Stringete forte la mano dell’Europa!

La chiamano ‘generazione Erasmus’ – la generazione che sarebbe naturalmente europea. Studenti universitari che hanno trascorso uno o due semestri di studio all’estero, con un contributo finanziario dell’Unione europea. Aver realizzato questo programma di scambi sarebbe uno dei principali successi dell’Unione. Così leggo, su un autorevole quotidiano, ma è un’opinione diffusa tra gli intellettuali liberali. Un altro grande merito dell’Unione sarebbe il fatto di avere in Italia “cibi sicuri”, “sanzioni per chi inquina”. Senza l’Unione europea, noi italiani progressi non li avremmo. Non ci sarebbero controlli nei ristoranti, sequestri di cibo avariato, norme ambientali, i biglietti aerei costerebbero molto di più e anche telefonare all’estero. E non avremmo il ‘Programma Erasmus’.

Erasmus (da Rotterdam) arriva per la prima volta in Inghilterra nel 1499 e sarebbe ritornato molto spesso per discutere con altri intellettuali i temi religiosi e non solo che erano al centro degli interessi suoi e dell’epoca in cui viveva. Studia a Parigi, viaggia in Italia per confrontarsi con il pensiero del Rinascimento italiano. I suoi libri, molto letti in tutta Europa, trattano temi ritenuti rilevanti in uno spazio transnazionale, le sue riflessioni si scontrano e si intersecano, in uno dei capitoli fondamentali della storia europea, con quelle di Lutero. Che, ugualmente, da Wittenberg e poi dal castello di Wartburg ad Eisenach parlava all’Europa, certo non solo alla Germania. La biografia di Erasmus puoi usarla per ricordare ciò che non dovrebbe essere necessario ricordare, talmente è noto: molto prima che si formassero gli stati nazionali, molto prima che nascesse l’Unione europea esisteva uno spazio intellettuale europeo – umanistico, scientifico e artistico – transnazionale (o trans-locale). E in questo spazio l’Italia è sempre stata protagonista. L’Italia non aveva bisogno del ‘Programma Erasmus’ per internazionalizzare la sua università. Altri Paesi europei forse, ma certo non noi.

Non c’era bisogno dell’Unione europea neanche per avere ‘cibi sicuri’ o una ‘legislazione ambientale’. L’Italia li aveva creati i dispositivi per muoversi lungo una traiettoria di modernizzazione. Non è stata l’Unione europea ha imporci cambiamenti istituzionali profondi come il sostegno al Meridione, il sistema sanitario nazionale, lo statuto dei lavoratori, l’articolazione regionale del sistema politico, l’adeguamento infrastrutturale, il sistema dei parchi nazionali e molto altro ancora. L’Italia ha partecipato da protagonista alla costruzione di un sistema politico transnazionale in Europa per affrontare questioni per le quali gli stati nazione erano un ostacolo: realizzare il valore della solidarietà territoriale transnazionale, costruire un mercato sociale nello spazio europeo e molto altro ancora. Gloriarsi di far parte dell’Unione europea perché ci permette di partecipare al ‘Programma Erasmus’ o assicura ‘cibi sicuri’ sulle nostre tavole è surreale.

Paradossale che l’élite intellettuale liberale, costantemente al governo in Italia dal secondo dopoguerra, non provi imbarazzo nel dire che, se non fosse stato per l’Unione europea, tanti progressi non li avremmo. Se li abbiamo, è perché ci sono stati imposti. Una legislazione contro le frodi alimentari non l’avremmo introdotta in Italia? E non avremmo introdotto neppure una legislazione ambientale? Quali sarebbero, allora, i valori di questa élite? Quale società aveva in mente di realizzare che, per fortuna, l’Unione europea le ha impedito di realizzare?

L’Italia è uno dei paesi più grandi e più importanti da ogni punto di vista dell’Unione europea – che è un’istituzione intergovernativa e non decide per te, bensì con te. Secondo gli intellettuali liberali – giornalisti, saggisti, studiosi che in questi giorni si esercitano sul tema ‘Europa’ – sarebbe un Paese ‘incapace di intendere e di volere’, incapace di organizzare un’azione collettiva persino in sfere semplici dell’agire politico. E a maggior ragione in sfere complesse. C’è l’Unione europea, però, che ci accompagna per mano verso un quotidiano di ‘integrazione culturale’, di ‘cibi sicuri’, di ‘stabilità monetaria’, di ‘modernizzazione’. Che decide per noi. E allora, affermano, stringiamo forte questa mano, per carità!

Non credo ci fosse modo migliore per aprire le porte a partiti e movimenti ‘sovranisti’ della retorica di un’Italia che ha bisogno dell’Unione europea perché incapace di governare se stessa. Di una élite intellettuale e politica che, mentre governa e domina il dibattito pubblico, scrive che l’Italia ha bisogno di una mano da stringere forte per attraversare la strada puoi dire solo che non serve pià, che è diventata inutile. E gli elettori, come si usa in democrazia, con semplicità lo hanno detto e lo diranno di nuovo tra qualche giorno.

ProEuropa

La Fondazione “Alexander Langer” e la rivista “Una città” hanno curato una ‘introduzione’ al voto europeo. Si intitola ProEuropa ed è la più intensa e utile che abbia letto in queste settimane. Certo, i testi che raccoglie potrebbero essere interpretati come il racconto di una disfatta. La cultura politica che li accomuna negli anni Novanta è stata sconfitta, il paradigma neoliberista ha preso il sopravvento nel definire il modello istituzionale dell’Unione Europea.

Leggerli ti fa entrare in un discorso sull’Europa che ha un significato. Capisci che cosa è stato il progetto europeo prima che la scolastica neoliberista lo stravolgesse, conducendo alla crisi sociale, ambientale e morale nella quale l’Europa si trova oggi.

Le riflessioni che sono raccolte in ProEuropa dovrebbero essere interpretate, però, non come il racconto di una sconfitta, ma come l’annuncio di un nuovo inizio. Archiviato il liberalismo, incapace persino di manutenere la democrazia, la costruzione di un nuovo paradigma per l’Europa sta tornando ad alimentarsi al ‘sogno europeo’. Ed è nelle città, nei luoghi che lo si vede.

Verso dove (sta andando l’Europa)?

Un altro libro di ‘introduzione’ alle elezioni europee lo pubblica, ora, il “Corriere della Sera”: L’Europa in 80 domande. Istituzioni, meccanismi, falsi miti e opportunità, scritto da Francesca Basso, della Redazione del quotidiano. Nella quarta di copertina trovi una frase del direttore Luciano Fontana, ripresa dall’Introduzione. Mi ha colpito il suo disordine e la riporto per intero: “Nelle elezioni del 26 maggio si confrontano due visioni: la spinta per un’Europa che completi la sua unione politica ed economica contrapposta a un’Europa degli Stati che mettono in comune pochissime cose e si chiudono in sé stessi. La sfida è questa e per queste ragioni l’Europa non è stata mai così tanto tra noi.”

Non è facile vedere il disordine nell’apparente ordine di questa frase. Il primo passo è chiedersi: che cosa può voler dire “la spinta per un’Europa che completi la sua unione politica ed economica”? Un’affermazione che si sente fare continuamente, che definisce il programma politico-elettorale dei progressisti italiani. Il sintagma ‘che completi’ richiama il compimento di un progetto che abbiamo tutti condiviso, richiama il ‘sogno europeo’ che si fa realtà. Ma se non ti fermi alla suggestione e ti chiedi “completare che cosa, precisamente?” si dipana un’altra storia. Avrai bisogno di qualche lettura e qualche riflessione per scoprire che ‘completare’ qui significa fare altri passi, che molti ne sono già stati fatti, verso “un’Europa degli Stati che mettono in comune pochissime cose”. Perché questo è il progetto neoliberista per l’Europa che dopo la ‘rivoluzione democratica del 1989’ i liberali, costantemente al potere dalla caduta del Muro di Berlino, hanno formulato e attuato. Il progetto che il “Corriere della Sera” apertamente sostiene da molto tempo.

Il progetto di “un’Europa degli Stati che mettono in comune pochissime cosenon è affatto il progetto dei ‘sovranisti’, bensì il progetto della maggior parte dei liberali europei. Appartengono a diverse famiglie politiche, ma quella neoliberista è diventata egemone e ha guidato l’evoluzione istituzionale dell’Unione europea dalla caduta del Muro di Berlino. (“Come hanno fatto a diventare egemoni?” – si chiedeva sgomento Ralph Dahrendorf qualche anno fa.)

Gli anni Novanta sono stati un passaggio molto importante per la storia dell’integrazione europea. L’allargamento a Est dell’Unione europea è stato un momento entusiasmante: si ricostruiva una integrazione sociale che era radicata non solo nella storia ma nel presente, nei progetti di vita degli abitanti di territori così profondamenti ‘europei’. Nel 1989 il ‘progetto europeo’ era definito dalle politiche per la coesione territoriale, per la stabilità del settore agricolo, per la difesa dall’ambiente naturale, per l’integrazione sociale e per l’integrazione economica. In quel momento, l’entusiasmo dei liberali – popolari o socialisti che fossero – avrebbe dovuto avere un esito pratico preciso, tra altri: aumentare in modo consistente il bilancio comunitario per finanziare le politiche che identificavano il progetto europeo. Avrebbe dovuto rafforzare e ampliare il sistema normativo transeuropeo, la base istituzionale del progetto europeo.

I liberali che si preoccupano, oggi, della ‘crisi dell’Europa’ dovrebbero mettere in discussione il loro progetto per l’Europa. Incolpano i ‘sovranisti’ di colpe che i ‘sovranisti’ non hanno, perché non hanno avuto nessun potere dal 1989 a oggi (ora sono al Governo in Italia, e non è certo un caso che sia accaduto qui, l’unico Paese nel quale i progressisti credono che il liberismo sia di sinistra). Che cosa ha provato a mettere in comune tra i Paesi europei l’élite politica liberale in questi anni più di quello che c’era già nel 1989? Che cosa ha suggerito di mettere in comune oltre a ciò che era già in comune l’élite intellettuale liberale? Niente, se non la moneta (e la sua banca centrale indipendente). E ciò che nel 1989 era già nel progetto europeo è diventato zavorra, di cui liberarsi per andare avanti più spediti. Verso dove?

La Sinistra radicale nelle elezioni europee

Allegato al settimanale Left, in edicola in questi giorni, trovi il libro L’Europa rapita, una raccolta di brevi scritti che dovrebbe riassumere il punto di vista della Sinistra radicale italiana sul progetto europeo, la sua crisi e la sfida delle imminenti elezioni. Si apre con un contributo di Nadia Urbinati, nota e autorevole intellettuale progressista. Al centro del suo contributo c’è questa affermazione: “[L’Unione europea] è nata in coerenza con il problema che Kant si era posto nel 1795: l’affermazione del diritto cosmopolitico, che è diritto della persona e prevede il movimento libero.” Precisamente ciò che sostiene The Economist, il settimanale ‘liberale’ per antonomasia da 175 anni, nel suo “A manifesto for renewing liberalism” pubblicato lo scorso settembre, nel quale il ‘liberalismo’ viene declinato come ‘(neo-)liberismo’ senza alcun imbarazzo intellettuale.

Nel suo pragmatismo ‘all’occorrenza’, The Economist aggiunge che il “diritto cosmopolitico’ è un principio generale che per ora e per un po’ bisogna sospendere o limitare. Nel suo idealismo, la Sinistra radicale ritiene che si tratti di un diritto per il quale creare le condizioni affinché sia esercitato, senza impedimenti, sin d’ora. E la Urbinati sostiene che il progetto europeo abbia la sua origine e il suo fondamento etico e politico in questo diritto, che il progetto europeo sia un’incarnazione dell’Illuminismo. E da questa prospettiva la Sinistra radicale guarda alle elezioni europee.

La Sinistra radicale italiana potrebbe non superare il 3% dei consensi elettorali, non ottenendo neanche un seggio nel nuovo Parlamento europeo. I due partiti al Governo in Italia, che il ‘diritto cosmopolitico’ – per ideologia o per pragmatismo – non riconoscono potrebbero superare il 50% – forse il 55% – dicono i sondaggi. Ma il consenso elettorale dei partiti e movimenti che in Italia hanno perplessità nel riconoscere quel diritto o non intendono proprio riconoscerlo potrebbe raggiungere il 70%.

Gli intellettuali liberali come la Urbinati credono anche nella ‘intelligenza della democrazia’. Si troveranno a dover spiegare un altro tracollo elettorale della Sinistra dopo il 26 maggio in elezioni democratiche. Come faranno? Continueranno a dire che la Sinistra non è stata capace di ‘farsi capire’, di trovare metafore efficaci nella comunicazione politica?  Oppure capiranno che sono loro i principali responsabili della deriva politica italiana, che è in primo luogo una deriva intellettuale, un uso improprio del pensiero?

Il pericolo delle metafore (in politica)

Che la Sinistra abbia perso le elezioni del 4 marzo 2018 per ‘non aver saputo comunicare’ è una tesi molto diffusa tra le élite politiche e intellettuali progressiste. All’elenco di chi ha dichiarato di credere che questa sia stata la causa del tracollo elettorale – e dell’attuale stallo politico – della Sinistra italiana si aggiunge ora Gianrico Carofiglio, uno degli intellettuali più autorevoli del fronte progressista, scrittore di successo, ex-magistrato e politico. Nel prendere posizione su questo tema, Carofiglio prova a fare un passo avanti, suggerendo che la causa del ‘difetto comunicativo’ consiste nel non sapere costruire e poi usare ‘metafore efficaci’ nel discorso politico. Si spinge ancora più avanti suggerendo che c’è una soluzione: imparare a costruire metafore efficaci, applicando, ad esempio, le tecniche messe a punto da studiosi di linguistica cognitiva come George Lakoff. Si spinge ancora più avanti affermando che per ottenere il consenso politico ‘metafore efficaci’ sono uno strumento da preferire a ‘ragionamenti lineari’. Da qui la Sinistra dovrebbe ripartire: leggere Lakoff e mettere in pratica i suoi insegnamenti. In fretta, però, perché “non c’è tanto tempo a disposizione”.

Forse non ho capito, ma mi sembra che Carofiglio stia dicendo di riproporre lo stesso programma politico di prima esprimendone i contenuti in modo più convincente, ricorrendo a metafore. Ma le metafore sono un dispositivo per focalizzare l’attenzione sui contenuti: facilitano la valutazione del messaggio. Se a chi mi passeggia accanto – sembra sostenere Carofiglio – sussurro “Guarda, come il vento fa ondeggiare le spighe” ricevo attenzione; se dico “Guarda, come il vento muove le spighe”, nessuna reazione. Ecco perché all’elettore si dovrebbe proporre un obiettivo o una politica con una metafora ben costruita se si vuole ricevere la sua attenzione. D’accordo. Ma poi, se il lettore si volta attratto dalla tua metafora e non vede le spighe ondeggiare, si accorge che non c’è un filo di vento e neanche spighe cosa pensa di te?

Ci sono ‘stati del mondo’ di cui gli individui sono consapevoli perché li riguarda, ci sono politiche che sanno valutare perché gli effetti li subiscono, ci sono obiettivi politici sui quali riflettono e decidono perché li considerano importanti. Senza bisogno di ‘metafore efficaci’ che li stimoli a guardare, pensare, decidere.

L’Euro nel progetto europeo

Affermare che l’Euro sia la più importante realizzazione dell’integrazione europea equivale a dichiarare la propria adesione al ‘nuovo progetto europeo’, che è un progetto neoliberista. Ha iniziato a prendere forma con il Trattato di Maastricht, firmato nel 1992, mentre stava iniziando il processo di allargamento ad est dell’Unione europea. Le élite progressiste italiane hanno in gran parte aderito al progetto neoliberista per l’Europa e per l’Italia e non dovrebbero ora stupirsi se molti ‘europeisti’ sono diventati ‘antieuropeisti’ nel volgere di pochi anni, dal Governo Monti del 2011 alle elezioni politiche del 2018. Una società schizofrenica, con un corpo elettorale che in grande maggioranza ha rifiutato il ‘nuovo progetto europeo’ e una élite politico-intellettuale che in grande maggioranza vi ha aderito. Un’adesione non dichiarata ma svelata dalle scelte politiche dei partiti ‘progressisti’ al governo dal 2001 al 2018; un’adesione manifesta, invece, quella degli intellettuali ‘progressisti’. L’integrazione europea ha una dimensione istituzionale, ed è l’Unione europea – un meccanismo decisionale intergovernativo. E la realizzazione più importante dell’Unione europea dalla sua nascita è l’integrazione sociale, l’intensificazione delle relazioni trans-europee tra individui e organizzazioni. Un’intensificazione avvenuta all’interno di regole europee che, nelle intenzioni, garantivano un equilibrio territoriale: la costruzione del sistema agricolo europeo, ad esempio, del quale ci siamo dimenticati l’importanza; la costruzione del mercato unico europeo; la costruzione di un meccanismo di redistribuzione territoriale delle risorse economiche per combattere le disparità regionali; la costruzione di un sistema di incentivi per ridurre l’impatto ambientale dei processi sociali. E molto altro ancora. In questo quadro, l’Euro – l’unificazione monetaria – sarebbe stato un tassello tra gli altri. L’unificazione monetaria poteva essere – ed è quello che è stata – lo strumento per stravolgere il progetto europeo, per cancellare il ‘sogno europeo’ che si stava realizzando. Per raggiungere questo obiettivo bastava declinarla come poi è stata declinata: per promuovere l’internazionalizzazione radicale dell’economia, per ridurre l’autonomia politica dei governi nazionali. Bastava declinarla in modo da far credere che l’Euro fosse il progetto europeo mentre tutto il resto era superfluo e persino controproducente, interferendo con il corretto funzionamento del mercato. In Italia, l’egemonia del paradigma neoliberista sui partiti ‘progressisti’ ha raggiunto un grado che non si riscontra in nessun altro Paese europeo. Si è arrivati al punto che nel 2011 questi partiti hanno votato la ‘costituzionalizzazione’ del pareggio del bilancio pubblico. Un proposito che è sempre stato il vessillo della Destra, da quando negli anni Settanta il sistematico disavanzo del bilancio pubblico sembrava una caratteristica intrinseca delle democrazie. Un vincolo che nelle intenzioni della Destra doveva essere inserito per difendere la democrazia da sé stessa.  Ma molti altri topos del discorso che i progressisti italiani conducono sul progetto europeo discendono dal paradigma neoliberista. Ad esempio, il modello di ‘mercato del lavoro’ che hanno cercato, in parte riuscendoci, di realizzare. Ma anche il modello di gestione delle risorse comuni, così come lo spazio dato alle autorità indipendenti. Nel discorso pubblico, egemonizzato dalle élite intellettuali progressiste, il progetto europeo è stato ridotto al tema del ‘fiscal compact’ – ai vincoli che i bilanci pubblici nazionali devono rispettare. La moneta unica come strumento di disciplina, dunque. E tutto il resto è mercato. Gli elettori italiani hanno rifiutato il ‘nuovo progetto europeo’, ma le élite progressiste continuano a riproporlo. Per il tracollo politico della Sinistra chiamano in causa la ‘carenza comunicativa’, il fatto di non essere riusciti a far capire il progetto. Ipotesi che si propone come vera, che si è diffusa come strumento retorico, senza che si sia provato a corroborarla. La società italiana ha compreso il progetto delle élite progressiste per l’Europa e per l’Italia e lo ha rifiutato. Che lo abbia rifiutato per un’alternativa politica senza un progetto, non sminuisce il significato del rifiuto. Non sminuisce la necessità di confrontarsi con questo rifiuto.

Struttura e prestazioni (dell’Unione europea)

Non si ha bisogno di conoscere la struttura di un sistema (politico) per valutare le sue prestazioni. Si possono valutare direttamente le prestazioni. Che te ne fai da cittadino di un sistema politico intergovernativo – l’Unione europea – che ha così miseramente fallito sul terreno della sostenibilità ambientale del processo economico? Come fai a chiamare “progressista” una élite politico-intellettuale che non ha ancora capito la drammatica urgenza e radicalità della ‘questione ambientale’, degli equilibri eco-sistemici e dell’esaurimento delle risorse? Che te ne fai di una democrazia liberale che dal 1989 ha in Europa un’agenda politica tanto distorta? Non sono le idee degli antieuropeisti il problema, bensì l’abbandono di ogni utopia concreta da parte degli ‘europeisti’, che questo progetto europeo hanno progettato e realizzato.

Le élite progressiste e il progetto europeo

I partiti progressisti – e gli intellettuali progressisti – sono sempre stati ‘europeisti’ e non hanno cambiato orientamento negli ultimi anni. Hanno cambiato orientamento gli elettori, invece, e l’Italia ha ora un Governo ‘antieuropeista’. Un antieuropeismo indeterminato, però. La maggioranza degli italiani sembra condividere l’obiettivo di cambiare l’Unione europea ma, certo, non di lasciarla. Troppa incertezza sulle conseguenze. Inoltre, l’Unione europea è un’utopia concreta che ancora conquista gli italiani che, quindi, sono antieuropeisti nel senso di essere contro questo progetto europeo, non contro il progetto europeo in sé. Ma i partiti al Governo sembrano non sapere che cosa vorrebbero cambiare dell’ordinamento dell’Unione europea – alla luce degli ‘interessi degli italiani’. L’antieuropeismo italiano è (ancora) senza forma.

Di ciò che è e di ciò che potrebbe essere il ‘progetto europeo’ non abbiamo il racconto degli ‘antieuropeisti’, bensì il racconto delle élite progressiste. D’altra parte, quello attuale è il loro progetto – che considerano ‘perfetto’ benché ‘incompiuto’. Mentre ci si avvicina alle elezioni europee si moltiplicano le descrizioni che ne danno, le arringhe a difesa. Esce ora un altro libro – Riccardo Perissich, Stare in Europa. Sogno, incubo e realtà, Boringhieri, 2019 –, forse il più informativo tra quelli recenti, che ripropone con precisione tutti i topos del discorso che le élite progressiste italiane conducono sul progetto europeo dal 1989. Quali sono questi topos? Ce ne sono molti, che si sono sedimentati a comporre una narrazione complessa. Uno merita di essere richiamato per primo, perché è la chiave per capire lo specifico discorso sulla crisidell’Unione europea che conducono le élite intellettuali progressiste: il progetto europeo è un ‘progetto incompiuto’ e questa incompiutezza è all’origine della sua crisi.

La crisi finanziaria globale del 2007, così nella loro narrazione, avrebbe colto l’Unione europea ‘impreparata’: i cambimenti istituzionali previsti nei Trattati di Maastricht e di Lisbona non erano ancora stati completamente attuati. Nel 2007 il (nuovo) progetto europeo era un progetto incompiuto, la sua architettura istituzionale ancora fragile e, proprio come conseguenza di questa fragilità, la crisi finanziaria si è trasformata in crisi economica. Gli squilibri sociali determinati dalla crisi economica, in alcuni paesi molto profondi, hanno aumentato il consenso politico dei partiti antieuropeisti e il progetto europeo è entrato in crisi. Una crisi profonda, in evoluzione, che può disintegrare l’Unione. Un pericolo troppo grande per non ritrovare il coraggio di agire, continuare lungo la strada intrapresa con maggiore determinazione, completando l’ordinamento istituzionale del nuovo progetto europeo. Nessun ripensamento, quindi, sulla struttura del progetto. Solo il rammarico per essere stati troppo lenti nella riforma dell’ordinamento del capitalismo europeo dopo la caduta del Muro di Berlino.

Gli intellettuali progressisti italiani non hanno dubbi sulla validità del loro progetto per l’Europa, sul fatto che la crisi dell’Unione europea dipenda dall’incompiutezza dell’ordinamento istituzionale progettato e non dalle sue carenze strutturali. Non hanno dubbi sulla validità di questo progetto europeo – e sulla necessità di completarlo – neanche i partiti progressisti italiani, nonostante passino di sconfitta in sconfitta. Non hanno dubbi, politici e intellettuali progressisti, neppure sul fatto che quel progetto fosse realmente quello che l’Italia (e l’Europa) desiderava, che i cittadini pensavano si stesse realizzando. Non hanno dubbi sul valore e significato del progetto neoliberista per l’Europa che stavano attuandoe nel quale ancora credono.

(Gli interessi di classe si difendono con ostinazione, certo. Ma l’ostinazione può essere il prologo di un disastro. E il disastro c’è stato.)

“The Economist”, il “Corriere della Sera” e la Sinistra italiana

Dopo le elezioni del 4 marzo 2018 il Partito Democratico – il partito che aveva governato nei cinque anni precedenti – ha attraversato una fase di stallo: non riusciva a ridefinire la sua linea politica. Alla fine dell’estate, il giornalista Antonio Polito pubblica un editoriale sulla prima pagina del “Corriere della Sera” nel quale afferma che, per rinnovarsi, il Partito Democratico deve ispirarsi a A manifesto for renewing liberalism proposto da “The Economist” (15 settembre 2018, pp. 41-52). Giornalisti del rango di Antonio Polito si distinguono per la precisione con la quale svolgono i temi. L’editoriale era inappuntabile nella struttura: dopo le sconfitte elettorali degli anni 2016-2018, il Partito Democratico doveva fare l’up-grading del suo programma politico, non cambiare programma. E l’up-grading era appena stato rilasciato da “The Economist” – che quel programma aveva sviluppato e iniziato a commercializzare nel 1843, 175 anni fa.

 La declinazione del liberalismo che segna il giornalismo di “The Economist” è quella del liberismo (e neoliberismo). L’unica tradizione liberale che considerano è quella anglosassone. In Italia hanno prevalso per molto tempo altre declinazioni di liberalismo e a questa semplificazione, liberalismo significa liberismo, non dovremmo credere. Dovremmo essere sempre consapevoli che il termine liberalismo deve essere declinato. Che il suggerimento dato al Partito Democratico di “caricare” l’aggiornamento del programma liberale di “The Economist” appaia sulle pagine del “Corriere della Sera” a firma di uno dei suoi vice-direttori è tuttavia ‘logico’: questo quotidiano ha aderito al paradigma neoliberista e da molti anni ne è diventato una roccaforte, continuando a essere il più autorevole e influente quotidiano italiano.

C’è una frase nel Manifesto che rivela come i neoliberisti usino l’economia – e frasi della stessa struttura logica, che servono a mantenere posizioni di vantaggio intellettuale sul lettore, appaiono da più di un decennio anche sul “Corriere della Sera”. Se il lettore non vi arrivasse in condizione di minorità intellettuale, smetterebbe di leggere dopo avere letto nel pamphlet che: “Economists estimate that, were the world able to accommodate the wishes of all those who wanted to migrate, global GDP would double.” (p. 45). Ci sarebbe bisogno di un Dio capace di rimescolare nello spazio mondiale individui e famiglie. Forse, neanche esiste un Dio così – un Dio che vuole fare questa cosa –, ma ‘gli economisti’ questo calcolo impossibile lo hanno intanto condotto: il prodotto sociale sulla terra è oggi la metà di quello che sarebbe se si riuscisse a rimescolare nello spazio individui e famiglie secondo i loro desideri. Desideri – forse disperazioni – che ‘gli economisti’ conoscono e dei quali sanno derivare le implicazioni. Un’affermazione semplicemente onirica.

A un certo punto, leggendo il Manifesto, il lettore scopre che uno dei capisaldi del liberalismo del XXI secolo dovrebbe essere liberalizzare completamente il mercato del suolo nelle città e tassare la rendita fondiaria. Così semplice? Ho pensato alle politiche abitative a New York, uno dei temi più importanti dell’agenda politica dell’amministrazione in carica: in questa città il 50% del mercato delle abitazioni disponibili per l’affitto è regolamentato e le decisioni di ri-zonizzazione, che permettono di abbattere edifici residenziali esistenti per sostituirli con edifici, sullo stesso lotto, di dimensioni e di valore economico molto maggiore, dipendono da decisioni collettive. Un tema affascinante le politiche abitative di New York dagli anni Sessanta. Ho pensato a New York, la città simbolo del capitalismo nel nostro atlante occidentale, per chiedermi come potrebbero spiegare i neoliberisti il fatto che questa città non segua il modello di regolazione che ora ri-propongono.

Se per il mestiere che fai o per interessi personali disponi di una conoscenza elementare della storia urbana europea giungi alla conclusione che ti sei imbattuto in un esempio di “grado zero del pensiero”. Gli insostenibili costi sociali del paradigma di regolazione che “The Economist” propone sono apparsi evidenti mentre nel XIX secolo nascevano le metropoli in Europa e si apre un capitolo fondamentale della storia sociale europea, nel quale le città, dando un nuovo significato al loro essere civitas, si assumono il compito di regolare lo sviluppo spaziale. Qualsiasi città oggi scegli in Europa tra quelle che stanno consapevolmente costruendo il loro futuro, tra quelle che hanno un benessere più elevato e una maggiore sostenibilità ambientale, il paradigma di regolazione delle trasformazioni urbane non è certo quello che “The Economist” ri-propone e che, secondo ‘gli economisti’, nel caso fosse applicato, farebbe aumentare il prodotto sociale.

Il Manifesto di “The Economist” è il prodotto di un dispositivo retorico che si fonda su uno ‘scientismo magico’. Ha cominciato a funzionare male in Europa, negli ultimi anni. In Italia ha smesso di funzionare, incapace di generare un sufficiente consenso. L’evidenza empirica ha imposto le sue ragioni. Ma per il “Corriere della Sera” e per molti intellettuali liberali che scrivono della crisi italiana e della crisi del progetto europeo sarebbe sufficiente fare l’up-grading del programma neoliberista E chiedono di farlo a chi usava la versione precedente di quel programma, al Partito Democratico.