.

Lo apro a caso, durante la giornata, e rileggo un paragrafo o poche righe, per nostalgia, certo, ma anche come antidoto al veleno che trasuda dal dibattito pubblico sul presente e il futuro dell’Unione Europea.

La normalizzazione dei rapporti con la Repubblica Democratica Tedesca (DDR) e con gli altri Paesi dell’Europa Centrale avviata da Willy Brandt nel 1970 aveva raggiunto a metà degli anni Ottanta un grado che suggeriva nuovi scenari per porre fine alla Guerra Fredda, per far scomparire lo spettro di una guerra nucleare. E l’obiettivo di un Europa centrale neutrale – comprese le due Germanie di allora – sembrava potesse entrare nell’agenda politica. La creazione di un ordine mondiale che avrebbe assicurato la pace in Europa stava prendendo forma.

Poi è accaduto quello che è accaduto. Dopo la Caduta del Muro di Berlino, con il trattato di Maastricht del 1992 inizia, lentamente, il processo di ampliamento ad est dell’Unione Europea, che è avvenuto di pari passo con l’ampliamento ad est della Nato. Tutti i Paesi dell’Europa centrale e orientale che oggi fanno parte dell’Unione Europea sono prima entrati a far parte della Nato e solo successivamente sono stati formalmente ammessi nell’Unione Europea.

Finché non entravi a far parte della Nato non entravi a far parte dell’Unione Europea. (Tra i paesi dell’Europa centrale solo l’Austria ha mantenuto la neutralità, con una decisione di rango costituzionale presa nel 1955).

Il tempo di vedere cadere il Muro di Berlino e svanisce il progetto di un’Europa centrale neutrale – ed inizia la decostruzione del progetto europeo. Abbiamo poi smesso di chiederci perché siamo sul sentiero in cui siamo. Perché?

Ho nostalgia degli anni Ottanta del secolo scorso, per il pensiero che prendeva forma sui temi del disarmo, della difesa degli equilibri ecosistemici, della giustizia economica nelle relazioni internazionali. Si aspettava che il Muro di Berlino cadesse, ma non era quello che è oggi sotto i nostri occhi lo scenario che si pensava avrebbe preso forma.

Guerra totale

Avrei voluto poter guardare negli occhi i giornalisti e analisti che questa mattina, nella trasmissione “Radio anch’io” (Radio 1), usavano le espressioni “guerra totale” e “alternativa nucleare”. Che le usavano per descrivere scenari e opzioni politiche da considerare nel conflitto con la Russia.

Ce ne saranno grati

La ‘prossima generazione’ ce ne sarà grata. Ci sarà grata della lungimiranza che ‘noi’ stiamo dimostrando, ora, aumentando la spesa militare, riarmandoci. Sarà necessario farlo indebitandosi sui mercati finanziari internazionali, perché sarebbe difficile trovare spazio nel bilancio pubblico dell’Italia e degli altri paesi dell’Unione Europea per una spesa militare di molto maggiore di quella che già si fa.  Alla prossima generazione sarà lasciato un debito pubblico ancora maggiore, ma è il prezzo che pagherà per vivere in una società libera: il prezzo della libertà. E sarà orgogliosa di ‘noi’, della nostra capacità di costruire il loro futuro, nella libertà.

(Certo, coraggiosi non possiamo dirci: perché le risorse per riarmarci le potremmo ricavare riducendo i consumi oggi, non quelli della prossima generazione.)

Per il mestiere che ho svolto la ‘prossima generazione’ l’ho avuta difronte per tanti, tanti anni. Non era una categoria astratta, si materializzava ogni volta come una classe di studenti – persone con un nome e un cognome, adulti secondo i criteri del nostro atlante occidentale. E quando hai lì davanti chi della prossima generazione fa parte, l’idea che tu possa decidere per loro la società nella quale vorranno vivere – e persino che tu sappia in quale società vorranno vivere prima di loro, meglio di loro –, semmai ti sia venuta, ti apparirà stravagante e forse anche un po’ ridicola.

La prossima generazione che ci sarà grata per il riarmo già esiste. Perché non chiederglielo, allora, cosa pensa del riarmo in Europa? E forse ci dirà che non crede affatto nella relazione causale tra l’aumento della spesa militare oggi e la loro libertà domani, e che il riarmo proprio non lo vuole. E forse ci dirà anche che farlo scaricando su di essa il debito pubblico necessario è arroganza, un esercizio di potere.

Se invece ci dirà che ne è solo felice, e non aspettava altro che una manifestazione concreta della nostra lungimiranza, e capacità di interpretare i loro pensieri e desideri, avremo la legittimità politica e morale di farlo.

L’élite intellettuale e politica che nel dibattito pubblico sta costruendo il consenso sul riarmo dell’Italia e dei Paesi dell’Unione Europea – e che dice ‘noi’ – per conto di chi parla? Quale generazione crede di rappresentare? E di quale generazione crede di interpretare pensieri e desideri?