Categoria: Società italiana

Conversioni benedette

Chi ha cambiato il mondo? – si chiedeva Ignazio Masulli in un libro (Laterza, 2014) che ogni tanto si dovrebbe riprendere in mano. Leggerlo ti mette su un sentiero che conduce a capire molte cose della società nella quale viviamo. La rivoluzione neoliberale è stata un progetto politico, un profondo cambiamento dell’ordinamento istituzionale. La si comprende nelle sue ragioni se si dà un nome agli attori collettivi – e alle persone – che lo hanno realizzato. Gli ordinamenti istituzionali non cambiano da soli. E non esiste nessun ordinamento istituzionale che abbia una razionalità che non sia politica – e che non sia esito di una scelta e di un’azione. Il paradigma neoliberale è un’ideologia e conoscere come si è costruita e chi vi ha contribuito è necessario. Ma altrettanto necessario è capire come e chi lo ha trasformato in ordinamento istituzionale.

Il paradigma neoliberale ha iniziato a sfaldarsi nelle mani di chi lo stava mettendo in pratica con la crisi economica del 2007-08: erano i mercati finanziari che mostravano la loro drammatica fragilità e insostenibile immoralità. Proprio quei mercati che incarnavano la ‘metafisica del breve periodo’ che è il segno distintivo del paradigma neoliberale, proprio quei mercati proposti come modello per ogni altro mercato – persino per i ‘mercati’ del lavoro e della terra.

La Banca Centrale Europea costretta a creare moneta come si era giurato che mai avrebbe fatto e gli Stati nazionali che si indebitano per salvare il sistema bancario avrebbe dovuto essere sufficiente per certificare la crisi del progetto neoliberale e stimolare un profondo ripensamento. Non è stato sufficiente, invece. Per l’élite intellettuale liberale – soprattutto per quella progressista – i mercati finanziari sono un tabù. Lo è stata, però, la congiunzione della crisi sociale e della crisi ecologica, l’impossibilità di negarle nei loro drammatici effetti. I disastri che la ‘metafisica del breve periodo’ ha prodotto nella sfera del lavoro e della distribuzione del benessere, i disastri che ha prodotto nella sfera degli equilibri eco-sistemici non lasciano vie d’uscita retoriche.

E sono arrivate le conversioni pubbliche, di individui e organizzazioni. Chi negli ultimi trenta anni è stato con dedizione e competenza dalla parte della rivoluzione neoliberale afferma, ora, che dobbiamo orientare le scelte private e collettive al lungo periodo. Chi ha contribuito a progettare e realizzare una società rigorosamente orientata al presente, nella quale al mercato si assegna il compito di orientare la traiettoria di sviluppo della società, esorta, ora, a costruire il futuro attraverso consapevoli strategie e politiche, propone di utilizzare i bilanci pubblici come strumenti di ri-orientamento delle traiettorie di sviluppo.

I protagonisti della rivoluzione neoliberale sono ora alla testa della controrivoluzione. Niente da obiettare: una conversione benedetta la loro. E credo che abbia ragione Bruno Latour (Down to the Earth. Politics in the New Climate Regime, Polity, 2018) nel dire che ora si tratta di dividersi su come costruire il futuro, non su chi aveva ragione. Ma l’élite intellettuale e politica – di destra, e di sinistra (soprattutto di sinistra) – che ha realizzato la rivoluzione neoliberale e che ora si mette alla guida della controrivoluzione, per quanto sincera la sua conversione, sa cosa fare?

Recovery Fund e giornalismo

La prima volta l’ho letta sulle pagine del “Corriere della Sera”, in un articolo apparso nell’edizione del 30 settembre dell’anno scorso. Poi l’ho sentita in un giornale radio del mattino, alla fine di dicembre. Nei mesi successivi è affiorata raramente nel discorso pubblico – ma la notizia era vera e decisiva: una parte del Recovery Fund – forse addirittura la metà – l’Italia l’avrebbe utilizzata per progetti già inseriti nel bilancio pubblico, finanziati, ma non ancora realizzati o completati. Utilizzata non per finanziare investimenti aggiuntivi, ma per sostituire debito a debito, una partita di giro per non far crescere ancora di più il suo debito pubblico.

La notizia avrebbe dovuto essere spiegata nel suo significato: i fondi aggiuntivi che si sarebbero riversati sull’economia italiana non erano dell’ammontare che si diceva, ma molti di meno. L’entusiasmo per il Recovery Fund era eccessivo.

L‘entusiasmo sarebbe poi scemato del tutto se il giornalismo italiano fosse stato in grado di far capire ai lettori anche altre due cose.

I fondi del Recovery Fund sono in parte prestiti. I prestiti andranno restituiti, e questo comporterà più avanti una riduzione delle risorse disponibili nel bilancio pubblico per investimenti o spese correnti. Nel dibattito politico sembra che l’unico tema sia come spendere le risorse che arrivano come prestiti e non anche come restituirle. Come per ogni debito che si contrae, l’analisi degli effetti andrebbe condotta sul profilo temporale delle entrate (prestito) e delle uscite (rimborso del prestito).

Anche per la somma che l’Italia otterrà come trasferimenti unilaterali il suo utilizzo non è l’unico tema. Da dove vengono i fondi che l’Unione Europea trasferisce come dono ai Paesi membri? Dai contributi dei singoli Paesi. Una parte dei fondi che l’Italia riceverà con il Recovery Fund li restituirà nei prossimi anni nella forma di contributi al bilancio dell’Unione. Anche se l’Italia riceverà di più di quello che verserà, quello che effettivamente riceverà – e potrà utilizzare per spesa pubblica aggiuntiva – è molto di meno di quanto si dice e si legge.

Falso perfino è far credere che ‘ora’ accederemo ai fondi del Recovery Fund. Dura dal giugno scorso questo ‘ora’, da quando la Commissione Europea ha proposto la misura – e sono già trascorsi otto mesi. E durerà fino al 2027, per tutto il ‘periodo di programmazione’ – ed ogni anno l’Italia avrà a disposizione solo una quota di un totale di molto inferiore a quello che si dice, rispettando le condizionalità, da mettere nel bilancio.

Il Recovery Fund avrà un impatto irrilevante sulla traiettoria di crescita dell’economia italiana. (Comunque – ora conviene chiamarlo con il suo nome: Next Generation EU – non è stato progettato per la ‘crescita’ bensì per lo ‘sviluppo’ dell’economia europea, per iniziare la transizione verso un nuovo modello economico).

Io non so dire quale sia, ma il giornalismo italiano deve avere un problema, e grave, se non riesce a districarsi neanche su una questione così semplice. Sarebbe bastato che un quotidiano, uno soltanto tra i maggiori, avesse chiarito il funzionamento del Recovery Fund per mettere il dibattito pubblico sulla strada giusta.

 

Chi e come

Nel sottotitolo di un libro recente di Robert Reich [1] compare un “chi” e un “come”: chi lo ha fatto, come lo ha fatto. Una lettura molto utile anche se è l’Italia – e non gli Stati Uniti – il Paese al quale pensi. Parla di una verità che si tende a dimenticare: il modello di capitalismo che c’è in un dato momento e in un dato luogo, nei suoi minuti dettagli istituzionali (che sono quelli che contano), è il prodotto di scelte politiche, prosaicamente fatte giorno dopo giorno da chi ha il potere di farle. Scelte che in gran parte non affiorano nel dibattito pubblico. E se lo fanno, lo fanno in modo sfuggente e non è semplice capirne l’importanza.

Il libro di Reich dimostra anche un’altra verità – e lo fa concretamente, dando un nome al “chi” e al “come” nella storia politica ed economica degli Stati Uniti degli ultimi decenni: l’élite (e la super-élite) economica e gran parte dell’élite intellettuale è quotidianamente impegnata in politica. Persegue l’obiettivo che il sistema non cambi fino al punto di mettere in discussione i suoi privilegi – i suoi inauditi privilegi. Quale sia la specifica forma di capitalismo che prevale in un dato momento interessa poco o nulla. L’unica cosa che per essa conta è che sia una forma nella quale i privilegi – anche quelli inauditi – non vengano intaccati. E combatte con intelligenza e competenza per questo obiettivo. Concede strumentalmente quello che c’è da concedere per preservare la sua posizione di privilegio – mostrando un pragmatismo che non ti aspetti (e che scambi per buone intenzioni).

Nei momenti difficili l’élite economica e intellettuale diventa un esercito unito e determinato, esce allo scoperto e cade anche la finzione dei tempi normali, dell’indipendenza di giudizio che avrebbe chi ha il potere di parlare e scrivere, di costruire e de-costruire il dibattito pubblico. L’ordinamento sociale diventa un fatto di natura e la scolastica economica torna a essere la verità.

Interpreto così quello cha accade in questi giorni in Italia – e che è accaduto altre volte dopo il 1989: è caduta ogni finzione di fronte al rischio che il capitalismo italiano degeneri fino al punto di mettere in pericolo lo stile di vita presente e futuro e i piani intergenerazionali dell’élite economica e politica. Il “chi” si è dovuto ora svelare (lo farà per il tempo che serve) e il “come” lo sappiamo già, non è difficile prevederlo.

Il lato tragico in questa vicenda è che quella scritta dopo la caduta del Muro di Berlino è una storia finita, questa sì di storia è finita. La crisi ecologica – i cambiamenti climatici, la perdita di fertilità del suolo – e la crisi sociale travolgeranno nei prossimi anni il meta-modello di capitalismo in cui questa élite ha prosperato, ma che non riuscirà più a difendere con le armi della retorica.

 

[1] Robert B. Reich, The System. Who Rigged It, How We Fix It (London: Picador, 2020).

Periferie e politica [II]

Dagli anni Novanta è stato il ‘centro’ e non la ‘periferia’ il focus del discorso pubblico sulle città in Italia, giustificato da un cambiamento sociale profondo: la crescente domanda di urbanità. Che questa domanda sia stata poi declinata secondo il paradigma neoliberale – a Milano più che in qualsiasi altra città italiana – è stata una scelta politica. Rigenerare in primo luogo il ‘centro’ e costruirvi abitazioni per super-ricchi e uffici per la produzione di servizi finanziari – e farlo verticalizzando la città fisica – è un modo specifico di declinare la domanda di urbanità; così come orientare ossessivamente al consumo e allo scambio gli spazi pubblici. Nel modello di città europea l’urbanità non si esprime però soltanto nelle pratiche che si svolgono nel centro delle città, nei punti focali primari. Si esprime anche nelle pratiche che si svolgono nei quartieri e nei vicinati – nelle grandi e medie città, in particolare. Si sarebbe dovuto guardare alla città come sistema, alle città di fatto e quindi agli hinterland, per declinare la domanda di urbanità.

All’inizio degli anni Novanta l’Italia aveva alle spalle quattro decenni di catastrofica espansione della città fisica. Si deve sempre avere sul tavolo almeno uno dei tanti libri che lo hanno raccontato, dimostrato; si deve farlo per avere presente la profondità dei disequilibri territoriali che si erano accumulati e i costi economici e organizzativi che si sarebbero dovuti sostenere per sanarli o mitigarli. Per come erano state male costruite durante la grande urbanizzazione (1950-1990), per come erano state ‘maltrattate’, il compito di rigenerare le città italiane, di farle avvicinare al modello europeo di città era difficile e richiedeva una strategia nazionale, risorse finanziarie e organizzative ingenti. E soprattutto la consapevolezza che le città sono i motori dello sviluppo economico e devono essere manutenute e adeguate.

Nei primi anni Novanta iniziava il declino economico italiano, mentre sotto l’influenza del paradigma neoliberale che stava diventando rapidamente egemone cresceva l’importanza del mercato come dispositivo di allocazione delle risorse. Per una città che presenta profondi disequilibri – come le maggiori città-di-fatto italiane avevano – la combinazione di declino economico e prevalenza del mercato nell’allocazione delle risorse è letale. Il mercato non-regolato cerca la rendita e il profitto, che in metropoli in crisi possono sperare di ottenere solo pochi e selezionati luoghi – soprattutto o esclusivamente nel ‘centro’. Il mercato non ‘vede la città’: di essa ‘vede’ solo quelle parti che hanno un valore finanziario – che sono piccoli frammenti del tessuto urbano in città in stagnazione o declino.

Della crisi delle grandi città italiane il ‘paradigma delle periferie’ racconta ben poco (e quel poco lo racconta male, visti i risultati elettorali della Sinistra, che su questo paradigma ha costruito le sue politiche). Le disastrate morfologie spaziali e sociali che incontri percorrendo le città-di-fatto italiane sono il prodotto di economie urbane ‘sfinite’; sono gli effetti di una base economica debilitata e fragile e di un’organizzazione economica che genera e rigenera disuguaglianze di reddito in una misura oramai incompatibile con un capitalismo democratico. Sono disequilibri cresciuti nell’arco di decenni, che segnano le città in tutta la loro estensione, che richiedono un radicale cambiamento del modello di regolazione economica e spaziale che continuamente li riproduce.

La politica si occupa di riqualificare le periferie, il mercato si occupa di rigenerare il ‘centro’: dentro questa retorica di divisione del lavoro scompare la città, la sua crisi. Credo si debba partire da Torino per capire quali sono i contenuti della ‘questione urbana’ in Italia, oggi.