Periferie e politica [I]

Wasserstadt, Berlino, 2018

Se vivessi nel quartiere di Dahlem, a Berlino, o nel quartiere di Hampstead, a Londra, direi che abito ‘in periferia ‘– nel senso di ‘lontano dal centro’. Darei a questa parola un significato spaziale, che richiama, però, un modo quieto di vivere l’urbanità. Vivere a Dahlem da tutti i benefici di risiedere a Berlino, così come vivere ad Hampstead da tutti i vantaggi di risiedere a Londra. La mobilità nel territorio urbano è garantita dal trasporto pubblico; nel quartiere dove vivi ci sono tutti i servizi di base – e la morfologia spaziale permette anche lo sviluppo di relazioni di vicinato, se ne hai bisogno.

Sei nella periferia di Berlino – ‘molto lontano dal centro’  – anche se sei andato a vivere nel  nuovo quartiere di Wasserstadt (e probabilmente hai un reddito più basso di chi vive a Dahlem). Lo hai fatto scegliendo un dato modello di vita urbana, il desiderio di un’urbanità segnata da una relazione con la ‘natura’ più intenso (e un bisogno meno forte di frequentare con quotidiana assiduità i punti focali primari della città, che comunque continuano a far parte del tuo areale). Vivi lontano dal centro – in periferia – anche se abiti nel quartiere di Vauban a Freiburg i.B. Hai bisogno di tempo per raggiungere il centro della città, i luoghi del consumo pubblico e dello scambio. Ma abiti un quarterie ‘perfetto’ secondo il paradigma ecologico, che hai scelto per modellare le tue pratiche.

Il termine periferia fa sempre riferimento a una distanza dal centro – e quindi a uno specifico modo di organizzare i tuoi cicli urbani, di interpretare l’urbanità nella città che diventa metropoli – volendo evitare il sovraccarico di ‘eccitazione del sistema cognitivo’ che la metropoli, come George Simmel sottolineava all’inizio del secolo scorso, si porta con sé. Volendo anche mantenere un rapporto con la ‘natura’.

Periferia’ non è un termine che ha un connotato negativo per definizione nella storia della città europea. Nella città che cresce e si espande con la Rivoluzione industriale e l’intensa urbanizzazione che ha determinato la regolazione delle espansioni che avvengono per ondate ai margini della città fisica preesistente – quindi ‘lontano’ dal centro – è un tema sul quale le città (e gli stati nazionali) misurano la loro capacità e volontà di governo. Lo puoi svolgere bene, lo puoi svolgere male o molto male.

Nell’immaginario italiano – nel discorso pubblico, in particolare – il termine ‘periferia’ ha sempre un connotato negativo. Il suo uso si è consolidato con riferimento a Roma – alla rovinosa traiettoria di sviluppo spaziale che ha seguito dal 1950. Richiama le espansioni – della città fisica e sociale – realizzate negli anni dalla ‘grande urbanizzazione’: tra il 1950 e il 1980 la popolazione del comune cresce di circa 1,2 milioni di abitanti. Nella maggior parte dei casi le nuove espansioni – le nuove parti – sorgono lontane, anche molto lontane, dal centro della città, male progettate e costruite (nei materiali, nelle architetture, nella morfologia spaziale), con una insufficiente o nulla autonomia funzionale, disconnesse o debolmente connesse con la rete dei trasporti pubblici, in parte abusive, abitate da famiglie con redditi bassi o medio-bassi ma anche da molte famiglie povere fino alla marginalità.

È stato soprattutto il cinema a fissare nell’immaginario nazionale i caratteri delle ‘periferie romane’ facendole diventare ‘le periferie’. Il cinema ha finito per dare un connotato naturalistico a ciò che era un rovinoso fallimento politico.

Il discorso sulle periferie si è consolidato in Italia con riferimento a Roma – benché Roma in tutta evidenza sia un caso a sé. E lo è perché per nessuna altra grande e media città italiana – per Milano, Torino, Napoli, Bergamo Padova e molte altre città ancora – i confini della giurisdizione comunale definiscono il territorio all’interno del quale si è manifestata l’urbanizzazione e l’opposizione centro-periferia assume un significato. I confini comunali delle grandi città italiane, dagli anni Ottanta, non sono più il territorio nel quale si esprime l’urbanità. Nelle maggiori città italiane le periferie – le parti di città ‘lontane dal centro’ – le devi cercare ai margini delle città-di-fatto, delle metropoli che si sono formate per coalescenza territoriale.

Ti obblighi a cercarle, sbagliando, all’interno dei confini comunali quando guardi il territorio attraverso il filtro delle competizioni elettorali. Togli la distanza dal centro e metti il disagio sociale e l’orientamento di voto alle ultime elezioni per identificare le parti di città alle quali dai (impropriamente) il nome di ‘periferie’. A quel punto le periferie diventano un oggetto di grande interesse politico perché nelle periferie si crede di aver perso o aver vinto l’ultima competizione elettorale. A quel punto, però, hai perso ogni capacità di comprendere la traiettoria di sviluppo della città.

 

PS

(Nelle prossime settimane dedicherò alcuni post al tema delle ‘periferie’ come declinate nel discorso pubblico in Italia. Lo stimolo è venuto dalla pubblicazione di un volume curato da Giovanni Laino (Politiche urbane per le periferie (Quinto Rapporto sulle città, di Urban@it), Bologna, il Mulino, 2020). Il discorso sulle periferie è stato egemonizzato in Italia dagli analisti e intellettuali ‘di sinistra’, ma nelle periferie i partiti ‘di sinistra’ non ottengono molti consensi. Credo ci sia una relazione causale tra questi due fatti.)

 

La Grande Torino

Nel loro libro dedicato al declino di Torino, A. Bagnasco, G. Berta e A. Pichierri [1] non si interrogano sulle responsabilità politiche di chi ha governato Torino – e sugli errori che le ammimistrazioni ‘di sinistra’ devono avere commesso e che hanno condotto alla ‘inaudita’ vittoria del M5S. E non riescono a rispondere alla domanda che si erano posti: “Chi ha fermato Torino?”.

Walter Tocci in un recente libro su declino di Roma [2] descrive il partito che ha ottenuto una schiacciante (e altrettanto’ ‘inaudita’) vittoria alle ultime elezioni locali con un’espressione che non mi sento di trascrivere in questo post. Ma non si chiede come abbia fatto a vincere le elezioni un partito che definisce in un modo tanto sprezzante. Quanto devono aver governato male la precedente amministrazione ‘di sinistra’ e tutte le precedenti amministrazioni ‘di sinistra’ visto l’esito delle ultime elezioni?

Gli intellettuali e analisti ‘di sinistra’ non hanno niente da dire neanche di Napoli – la più disastrata tra le grandi metropoli europee. Possono solo contemplare il disastro di essersi affidati da venti anni alla retorica del leader, che credevano di aver trovato. Non hanno nulla da dire neanche di Milano, una città che si propone per quello che non è, che si crede forte e poi mendica ‘grandi eventi’ per puntellare la sua economia – e dopo l’EXPO chiede senza imbarazzo, ottenendole, le Olimpiadi invernali. Un altro evento per nascondere il suo mercato del lavoro da Paese sotto-sviluppato per precarietà dei contratti, livello dei compensi, esercizi di potere sui luoghi del lavoro – e per la sua economia appesa al capitale finanziario internazionale.

Tra pochi mesi si vota in tutte e quattro le maggiori città italiane, ma le coalizioni che hanno vinto le ultime elezioni comunali sono in disfacimento. In questi anni non hanno neanche provato a governare la traiettoria evolutiva delle loro città. Come potevano farlo? Avrebbero dovuto governare le metropoli delle quali i comuni di Torino, Milano, Roma e Napoli sono soltanto una parte, certo impottante ma comunque una parte. Non lo hanno fatto – ma neanche le amministrazioni che si sono alternate negli ultimi trenta anni lo hanno fatto. Non hanno capito che cosa avrebbero dovuto fare, non l’hanno voluto fare, non sapevano farlo? Comunque ora sono tutte in declino, senza una strategia, senza un progetto politico con il quale entrare nella competizione elettorale.

Poi, sull’edizione digitale de “La Stampa” del 29 dicembre compare un articolo di Paolo Verri con un titolo che mi sorprende: “La vera sfida è riuscire a trasformarsi nella Grande Torino…”. Certo, è una sfida – ma non nuova: sono trascorsi trenta anni da quando l’Italia ha introdotto una normativa per istituzionalizzare le metropoli che si erano formate per coalescenza territoriale, per realizare la Grande Torino, la Grande Milano …. Senza che sia stato fatto un solo passo avanti. Negli anni Ottanta, per auto-organizzazione, Torino, Milano, Roma e Napoli, integrandosi con i loro hinterland, erano diventate delle metropoli. E come metropoli avrebbero dovuto essere governate. Lo si era capito, lo si è poi dimenticato.

Il progetto politico della Grande Torino ricompare oggi sulle pagine de “La Stampa” e sembra un miracolo. A pochi mesi dalle elezioni, però, quando non c’è più tempo per realizzarlo – né a Torino, né a Milano, né a Roma, né a Napoli.

(Per quanto tempo l’Italia pensa di resistere lasciando le sue metropoli senza un governo?)

[1] Arnaldo Bagnasco, Giuseppe Berta, and Angelo Pichierri, Chi ha fermato Torino? Una metafora per l’Italia (Torino: Einaudi, 2020).

[2] Walter Tocci, Roma come se. Alla ricerca del futuro per la capitale (Roma: Donzelli, 2020).

Che ne sarà di Roma?

Ho iniziato a leggere Roma come se. Alla ricerca del futuro per la capitale di Walter Tocci (Donzelli, 2020). Ho terminato l’Introduzione, e arriverò sino in fondo, quando troverò, promette l’Autore, la risposta alla domanda contenuta nel titolo. Le pagine che ho letto, dedicate al discorso pubblico su Roma, non smentiscono la mia convinzione: il discorso pubblico sulle città italiane si alimenta da tempo, molto tempo, a una retorica pre-empirica (e, spesso, persino pre-logica).

Nelle pagine che ho letto Walter Tocci evita di confrontarsi con due fondamentali fatti nella storia politica della città, accaduti nel recente passato e che riguardano il suo futuro: la ‘inaudita’ vittoria dei M5S alle ultime elezioni amministrative a Roma; la ‘inaudita’ vittoria di Gianni Alemanno nel 2008, dopo i lunghi anni delle sindacature di Francesco Rutelli e Walter Veltroni (se sono state così mirabili – come l’Autore sostiene –, perché Alemanno ha vinto le elezioni, contro Rutelli che si ri-presentava?)

Sono domande prosaiche, che gli intellettuali progressisti italiani non amano farsi – né a Roma, né a Napoli, né a Torino – e tanto meno a Milano (a Milano che si fregia del titolo di “città metropolitana”, che si propone come centro di gravità di una “regione metropolitana”, parlano del Giambellino – non di Bollate o Baranzate o San Giuliano…– come ‘periferia’, anche se si trova 500 metri dalla Darsena e dai luoghi consacrati del consumo pubblico e della socializzazione).

Walter Tocci usa una poesia di Pier Paolo Pasolini del 1970 come chiave della sua riflessione storico-critica sul discorso pubblico su Roma – e Roma diventa una “città coloniale” per la quale immaginare un futuro riprendendo uno dei sentieri che avrebbe potuto prendere alla fine dell’Ottocento. Cosa voglia dire spero di capirlo leggendo il resto del libro. Per ora, letta l’Introduzione, mi trovo negli appunti una costellazione di categorie ed espressioni che promettono di non condurre da nessuna parte.

Quando leggo quello che l’élite intellettuale scrive su Roma, ricordo a me stesso, per non essere portato fuori strada dalle astratte meditazioni nelle quali mi imbatto, che – dati OCSE alla mano – la città ha un reddito pro-capite due volte quello di Napoli e Palermo, molto più alto di quello di Torino, simile a quello di Bologna o Firenze, inferiore a quello di Milano, certo. E comunque, molto maggiore di quello di Berlino. Come ha fatto una città ricca, indebitandosi in misura esagerata – e con il vantaggio di una base economica stabile come può esserlo solo quella di una capitale di un grande Paese e di una città tanto profondamente radicata nell’immaginario mondiale – a ridursi in questo stato, che in tanti biasimano? E quali sarebbero i suoi dis-equilibri, che alimentano il biasimo? Quali mancate politiche pubbliche o quali eventi esogeni, fuori dal controllo di chi l’ha governata, li avrebbero causati?

Roma ha un presente da comprendere – come le altre grandi città italiane (come tutte). E lo si dovrebbe provare a fare prima di mettersi a vagheggiare sul suo futuro. Il futuro lo incontri lungo il sentiero che stai percorrendo: la traiettoria evolutiva di un sistema è sempre path-dependent. Quando provi a pensarlo, la prosaica attività di specificare le ‘condizioni iniziali’ non dovresti eluderla. Le élite intellettuali e politiche progressiste quando parlano delle maggiori città italiana dovrebbero iniziare riflettendo sul presente – e sul disastro che hanno fatto quando le hanno interpretate e governate.

Una patrimoniale

Il capitale che possiedi genera un rendimento, se utilizzato. Nella forma di un flusso in entrata di moneta – di potere d’acquisto – quando, ad esempio, ti viene pagato l’affitto dell’abitazione di proprietà di cui hai ceduto l’uso; oppure quando ti vengono pagati gli interessi maturati sulle obbligazioni che possiedi. Il rendimento, per altri tipi di capitale, può prendere la forma di un “flusso di utilità”: quando abiti la sa di cui sei proprietario o quando usi la tua bicicletta per compiere un’escursione.

Il capitale genera un rendimento, che nelle società capitalistiche è stato sempre tassato (quasi tutte, ma non tutte le forme di capitale sono tassate). In misura variabile, da periodo storico a periodo storico, da Paese a Paese. E questa tassa la puoi chiamare ‘tassa patrimoniale’. Se vari la sua misura – se ne parla in questi giorni in Italia – vari il prelievo sul rendimento del capitale.

Si è liberi di dare un nome alle cose, come individui e come collettività E in Italia è oramai uso comune chiamare ‘patrimoniale’ una variazione della tassazione del rendimento del capitale. Ma è un uso che non ti saresti aspettato. Perché l’espressione “fare una patrimoniale” ha un altro significato nel linguaggio consolidato dell’economia, nella storia economica e politica dei Paesi capitalistici – delle economie nelle quali la proprietà privata del capitale svolge un ruolo fondamentale. Dopo alcuni decenni durante i quali le disuguaglianze nella ricchezza – non solo nei redditi – sono diventate smisurate, come l’evidenza empirica mostra – e di cui tutti parlano –, avrebbe dovuto essere impossibile confondere la scelta di  ‘fare una patrimoniale’ con la scelta di ‘aumentare la tassazione del rendimento del capitale’.

Una patrimoniale è un trasferimento della proprietà di una quota del capitale da un individuo o da un’organizzazione privata allo Stato. Una patrimoniale è una decisione che riduce la ricchezza (reale e finanziaria) di un individuo o di un’organizzazione privata e aumenta la ricchezza dello Stato. La tassazione dell’eredità – principio cardine del paradigma liberale – è una patrimoniale; la requisizione di una parte della liquidità degli attori privati depositata presso una banca – come fece il Governo Amato nel 1992 – è una patrimoniale; il ripudio dello Stato del suo debito è una patrimoniale.

Una patrimoniale è una redistribuzione della ricchezza reale e finanziaria. Non è un cambiamento delle forme e del livelo di tassazione del reddito da capitale.  Non mette affatto in discussione il diritto alla proprietà, bensì  ‘eccessive’ differenze nella ricchezza individuale.

Dovrebbero essere i liberali – prima dei marxisti – ad affidarsi allo strumento della patrimoniale, perché quando le disuguaglianze nella ricchezza raggiungono i livelli che hanno raggiunto in Italia, in Europa, negli Stati Uniti non c’è altro modo per dare un fondamento etico e politico al capitalismo secondo il paradigma liberale. La patrimoniale è uno strumento per riportare la traiettoria del capitalismo nell’alveo della democrazia: è sempre stato così.

C’è qualcuno che veramente crede che l’Italia possa andare avanti altri dieci anni ancora con l’attuale sperequazione nella distribuzione della ricchezza reale e finanziaria?

Vantaggi economici

Il titolo dell’editoriale in evidenza in prima pagina su Die Zeit (23 luglio 2020, n. 31) richiamava i vantaggi economici per la Germania dell’accordo sul Recovery Fund. L’ho letto subito, cosa che di solito non faccio. Ricevo l’edizione – in digitale, qui in campagna dove vivo il cartaceo non arriverebbe con la necessaria puntualità – e come primo passo sfoglio con calma le cento e più pagine in grande formato, per compilare mentalmente la lista degli articoli che leggerò nei giorni successivi (la quantità e la qualità dei percorsi di riflessione che ciascuno numero di questo straordinario settimanale offre è stupefacente). Questa settimana, però, ho ritardato il piacere di scoprire che cosa mi riservasse Die Zeit.

Ho letto l’editoriale rapidamente, scoprendo che si concludeva come il titolo annunciava ma in modo ancora più esplicito: l’accordo di Bruxelles è tanto vantaggioso economicamente da avere convinto anche le associazioni delle imprese manifatturiere, non perché il progetto europeo stia loro così a cuore, bensì perché gli imprenditori “sanno fare i conti”. E fatti i conti sono giunti alla conclusione che, con gli aiuti previsti dal Recovery Fund, gli italiani  (“die Italiener“) stabilizzeranno la loro economia, manterranno aperti i loro mercati e si metteranno di nuovo ad acquistare auto prodotte in Germania.

Nella parte centrale dell’articolo l’omaggio retorico al progetto europeo il giornalista, Mark Schieritz, comunque lo fa: accordo ‘storico’ quello raggiunto, un bilancio europeo in disavanzo finanziato con debito comune come passo verso l’Europa Federale, una decisione così importante per le sue conseguenze da segnare, forse, la storia d’Europa. Senza però riuscire ad evitare di aggiungere che il debito dovrà essere ripagato “entro un paio d’anni”, che c’è ancora molta strada da fare per trasformare l’accordo in politiche e azioni e che esso andrebbe migliorato. Osservazioni che fanno sorgere nel lettore il dubbio che non ci sia niente di storico nell’accordo.

Erano i vantaggi economici nazionali che si cercavano di ottenere, negoziando? Ma ci saranno veramente, poi, significativi vantaggi economici? Per la Germania, per l’Italia, per tutti i Paesi europei? La stampa di orientamento liberale crede di sì o crede di doverlo comunque dire. Contro ogni evidenza, lo dice – in Germania, in Italia. La domanda aggiuntiva generata con il Recovery Fund è sulla carta  di un ammontare irrilevante rispetto alla dimensione dell’economia europea – circa 14.000 miliardi di Euro è il Prodotto interno lordo complessivo dei 27 paesi membri. Non sposterà verso l’alto la traiettoria di crescita di nessun Paese nei prossimi anni e tantomeno quella dell’Italia.