Categoria: Democrazia

Quello che vedo, quando guardo

Il mio precedente post – Il mercato del lavoro degli altri – è stato ri-pubblicato, come parte di un post di Stefano Cardini,  sul portale del Phenomenology Lab (Università Vita-Salute San Raffaele) diretto da Roberta De Monticelli.

Il post è stato commentato dalla De Monticelli – commento al quale sia io che Stefano Cardini, abbiamo replicato.

Qui sotto trovate la mia replica – ma potete seguire la discussione direttamente sul portale del Phenomenology Lab.

(Nel mio post precedente ho usato il termine ‘mercato’ come sinonimo di ‘mercato competitivo’ – che l’uso corrente. Gli economisti – almeno quelli che hanno studiato Karl Polanyi – distinguono accuratamente tra ‘mercato’ e ‘mercato competitivo; ne parlerò in un prossimo post, perché mi accorgo che è una fonte di equivoci.)

 

***

“Il mio mestiere non è riflettere sui dilemmi filosofici del pensiero liberale, bensì sui caratteri concreti – contingenti – dell’organizzazione economica, del capitalismo. L’economia come scienza sociale nasce con Adam Smith che fissa nel suo statuto disciplinare lo ‘sguardo etico’. Uno sguardo che è lo stesso che ha Alexis de Tocqueville mentre visita Manchester al culmine della Rivoluzione industriale – negli stessi mesi in cui lo fa Friedrich Engels, inconsapevoli l’uno dell’altro. E vacillano i suoi principi liberali difronte a quello che vede. Lo sguardo etico dell’economia che consolida e raffina non crea imbarazzi a John Stuart Mill, perché il suo liberalismo, per quanto elitario, già inclina al sociale, e crede nella capacità che ha la democrazia di regolare il capitalismo. Il seguito lo sappiano: abbandonare lo sguardo etico – come suggerisce Hayek – o smettere di guardare, perché la perfezione del capitalismo la puoi kantianamente dimostrare rimanendo seduto sulla poltrona filosofica, come suggerisce la ‘scolastica economica’? Questo è il dilemma dei liberali (filosofico? morale? politico?).

Quello che io vedo, guardando con i miei occhi, all’occorrenza attraverso gli obiettivi della mia macchina fotografica, e la materializzazione di ciò che racconta l’evidenza empirica che l’Istat – e molti altri centri di ricerca – mette quotidianamente sul tavolo (o sullo schermo) di chiunque sia interessato: una catastrofe sociale e morale. E quello che vedo mi fa dire che un capitalismo così – il capitalismo che la Sinistra italiana ha costruito con le sue mani dopo il 1989 – la democrazia italiana non lo regge.

E seguo Raymond Geuss (Not Thinking like a Liberal, The Belknap Press, 2022) nel pensare che l’intersezione tra democrazia, liberalismo e capitalismo che si presenta come una “anti-ideology par excellence” è in effetti una “total ideology”. Alla quale ha aderito, perdendosi, l’élite intellettuale e politica della Sinistra italiana.”

Il mercato del lavoro degli altri

1.

Escluso l’intermezzo del Governo Conte I (giugno 2018-agosto 2019), il Partito Democratico è stato costantemente al Governo dal 2013. Ha promosso il Jobs Act – la più recente delle forzature mercatiste che via via hanno trasformato le relazioni di lavoro in Italia dagli anni Novanta –, poi approvato nel 2015 durante il Governo Renzi. Ma per sette anni – lunghi e dolorosi per chi ha subito le conseguenze della legislazione introdotta con il Jobs Act – lo ha difeso.

Il Movimento 5 Stelle è stato costantemente al Governo dal 2018 – in una posizione dominante in Parlamento. Dal settembre 2019 al gennaio 2021 (Governo Conte II) lo è stato assieme al Partito Democratico. Non ha mai sollevato il tema del cambiamento dei fondamenti giuridici delle relazioni di lavoro – o proposto l’abolizione del Jobs Act.

La Sinistra italiana ha iniziato a modificare la legislazione sulle relazioni di lavoro in senso mercatista a metà degli anni Novanta, con il Governo Prodi. Ora si dovrebbe rivedere l’intera legislazione sulle relazioni di lavoro – e non solo abolire il Jobs Act. Ma nessuna coalizione, movimento o partito – e certo non il Partito democratico – ha intenzione di riaprire uno dei capitoli fondamentali della crisi sociale e morale dell’Italia: la spietata legislazione delle relazioni di lavoro.

2.

La maggior parte di chi ha un lavoro oggi in Italia “non sta sul mercato del lavoro”. Non ci sta l’élite politica, giornalistica e accademica che governa la legislazione del mercato del lavoro, che partecipa e segna il dibattito pubblico su questo tema. Non ci sono anche i magistrati e i professori universitari, la burocrazia nazionale e locale, gli insegnanti, molti occupati nei servizi, nella manifattura e nell’agricoltura. Ed è giusto che sia così. Perché il lavoro non è una merce e non può essere scambiato sul mercato. E dopo la Seconda Guerra mondiale – dopo i drammi del “secolo degli estremi” (Eric Hobsbawm) – il ‘mercato del lavoro’ era stato lentamente cancellato come dispositivo che governa le relazioni di lavoro – mentre si consolidava il ‘capitalismo sociale’. Sostituito dalla contrattazione collettiva, che fissa salario e condizioni di lavoro – sulla base dei quali ogni persona presta il suo lavoro. Giusto così – ma, allora, nessuno dovrebbe essere costretto a stare sul mercato d lavoro.

Dopo il 1989, in Italia l’élite intellettuale e politica della Sinistra ha iniziato a credere negli effetti benefici di mettere sul mercato del lavoro, settore per settore, un sottoinsieme sempre più numeroso di lavoratori. Cambiamento normativo dopo cambiamento normativo, ha fatto aumentare il numero di persone costrette ad andare sul mercato del lavoro per sopravvivere – letteralmente per sopravvivere. Ma sono “gli altri” ad essere stati scaraventati sul mercato del lavoro, costretti a lavorare in condizioni di incertezza esistenziale ed economica che già all’inizio dell’Ottocento apparivano inaccettabili.

Il mercato del lavoro di cui parlano i leader politici e i disorganici intellettuali della Sinistra italiana è il mercato del lavoro “degli altri”. “Gli altri” devono stare sul mercato del lavoro.

 

Il PNRR si può modificare

Credo che nessuno sappia come la Destra modificherebbe il PNRR se il 25 settembre vincesse le elezioni – ha annunciato che lo farà. Credo anche che non lo sappia neppure la Destra stessa. Ma, se andrà al governo avrà il tempo per decidere e attuare le modifiche che intende fare.

La tecnostruttura politica, giornalistica e accademica liberista che ‘governa’ l’Italia, nella quale il Partito Democratico si identifica completamente (ne è il motore politico, in verità), può affermare che la Destra modificherà il PNRR in peggio. Non dovrebbe dire, però, – ma continua a ripeterlo con ostinazione – che il PNRR non può essere modificato. Non lo dovrebbe dire perché è falso. Il PNRR può essere modificato, adeguato alle nuove condizioni, come sempre si è fatto. Ridiscutere in corso d’opera l’impiego delle risorse dei fondi strutturali e della politica agraria – le principali componenti del Bilancio dell’UE – lo si è sempre fatto. Con i drammatici eventi che stanno sconvolgendo l’economia europea (e mondiale) lo si dovrà fare e lo si farà.

Come si fa a dire, credendoci, che non si dovranno spostare le risorse del Bilancio Europeo 2021-2027 – e quindi del PNRR – su misure che compensino gli effetti sociali ed economici della crisi energetica?

La Sinistra italiana – ma anche il Movimento 5 Stelle – ha mistificato senza imbarazzo e pudore il significato e la portata del PNRR mentre lo costruiva durante il Governo Conte 2 e il Governo Draghi, e ora continua a farlo affermando che “non si può modificare”. Della mistificazione del PNRR avevo discusso in un breve saggio ­ – “La Sinistra italiana e il PNRR” – che ho pubblicato più di un anno fa sul portale della “Casa della Cultura” di Milano. Scrivevo che il PNRR non avrà neanche lontanamente gli effetti sul reddito e sull’occupazione annunciati;  che è soprattutto un piano marcatamente liberista di riforme dei fondamenti giuridici del capitalismo italiano; che la condizionalità – riceveremo trasferimenti e prestiti solo se si attuano le “riforme” – era solo retorica, gioco delle tre carte, e che diventa persuasiva in un Paese con un dibattito pubblico allo sbando. (Secondo l’architettura dell’Unione Europea, non esiste – non può esistere – nessuna condizionalità generale sui fondi del Bilancio europeo (e il PNRR e parte del Bilancio europeo).)

Si può anche ritenere che la Destra, una volta al Governo, farà naufragare l’economia italiana, ma opporsi ad essa in campagna elettorale con argomentazioni artefatte non conduce da nessuna parte (ed è moralmente riprovevole).

Quali sono le modifiche che la Sinistra – la sua tecnostruttura – teme che la Destra attui? Il non dirlo (nessuno dei suoi leader lo ha detto) equivale a farne solo una questione di (non dimostrata) ‘incompetenza’: come dire, qualsiasi cosa faranno, sbaglieranno (tecnocrazia per sempre, quindi?). Dare agli altri dell’incompetente tradisce, spesso, la propria arroganza intellettuale. Ma può essere anche un modo per de-politicizzare le scelte pubbliche: l’Agenda Draghi, tecnocrazia per sempre, appunto.

Non è il naufragio della Sinistra quello che abbiamo sotto gli occhi, perché c’è già stato. Sono voci dall’isola deserta dove sono approdati i suoi leader quelle che si sentono.

 

 

Il capitalismo italiano finirà male

Ascolti un leader di partito – uno qualsiasi dei tanti che lo fanno – scagliarsi contro misure di redistribuzione della ricchezza finanziaria e reale nell’Italia di oggi – un Paese con uno stock di ricchezza privata strabiliante, fuori scala secondo qualsiasi criterio di sostenibilità economica. Ascolti il giornalista – uno dei tanti che lo fanno – che, ugualmente, si scaglia – perché lui è un ‘liberale’ – contro l’idea stessa che in un’economia capitalistica lo Stato possa dare una misura equa alla distribuzione della ricchezza. Senti definire “invidia sociale” la motivazione che sarebbe all’origine del progetto di rendere più equa la distribuzione della ricchezza. Con molta frequenza, in queste settimane di campagna elettorale, ascolti e leggi di riflessioni che interpretano la ricchezza privata – la ‘proprietà’ – in un’economia capitalistica come intoccabile.

Ma da dove viene questa idea, proposta come una verità, come indiscutibile? Certo, non dagli scienziati sociali – filosofi, economisti, sociologi, antropologi –, universalmente considerati i maggiori interpreti del capitalismo dalla fine del Settecento fino ai nostri giorni. Molti di essi liberali per convinzione e generale acclamazione.

Certo, questa sacralità della ricchezza privata non ha origine nel pensiero di Adam Smith che ci ha insegnato in cosa consiste ‘lo sguardo etico sul capitalismo’. Certo, non in John Stuart Mill, che ha intrecciato per sempre etica, economia, politica. Certo, non in Karl Marx che, come in tutta la riflessione economica che lo ha preceduto, identificava il capitalismo nella sua capacità di generare investimento reale – nella sua capacità di accumulazione di macchinari e conoscenza (non di ricchezza privata). Certo, non in John M. Keynes che del detentore di ricchezza presagiva l’eutanasia. Certo, non in Joseph A. Schumpeter… Certo, non in John Rawls, che riprende il filo del discorso della relazione tra democrazia e capitalismo ancorandolo alla giustizia distributiva. Si potrebbe continuare a lungo, molto a lungo richiamando le profonde e autorevoli riflessioni sul capitalismo e sulla sua relazione con la democrazia liberale che si sono susseguite, e che non giustificano in nessun modo lo stock di ricchezza privata e la sua distribuzione che si ha oggi in Italia.

I veri (e incosapevoli) anticapitalisti in Italia sono gli intellettuali e i politici che hanno trasformato in un tabù la redistribuzione della ricchezza privata – praticamente tutti i partiti e movimenti che hanno un minimo (minimo) di seguito (e i loro disorganici intelettuali). Che non hanno idea di cosa sia e come funzioni il modello di economia che governano. Il capitalismo italiano finirà male.

Tempo 100

1.

Ascolto un breve video, frammento di una trasmissione televisiva, nel quale un autorevole esponente della Sinistra radicale italiana – che ha recentemente scoperto l’ambientalismo – solleva il problema dei ‘limiti’ da porre ai voli privati. Gli sembra un tema importante, sul quale vuole “avviare un dibattito”. Esprime le esternalità negative dell’uso dei voli privati in termini di emissioni di CO2, e fa le solite comparazioni: un volo (non si capisce quanto lungo) immette nell’atmosfera una quantità di CO2 pari a quella che immettono in un anno per ragioni di mobilità un certo numero di persone ‘normali’, che certo non hanno le possibilità economiche per acquistare o affittare un jet privato.

Non ho nulla da obiettare alla limitazione dei voli privati, ma il tema mi sembra astratto, irrilevante e fuorviante. Sono ben altre le disuguaglianze economiche che la Sinistra dovrebbe provare a ridurre, che in una campagna elettorale così importante come quella in corso dovrebbe annunciare di voler ridurre. Ad esempio, in un Paese con una disparità nella distribuzione della ricchezza reale e finanziaria tra le pù elevate tra i Paesi con un reddito pro-capite elevato, un ‘dibattito da avviare’ – che ti aspetti che la Sinistra avvii – dovrebbe avere come oggetto l’introduzione di una ‘patrimoniale’ (che non è un aumento della tassazione della ricchezza, ma una  redistribuzione della ricchezza). Ma in un Paese nelle condizioni dell’Italia sarebbero molti altri i temi sui quali la Sinistra dovrebbe ‘avviare un dibattito’ – e fare proposte precise.

2.

Ascoltare quel video mi ha comunque suscitato un ricordo. A metà degli anni Ottanta mi esercitavo nello studio del tedesco leggendo un libro che proponeva brevi testi che affrontavano temi del dibattito pubblico di quegli anni, e uno di essi aveva come titolo “Tempo 100”. Illustrava la proposta degli ambientalisti tedeschi di fissare in 100 km/h la velocità massima delle auto, su qualsiasi strada (autostrade comprese). Di questo parlavano gli ambientalisti, allora.

A metà degli anni Ottanta la drammaticità della crisi ecologica era un fatto chiaro. Si disponeva già dell’evidenza empirica necessaria per capire che la traiettoria di crescita economica nelle democrazie liberali era insostenibile. E il movimento ambientalista proponeva misure drastiche così come richiesto dalla gravità della situazione e della sua prevedibile evoluzione. Era il momento di fermare la ‘Grande accelerazione’. Introdurre il “Tempo 100” avrebbe significato modificare alla radice la traiettoria tecnologica dell’industria automobilistica e le pratiche d’uso dell’auto privata. Sarebbe stato l’inizio di una rivoluzione – e un cambiamento pofondo della struttura sociale ed economica era necessario per affrontare la crisi ecologica.

3.

Una rivoluzione ancora più profonda ed estesa sarebbe necessaria oggi. Ma trenta anni dopo, sull’orlo di una crisi ambientale irreversibile e apocalittica, in Europa ci si eccita per le auto elettriche – meno CO2, ma velocità e accelerazione ‘eccezionali’! –, dimenticandosi delle esternalità negative di questa ‘nuova’ tecnologica. Trenta anni dopo, la Sinistra italiana si crede ambientalista perché ‘apre un dibattito’ sui voli privati.

Come minimo, mi sarei aspettato di trovare nel programma della Sinistra la proposta del “Tempo 100”. In verità, mi sarei aspettato di trovare almeno l’eco dei temi posti dall’ecologia politica – già molti, molti anni fa.