I numeri degli economisti

I numeri non si lasciano intimidire”, afferma – almeno così leggo sui quotidiani – Tito Boeri, Presidente dell’Inps. Confesso che non sono riuscito a dare un significato a questa frase. Poi ho letto che ha definito “negazionismo” la contestazione dei numeri che l’Inps ha dato sugli effetti occupazionali della riforma del mercato del lavoro proposta con decreto-legge dal Governo. Questa, invece, mi è parsa un’affermazione eloquente. Racconta quasi tutto dell’uso dell’economia (come scienza) degli economisti neo-liberisti. Soprattutto di quelli di sinistra, che del marxismo l’unica cosa che non rifiutano è l’ingenuo positivismo ottocentesco.

I numeri che l’Inps ha dato – gli oramai famosi “8.000 posti di lavoro” in meno il primo anno (poi non si sa) come effetto della riforma – sono una previsione. Sono numeri generati da un modello (da un modello che discende da una teoria). Mettere in discussione la validità del modello che ha generato i numeri che misurano l’impatto (ipotetico) significa essere scienziati non negazionisti! Nella comunità scientifica ogni ipotesi è, appunto, un’ipotesi e può essere falsa. Ma gli economisti neo-liberisti – soprattutto quelli di sinistra – scambiano le loro tautologie per scienza: i numeri che i loro modelli generano sono verità conclamate. Non si può neanche provare a metterli in discussione.

E questo è solo l’inizio di una storia che lascia senza parole. Perché c’è un secondo salto logico – che avrebbe dovuto notare chi i numeri dell’Inps ha contestato, ovvero il Governo o i Ministeri coinvolti. Se si introduce la riforma per rendere più stabili le relazioni di lavoro, il punto non è soffermarsi sui “posti di lavoro” che si perderebbero (pochissimi, peraltro, prendendo per attendibili le stime dell’Inps). Il punto è comparare i costi sociali (perdita presunta dei “posti di lavoro”) con i benefici sociali (aumento presunto della stabilità delle relazioni lavorative). Non capisco perché il Governo non abbia avanzato delle previsioni sugli effetti diretti della riforma, sulla maggiore stabilità delle relazioni di lavoro che determinerebbe.

Nel mondo reale (gli economisti ortodossi vivono in un altro mondo) ci sono sempre costi e benefici sociali da comparare per valutare un intervento pubblico – e, per definizione, la valutazione è politica (per quanto vincolata da ciò che siamo riusciti a capire degli effetti dell’intervento che di volta in volta si intende realizzare). Il Governo e i Ministri competenti avrebbero dovuto usare i numeri dell’Inps nel modo opposto a come l’hanno fatto: sottolineando che la riforma avrebbe determinato significativi effetti positivi sulla stabilità delle relazioni di lavoro, a fronte di trascurabili effetti negativi sull’occupazione (come, appunto, certificato dall’Inps). Questa è una riforma che si difende evidenziando i benefici sociali e non contestando i costi occupazionali. Ma il Governo lo sforzo di valutare empiricamente gli effetti positivi di questa riforma l’ha fatto?

(Nel frattempo, parlando di “posti di lavoro”, l’Inps aveva introdotto un altro elemento di confusione. Perché, se l’Inps – come credo – nella sua nota definiva i “posti di lavoro” come li definisce l’Istat, si sarebbe trattato veramente di poche ore di lavoro quelle che si sarebbero perse. E non sarebbe neppure valsa la pena parlarne. E il Presidente dell’Inps, invece di prendere un atteggiamento da lesa maestà – e parlare di “negazionismo” (sic) –, avrebbe dovuto semplicemente far notare che la questione dell’impatto sull’occupazione della riforma, sulla base del modello che avevano utilizzato, era irrilevante.)

Nella mia frequentazione di alcuni anni che ho avuto dei fisici del Gran Sasso Science Institute ho capito una cosa importante: la disponibilità – e capacità – che i fisici hanno a spiegare nel linguaggio ordinario i loro complessi modelli. Non si fanno pregare, hanno piacere a farlo, hanno imparato a farlo e i loro racconti hanno ravvivato molte delle nostre introverse serate a L’Aquila. Gli economisti no, non lo fanno. I modelli di effetti delle politiche pubbliche non li mostrano mai (un tempo, almeno, qualcosa del modello macro-economico la Banca d’Italia te lo mostrava). Non li spiegano, non li raccontano (qualche volta ho avuto l’impressione che non li sappiano spiegare e raccontare nel linguaggio ordinario perché non sanno come funzionano). Sanno però renderli inaccessibili. Ad esempio: c’è qualcuno tra i lettori di questo post che abbia la più vaga notizia del modello con cui un folto numero di economisti spiegava perché si dovesse votare “sì” al referendum sul cambiamento della costituzione italiana? Dicono che esistesse ma chi ha avuto la fortuna solo di avvistarlo? Per tornare al tema del post: che modello hanno utilizzato all’Inps per fare questi controversi calcoli? Perché non ci fate capire la logica, la struttura del modello che avete utilizzato?

All’origine di questa confusione c’è stata una fretta che non era necessaria. Non era necessario fare un decreto-legge in una materia come questa. Non ha alcun senso farlo quando si modificano norme che regolano il comportamento degli agenti, di individui e organizzazioni – che, per loro natura, hanno effetti nel tempo. Norme che devi poi ridiscutere quando in Parlamento converti il decreto-legge in legge. Il Governo poteva prendersi qualche settimana, permettere un dibattito pubblico, argomentare a favore della riforma sulla base degli effetti diretti e non dei principi, dare più tempo all’Inps, dare più tempo a tutti, darsi più tempo.

Economisti impazienti e nervosi

In un breve video – estratto di una trasmissione televisiva – Claudio Borghi, un influente politico della Lega, dialoga con Carlo Cottarelli, economista certificato. Anche Borghi sembra abbia competenze economiche – competenze prestate direttamente alla politica.

Lo ascolto sostenere l’ipotesi che l’introduzione dell’aliquota fissa sul reddito (flat tax) farà aumentare il gettito fiscale complessivo richiamando ciò che sarebbe avvenuto in Russia nel 2001 (sic), quando, appunto, all’introduzione della flat tax sarebbe seguito – afferma Borghi – un aumento del gettito fiscale veramente consistente. In Italia, quindi, succederà la stessa cosa.

In Russia, nel 2001? Per prevedere ciò che può accadere in Italia nel 2018? Di tutte le argomentazioni a favore della flat tax questa è la più esilarante. Concludo che, no, Borghi non è un economista, non ha le nozioni elementari di economia. Si tratta di un’affermazione che viola le più semplici regole dell’analisi comparativa. Poco male. Non mi sono preoccupato.

Poi è il turno di Carlo Cottarelli. Contesta con sufficienza l’affermazione di Borghi, non nel metodo (che è, appunto, sbalorditivo nella sua inconsistenza), bensì facendo notare una coincidenza. L’aumento del gettito fiscale sarebbe aumentato in modo così consistente in Russia nel 2001 come conseguenza soprattutto dell’aumento del prezzo del petrolio negli anni precedenti. Quindi, secondo Cottarelli, l’aumento del prezzo del petrolio avrebbe fatto aumentare il reddito monetario in misura così consistente da determinare l’enorme aumento del gettito fiscale che Borghi sostiene ci sia stato in Russia? Ma è semplicemente impossibile che sia questo il nesso causale! Ma di quanto sarebbe aumentato il reddito in Russia come conseguenza dell’aumento del prezzo del petrolio, secondo lui, per determinare il grande aumento del gettito fiscale di cui parla Borghi?

Non posso, però, concludere che Carlo Cottarelli non sia un economista. Non so che pensare. Se non che molti economisti ortodossi stanno sull’orlo di una crisi di nervi (e, in effetti, qualche attimo dopo si sente e si vede Cottarelli perdere le staffe).

Il dialogo continua in modo indecoroso e non sono riuscito a seguirlo fino alla fine.

Ma anche Tito Boeri, economista con un curriculum ineccepibile, si lascia andare, da altre stanze, a una dichiarazione stupefacente. E, criticato, si difende con un’argomentazione insensata “I dati non s’intimidiscono.”. I numeri sono innocenti, e non hanno paura di nulla. Chi li usa, però, può farlo a sproposito. E non ti aspetti, certo, che un economista del rango di Boeri argomenti a favore di un mantenimento dei flussi migratori attuali (o di un loro aumento?) proponendo come ovvia una relazione causale diretta tra nuova immigrazione ed entrate per l’INPS – e, quindi, consideri i flussi immigratori un processo che mantiene in equilibrio (di cassa, credo) i conti del sistema previdenziale. Affinché questo nesso causale si realizzi – nei prossimi 5 anni, ad esempio – è necessario che si verifichino condizioni che oggi appaiono inverosimili. E comunque dovrebbero essere esplicitate, per capire (e farci capire) quanto incerto (o certo) è lo scenario ipotizzato. Quanto consistenti dovranno essere i flussi immigratori dal punto di vista dell’Inps (qualche numero, qui, sarebbe necessario)? Che percentuale dei nuovi immigrati ci si aspetta che avrà un lavoro regolare e a tempo pieno? Su quale base il Presidente dell’INPS ritiene che i nuovi flussi di immigrati si trasformeranno in stock di occupati?  I numeri che descrivono il bilancio dell’Inps non c’entrano proprio nulla con la logica dell’argomentazione di Boeri – che, infatti, logica non è. Difficile da capire.

Che Claudio Borghi sia approssimativo nel metodo, nelle relazioni causali che propone, nelle tesi che formula è nelle cose per un politico in Italia. (Complice un giornalismo che troppo spesso aizza i duellanti, invece di costringerli a ragionare). Ma che economisti come Boeri e Cottarelli siano diventati approssimativi e incoerenti nel loro ragionare, mettendo al servizio di tesi politiche precostituite la loro competenza, lascia confusi. Gli economisti ortodossi sono abituati a proporre catene causali empiricamente inverosimili per quanto logicamente coerenti – che il profano è costretto ad accettare, tanto esoteriche sono ma legittimate dall’autorevolezza certificata di chi le formula. Ma ora stanno esagerando. Sono nervosi, cercano scorciatoie retoriche, si perdono sul piano della logica persino.

E si finisce a sceneggiate, insulti e bestemmie. Ma non è questa la strada in una democrazia, che tempo e mezzi per discutere ne abbiamo, pacatamente.

Il peggio è passato?

Nel recente libro di Giovanni Orsina (La democrazia del narcisismo. Breve storia dell’antipolitica, Marsilio, 2018) a un certo punto (p. 34) si sente la voce di Johan Huizinga  che parla del “tramonto del bisogno di verità” tra le élite intellettuali e del fatto che “incombe sul mondo un nuvolone di sofismi”. Una voce che viene da un altro tempo, dai drammatici anni tra le due guerre mondiali del secolo scorso.

Torno al risvolto di copertina del libro di Orsina e (ri-)leggo: “Fino a pochi anni fa l’ascesa del populismo veniva interpretata quasi esclusivamente alla luce della crisi finanziaria. Ma se l’economia è tornata a crescere e il peggio sembra passato, perché i cosiddetti “partiti del risentimento” continuano a raccogliere consensi? 

L’Istat ha appena certificato che ci sono 5 milioni di persone in povertà assoluta in Italia (per non dire dei molti milioni in condizione di disagio economico). Notizia in evidenza su tutti quotidiani. Però in questo libro leggi che “il peggio è passato” e che il “risentimento” che secondo dell’Autore segna la società italiana – e che sarebbe una manifestazione locale del “risentimento universale” – richiede complesse spiegazioni, che ti conducono alle insanabili, e “letali” (p.169), contraddizioni della democrazia.

Arrivato alla fine di questo libro ho pensato che, sì, sull’Italia certamente, continua a incombere “un nuvolone di sofismi”. (Sofismi che, comunque, non riescono a nascondere ciò che vorrebbero nascondere: il tracollo del pensiero liberale).

 

 

 

 

Milano, Roma e le altre

In un articolo pubblicato sul “Corriere della Sera” (11 giugno 2018, Cronaca di Milano, p. 5) il Sindaco di Milano Giuseppe Sala chiede al Governo italiano di “rispettare i patti” – e i patti, immagino stabiliti con il Governo precedente, dicono di un impegno a dare al Comune di Milano un miliardo di euro per completare l’ampliamento della metropolitana. Come interpretare questa esortazione a rispettare i patti? Credo sia un altro segno del fallimento politico della sinistra italiana (al governo di Milano e dell’Italia quando il patto è stato fatto). Credo, però, dica anche molto del fallimento politico dell’Italia intera (il Sindaco Sala promette di ricordare “gli interessi del Nord” al nuovo Governo, che immagina sensibile al tema).

La richiesta del Sindaco di Milano – e non è la prima volta che per la sua città reclama (e ottiene) un privilegio – è speculare a quella del Sindaco di Roma Virginia Raggi che dal Governo, che crede “amico”, si aspetta alcuni miliardi di euro per ridurre il gigantesco debito della città. Ma con quali motivazioni Milano e Roma – le città con le economie più grandi del Paese – chiedono ingenti risorse alla collettività nazionale? Nessuna motivazione, perché non ne hanno.

L’economia di Milano – del Comune e della sua area metropolitana – è notevolmente più grande di quella delle altre città italiane. In termini pro-capite Milano è tra le città più ricche d’Europa. In un paese – l’Italia –, in cui il 30% circa della popolazione è in stato di grave disagio economico, la città più ricca, che ogni giorno sul “Corriere della Sera” celebra il suo profilo globale e il suo grande potenziale economico e i suoi successi (il “modello Milano”), chiede un miliardo alla società nazionale. Difficile comprendere perché. L’ampliamento della sua metropolitana Milano lo dovrebbe realizzare con le proprie risorse, utilizzando il suo grande sovrappiù urbano. Ci sono molti esempi in Europa di città ricche che orientano le risorse private e utilizzano le risorse pubbliche per adeguare le loro infrastrutture – senza chiedere nulla agli altri sistemi territoriali (in Italia tutti molto meno ricchi e molti drammaticamente più poveri).

L’economia di Roma – del Comune e della sua area metropolitana – è molto grande. In termini pro-capite, Roma è ugualmente una città ricca (anche se molto meno di Milano). Ha poi un’economia stabile, come tutte le economie delle capitali europee (è un grande vantaggio economico essere una capitale: hai una base economica salda e forte per la grande presenza di funzioni politico-amministrative). Roma ha, inoltre, un flusso turistico imponente e costante – un’altra componente della base economica che molte città vorrebbero avere. Come ha fatto ad accumulare tutto questo debito? La società locale – la civitas romana – deve essere messa difronte alle sue responsabilità politiche: non ha nessun diritto di chiedere alla collettività nazionale risorse per alleviare il suo enorme debito. Dovrebbe usare il suo sovrappiù e lentamente ripagarlo.

Sfugge nel discorso pubblico quanto grandi siano le economie di Roma e Milano. Un’indicazione preliminare la fornisce la Figura 1, basata sui dati appena pubblicati dall’Istat [1]. Per ciascuno dei 15 comuni italiani più grandi in termini di popolazione nella Figura 1 si compara la dimensione relativa [2] (rispetto a Milano) del settore privato dell’economia. I dati per comune sono espressi in percentuale rispetto al dato di Milano. Milano e Roma hanno la stessa dimensione del settore privato dell’economia. Poi, a grande distanza, ci sono le altre città. La dimensione del settore privato dell’economia di Torino non è neppure il 30% di quella di Milano, quella di Messina poco più del 2%. Chi governa queste città non ha certo lo stesso ammontare di sovrappiù privato da orientare. Il miliardo che Milano chiede per la sua metropolitana equivale alla dimensione del settore privato dell’economia di Messina. Sfugge nel discorso pubblico quanto importante sarebbe per lo sviluppo economico nazionale che Milano e Roma utilizzassero in modo appropriato il loro potenziale di sviluppo economico – senza chiedere risorse ai territori che questo potenziale non hanno.

L’EXPO si sarebbe dovuto organizzarlo a Napoli – certo non a Milano. E Milano avrebbe dovuto lasciare a Torino il ruolo di guida nella promozione dell’editoria. E non dovrebbe neppure candidarsi a ospitare i giochi invernali. E Roma dovrebbe ricordarsi dei grandi vantaggi dell’essere una capitale – e guardare a Berlino o Madrid per capire come si usano questi vantaggi. Ma la competizione territoriale è il nuovo paradigma – per tutti, sembra. E i più forti alzano la voce. E gli esiti li vedi, nella sfera economica e morale (e politica).

Figura 1 –  La “forza relativa” del settore privato dell’economia

 

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[1 ] Vedi Istat, Risultati economici delle imprese a livello territoriale, Roma 13 giugno 2018.”

[2] Si tratta del “valore aggiunto” della manifattura e dei servizi privati (esclusi quelli finanziari) e senza considerare l’agricoltura.

Il Piano B (per uscire dall’Euro)

Adesso sappiamo che Paolo Savona, Ministro del Tesoro designato, ha un “piano b” per far uscire l’Italia dall’Euro. Difronte al fatto che si possa concepire e divulgare un piano del genere non sai se ridere o piangere. Che un bel numero di sovranisti di sinistra si siano erti a difesa di Paolo Savona è, poi, esilarante. Ma questi sono i tempi, in Italia certamente.

Ora, se esiste un “piano b”, per definizione – provo a essere fedele alla logica –, deve esistere “un piano a”. Ecco, vorrei che qualcuno mi spiegasse – che lo facesse Paolo Savona o uno dei tanti sovranisti di sinistra – qual è il “piano a” per uscire dall’Euro. Ci potreste lasciare la possibilità, se non proprio di scegliere, almeno di valutare il piano migliore dal nostro punto di vista? Anche perché il “piano b”, oltre a essere ridicolo, è immorale.

Un piano immorale: a cose fatte, avverti i Paesi con cui collabori da decenni per la costruzione del più complesso accordo tra nazioni della storia, con cui hai legami ormai profondi e diffusi che sei uscito dall’Euro, provocando un danno agli altri e a te un beneficio (tutto da vedere, poi – ma questo è un altro discorso). Una persona che concepisce un piano del genere, lo divulga e, orgoglioso, lo difende lo fai diventare Ministro del Tesoro del principale partner, dopo la Germania, dell’Unione Europea. È questa l’Italia di oggi?

(Personalmente, è una storia che mi disgusta. Ho costruito come tanti – tanti! – la mia vita emotiva, affettiva e professionale nello spazio europeo, misurando e consolidando in questo spazio la mia identità italiana, alla quale tengo e molto. Come tanti che fanno il mio lavoro, ho passato gran parte della mia vita con studenti che stanno con naturalezza dentro il progetto europeo, con i quali ho viaggiato in Europa, con i quali ho parlato d’Europa. Per trovarmi, ora, da cittadino italiano coinvolto in questa meschina vicenda di tradimenti minacciati?)

Più che l’immoralità, però, in questa storia ciò che c’è da temere è il ridicolo.

Poiché dovrebbe diventare Ministro del Tesoro chi questo piano ha concepito e divulgato, possiamo temere che lo attui dal giorno in cui assume l’incarico. E tutti in trepida, ma oziosa, attesa che sia attuato questo ormai famoso “piano b”? Tutti a farsi cogliere di sorpresa? Anche i mercati, che gli economisti come Paolo Savona hanno sempre molto amato e che dichiarano onniscienti? Ma non sostengono gli economisti che bastano le “aspettative” per agire? Un tradimento annunciato come una minaccia?

Un piano segreto? Ma come si fa a credere di poter mantenere segreto un piano che, per essere attuato, richiede il coinvolgimento di centinaia se non migliaia di persone per un periodo abbastanza lungo? A mantenere segreto un piano con degli enormi effetti di redistribuzione della ricchezza finanziaria? (E, magari, a qualcuno che sa verrà voglia di fare un po’ di “insider trading”; e, magari, tra chi sa c’è chi ha interessi diretti.) E chi decide, poi, di attuare il “piano b”, il Ministro del Tesoro? Oppure il Governo? E una volta che la decisione è del Governo – e dovrà essere del Governo – come si fa a mantenerla segreta per ragioni pratiche, politiche, etiche?

Mah: a quale fonte si dissetano questi ardimentosi sovranisti?