Forzature tecnocratiche

Il Next Generation EU è certamente un programma di spesa pubblica: risorse finanziarie che sono nella disponibilità dell’Unione Europea vengono distribuite ai Paesi membri secondo i criteri che l’Unione Europea stessa decide. I Paesi membri ricevono le risorse presentando un ‘piano di azione’ – Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) – che la stessa Unione Europea approva.

 

Il NGEU è un programma di spesa che fa parte del Bilancio dell’Unione Europea. La provenienza delle risorse finanziarie di cui dispone questo programma, i criteri di assegnazione ai singoli Paesi delle risorse, il modo in cui i singoli Paesi redigono e attuano il programma di spesa non sono gli stessi degli altri programmi di cui si compone il Bilancio Europeo. E questa diversità ha un profondo significato.

 

Nel dibattito pubblico italiano tutta l’attenzione è sull’ammontare di risorse finanziarie che il NGEU ‘mette a disposizione’ del nostro Paese. Dopo trenta anni di ‘crisi fiscale’ continua, di lotta quotidiana per fare quadrare i conti del Bilancio pubblico, la società italiana ‘non ragiona più’, è in uno stato costante di necessità, di ansia. Non ‘ragiona più’ neppure su come l’Unione Europea sta cambiando e che cosa questi cambiamenti significano per la sua democrazia, per la sua traiettoria di sviluppo economico. Così confusa dal bisogno che non si discute e riflette neanche sul fatto che gran parte delle risorse che arriveranno con il NGEU dovranno essere restituite. L’importante è averle, subito.

 

Alla Commissione Europea non si può rimproverare una carenza di trasparenza. Un recente documento ufficiale della Commissione – ma ce ne sono molti altri che hanno la stessa funzione – spiega molto bene la struttura del Bilancio Europeo 2021-2027[1]. Sarebbe compito del giornalismo riportare la società italiana a pensare, ad alimentare una riflessione pubblica sul significato del Bilancio appena approvato interpretando e traducendo nel linguaggio del dibattito pubblico le sue implicazioni – e le sue premesse teoriche e ideologiche. Fare sentire un cittadino all’altezza del dovere della cittadinanza che gli si chiede di adempiere, mettendo in circolazione giorno dopo giorno informazioni e frammenti di conoscenza che alimentino l’intelligenza della democrazia.

 

Sarebbe stato compito del giornalismo, ad esempio, mettere in evidenza la ‘forzatura tecnocratica’ che si è introdotta con il NGEU – e che in Italia si è espressa in forma estrema con il PNRR presentato all’approvazione dell’UE. Da una parte, un piano di spesa definito direttamente dal Governo centrale, sotto la regia del Primo ministro. Un grado di centralizzazione e accentramento del potere decisionale che era del tutto estraneo alle tradizionali modalità di formazione dei piani di spesa dei precedenti Bilanci europei. Dall’altra, l’introduzione di una ‘condizionalità generale’: le risorse arrivano solo se si faranno dei cambiamenti nei fondamenti giuridici (leggi e regolamenti) che regolano l’interazione sociale ed economica. Una forma di condizionalità che introduce una cesura profonda nelle modalità di evoluzione dell’ordinamento istituzionale dell’Italia (e non solo).

 

Una ‘forzatura tecnocratica’ consapevole quella alla quale stiamo assistendo? L’unico modo per governare il nostro capitalismo? Oppure non abbiamo capito cosa sta accadendo, a quale cultura politica abbiamo affidato la transizione ecologica e sociale. E neanche ci interessa capirlo.

 

 

 

 


[1] European Commission. 2021. “The Eu’s 2021-27 Long-Term Budget and Nextgenerationeu. Facts and Figures,” Brussels: Luxemburg Publications Office of the European Union,

 

Inverosimili rivoluzioni

Nel 2014 esce in traduzione italiana un breve libro, pubblicato l’anno prima in Germania, con un titolo evocativo: Manifesto per un’Europa ugualitaria. Come evitare la catastrofe [1]. Nella recensione subito uscita su “il Manifesto” si leggeva: “C’è però sempre un elemento di forzatura e di sia pur generoso idealismo nel tracciare i contorni di una futura società giusta. Tanto più quando incerto è il come rovesciare i rapporti di forze che sostengono l’assetto attuale, e problematico l’agire di concerto delle molteplici soggettività politiche «antisistema»…”. Un giudizio garbato per alludere al fatto che non c’era nessun realismo nella proposta politica degli Autori del libro..

Nelle prime 90 delle 140 pagine del libro gli Autori propongono una ‘teoria generale’ della crisi economica e sociale del capitalismo europeo. Di questa teoria si può fare diversi utilizzi: prenderne delle parti perché le si ritiene corroborate, trattarla come una traccia per approfondimenti, provare a integrarla. Una lettura certamente utile, anche se non se ne condivide la struttura. Pone l’attenzione su nessi causali che dovrebbero essere al centro dell’attenzione nella ricerca scientifica, nel dibattito pubblico, nelle agende dei governi. Nessi causali che pongono in primo piano il carattere politico dei cambiamenti dell’ordinamento istituzionale nello spazio europeo.

La seconda parte del libro è quella più significativa però. Nelle 50 pagine finali, quelle che contengono la parte propositiva – il Manifesto per un’Europa ugualitaria –, gli Autori abbandonano la prospettiva analitica ed empirica e si mettono a delineare l’architettura di un Europa ugualitaria. Ciò che colpisce di queste pagine non è la radicalità della proposta politica, bensì l’assenza di qualsiasi principio di realtà. Si inizia proponendo la dissoluzione degli stati europei e si continua affastellando fantastici cambiamenti nell’ordinamento sociale da realizzare con azioni di insubordinazione fino allo “sciopero generale dell’intera Europa”. Ma bisogna leggerle queste pagine per capire a che livello di irrealtà ti può portare il “generoso idealismo” degli Autori di questo Manifesto.

(L’abolizione degli stati nazionali è il primo punto nell’agenda neoliberale. Quando negli anni Trenta tra l’Austria e la Svizzera si consolida la rete di studiosi che gettano le basi del paradigma neoliberale sono gli stati nazionali a essere individuati come il principale ostacolo al modello di società e di economia che volevano vedere realizzato. E che si è realizzato, perché la globalizzazione – attraverso l’Unione Europea – ha tolto agli stati sfere centrali della sovranità nazionale.)

Il libro è anche una riflessione sul naufragio della Sinistra riformista in Europa – partiti ex-comunisti inclusi. A naufragare non è stata però soltanto la Sinistra riformista, come gli Autori del libro provano a dimostrare. Se arrivi in fondo capisci che a naufragare è stata anche la Sinistra radicale, che non riesce a trasformare l’analisi in concreto progetto politico.

Come è possibile che un partito della ‘sinistra radicale’ non abbia oggi in Italia almeno il 20% dei voti – con la crisi sociale, economica, ambientale e morale nella quale si trova il Paese? Come è possibile, proprio per l’analisi della crisi presentata nella prima parte del Manifesto per un’Europa ugualitaria, che la Sinistra radicale non abbia un rilevante peso politico nei paesi dell’Unione Europea?

Forse la risposta è proprio nella seconda parte del libro: la Sinistra radicale non crede nell’intelligenza della democrazia (come i neoliberali si potrebbe aggiungere!), non ha la pazienza della persuasione, confonde la dimensione intellettuale con quella politica. Propone inverosimili rivoluzioni.

 

[1] Roth, Karl H. and Zissis Papadimitriou. 2014. Manifesto Per Un’europa Ugualitaria. Come Evitare La Catastrofe. Roma: DeriveApprodi.

Perché continuare a crederci?

Come per tanti altri della mia generazione, l’Europa è entrata nella mia vita in modo naturale, attraverso un processo che si potrebbe definire di ‘educazione incidentale’. Negli anni Settanta l’Italia era ritornata a essere culturalmente un Paese profondamente europeo. Entravi in una libreria e attraverso i libri e le riviste che sfogliavi ti trovavi con o senza intenzione a Vienna, Praga, Berlino, Londra ….

L’Europa è entrata poi nella mia vita negli gli anni che ho trascorso all’estero, nel Regno Unito e in Germania, per ragioni di studio e di lavoro – di nuovo, come per molti della mia generazione. E si era già preparati perché eri cresciuto in un paese intimamente europeo.

Nella mia vita professionale l’Europa è entrata nella seconda metà degli anni Novanta, partecipando ad alcuni progetti di cooperazione transnazionale che dovevano aprire la strada all’ampliamento a Est dell’Unione Europea, avvenuto nel 2004 con l’entrata di Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Slovenia e altri Paesi ancora. Erano anni ancora segnati dall’azione di Jacques Delors alla Presidenza della Commissione Europea, gli anni del Progetto Europeo che si consolidava come progetto sociale e democratico. Ed erano anni di entusiasmo europeista. L’ampliamento a est ha avuto un significato speciale. Il confine che divideva l’Europa ea sentito come ‘inammissibile’, e per chi abitava territori emotivamente e cognitivamente integrati da sempre, i decenni di separazione erano stati un corpo a corpo quotidiano con la tragicità della storia. Il disfarsi di un confine innaturale e il ritorno in Europa erano un fatto straordinario, per tutti.

Anche l’unificazione monetaria all’orizzonte era motivo di fiducia.

La ‘svolta neoliberale’ stava prendendo forma, ma non credevo potesse prevalere. All’inizio degli anni duemila, quando all’Università di Jena tenevo corsi sull’integrazione economica europea a studenti che in gran parte erano nati nella ex-DDR, il Progetto europeo era quello che Jeremy Rifkin avrebbe chiamato nel suo libro del 2004 il Sogno europeo. E nel 2002, presentando a Torino un rapporto alla Fondazione Agnelli sull’ampliamento a est – che la stessa Fondazione mi aveva richiesto – guardavo al Progetto europeo con lo stesso entusiasmo di chi come a me (ungheresi, cechi, slovacchi, sloveni …) lavorava ai progetti preparatori all’accesso dei Paesi dell’Europa centrale e orientale. Credo sia stato proprio in quella circostanza, però, riflettendo sulle reazioni al mio intervento, che ho iniziato a capire che l’élite intellettuale liberale era diventata neoliberale e che era iniziata la de-costruzione del Progetto europeo.

Di passi avanti nella de-costruzione del Progetto Europeo ne sono stati fatti molti da allora e chiedersi oggi “ma che significa stare nell’Unione Europea?” non è più una domanda con una risposta facile.

Piccole e grandi doti (economiche)

Gli economisti della scolastica neoliberista credono sia sufficiente dire che una società è composta da un ‘certo numero di individui’ per costruire i loro modelli. A volte riescono a fare un passo avanti e introdurre delle caratteristiche di questi ‘individui’ che permettono di raggrupparli per categorie. Negli ultimi giorni in Italia è salita alla riballata la categoria dei “diciottenni”. Categoria certo utile: secondo la nostra legislazione i diciottenni sono maggiorenni – con tutte le implicazioni che la legge prevede, compreso il fatto che votino.

Ai diciottenni un partito politico propone, ora, che lo Stato assegni una ‘dote’ di 10.000 euro. Proposta difficile da comprendere perché il significato che questa dote può assumere per chi la riceve non dipende dall’età. Qui si manifesta uno dei fondamentali limiti del paradigma neoliberista: rappresentare il comportamento dell’individuo al di fuori della rete sociale nella quale è incastonato, pensare l’individuo al di fuori della sua cultura, delle sue meta-preferenze – che sono un fatto sociale.

Che uso possono fare della dote un diciottenne di una famiglia del sottoproletariato di Napoli, di una famiglia della borghesia professionale di Torino, di una famiglia di piccoli imprenditori marchigiani o di una famiglia di pastori della Sardegna e così via? Di una famiglia che ha una ricchezza reale o finanziaria elevata, di una famiglia che non ha alcuna forma di ricchezza o una ricchezza negativa? Di una famiglia con uno o entrambi i genitori disoccupati, di una famiglia con entrambi i genitori con occupazioni stabili e salari elevati?

Tutti i diciottenni hanno 18 anni, ma sono profondamente diverse le loro condizioni economiche e gli obblighi morali che da quelle condizioni si generano nei confronti della loro rete sociale, della famiglia prima di tutto. La relazione tra la dote che dovrebbero ricevere e i loro piani di vita è molto complessa.

Le famiglie che hanno un reddito e ricchezza sufficienti trasferiscono ai figli ben altre somme nella fase che prelude alla loro emancipazione professionale, personale e psicologica. In Italia, 10.000 euro, la dote che il Partito Democratico propone, non sono neanche sufficienti a coprire le tasse universitarie della Triennale e della Magistrale. In una società con disuguaglianze economiche profonde e persistenti – la situazione attuale dell’Italia – a cosa può servire una “dote di 10.000 euro ai diciottenni”?

Il fatto che in Italia i ‘liberali’ credano di mettersi la coscienza a posto, e sentirsi figli legittimi di John Stuart Mill (molto citato in questi giorni), con una misura del genere è un’altra ragione per diffidare di chi si dice liberale.

E poi, perché non dare questa dota a un quarantenne o una quarantenne senza lavoro e con coniuge e figli a carico?

 

PS

La necessità di patrimoniali occasionali o sistematiche dovrebbe essere considerata ovvia in Italia per molte ragioni – soprattutto da chi difende il capitalismo come modello economico e sociale. Ma questa è un’altra storia che non c’entra nulla con la ‘dote ai diciottenni’.

La crescita di cosa?

L’influenza che il ‘paradigma della crescita economica’ ha esercitato dalla fine della Seconda Guerra Mondiale è stata profonda, tanto profonda da consolidare la generale convinzione che la crescita economica sia un ‘fine assoluto’, la soluzione per ogni dis-equilibrio economico e sociale.

Che cosa è, che significato ha, che nome ha questa ‘variabile’ della quale ci interessa che il suo valore cresca nel tempo e che cresca il più possibile, per la quale sono state elaborate molte teorie, tra le più ‘sofisticate’ della scienza sociale? Il suo acronimo lo conoscono tutti, Pil, e quasi tutti lo sanno espandere, prodotto interno lordo. Tutti sembrano sapere che il Pil è il nome di una variabile che esprime una caratteristica di un insieme di individui in relazione a un territorio: il Pil di una città, di Milano, ad esempio; oppure il Pil di una Regione, della Lombardia; oppure il Pil di uno stato-nazione, dell’Italia. Tutti sembrano sapere che si può parlare di Pil pro-capite e di Pil totale (Pil della Regione Lombardia e Pil medio dei suoi abitanti).

Per esperienza so che gran parte dei giornalisti e politici che considerano l’aumento del Pil un ‘fine assoluto’ non saprebbe spiegare perché lo considerano tale – se non dicendo che è stata la comunità scientifica a dimostrarlo. Quando ne scrivono o ne parlano fanno evidente mostra di non sapere di cosa stanno scrivendo o parlando. Il cittadino comune legge o ascolta di variazioni del Pil che deludono o che entusiasmo, di ‘ricette’ per la crescita economica. Neanche lui saprebbe dire nulla (ma proprio nulla) sul significato di questa variabile. Si affida anche lui a un sapere generale.

Un tema fondamentale e affascinante – che non so svolgere, però – è come sia stato possibile che la crescita economica sia diventata un “fine assoluto” e che l’aumento del Pil sia diventato la prima preoccupazione nell’agenda politica dell’Italia, dell’Unione Europea, degli Stati Uniti, … Si dovrebbe dire, in verità, come sia stato possibile che il Pil sia ridiventato la misura fondamentale delle prestazioni di un sistema territoriale – anche dopo che era diventato chiaro (a molti economisti) già negli anni Settanta che i cambiamenti nella struttura e organizzazione della società lo rendevano una misura priva di senso. (E ancora più priva di senso sarebbe diventata come conseguenza delle trasformazioni della società nei decenni successivi.)

Nella Conversazione su “Economia, società e natura” di lunedì scorso, mentre si discuteva dei limiti della crescita economica, a un certo punto Tommaso Luzzati ci ha mostrato il grafico del profilo temporale nell’uso di energia a livello globale, commentando che c’era poco da aggiungere, dopo averlo osservato, per dimostrare che la crisi ecologica è una crisi cognitiva. In effetti, come si può pensare che per un sistema complesso – un gatto, un individuo, una città o uno stato-nazione – si possa parlare di ‘crescita del sistema’ senza considerare la relazione tra la crescita delle diverse variabili che descrivono il sistema? In altre parole, senza chiedersi: la crescita di cosa in relazione a cosa?

Sarà anche aumentato il Pil dalla Seconda Guerra Mondiale a oggi, ma è anche aumentato il consumo di energia. Come si può prendere soltanto il Pil come misura delle prestazioni della società? Non ha senso farlo, ma l’egemonia politica l’ha conquistata chi riteneva che si potesse fare – con i risultati che sappiamo.

(Tanti anni fa Tommaso Luzzati mi regalò un libro molto bello, Strumenti per pensare di Conrad H. Waddington. Uscito nel 1977, era stato prontamente tradotto in italiano da Mondadori [1]. Erano gli anni in cui non sembrava possibile che nella scienza sociale si potesse tornare indietro, ai tempi di uno sbrigativo riduzionismo.)

 

 


[1] C. H. Waddington, Strumenti per pensare. Un approccio globale ai sistemi complessi (Mllano: Mondadori (Biblioteca EST), 1977).