Categoria: Società italiana

Il sentiero e la meta

Il dopo ha un prima. Stanno uscendo molti libri di intellettuali progressisti che raccontano dei cinque anni di governo della Sinistra, ai quali è seguito questo dopo: una società che non crede al dialogo, all’evidenza empirica, alla logica, che non si dà più il tempo di ascoltare, che non ha il desiderio di argomentare. Per le élite progressiste il prima – gli anni in cui hanno dominato, nella sfera politica e nel dibattito pubblico – non sembra essere in una relazione causa-effetto con il dopo, con l’esito del voto del 4 marzo 2018. Non vede la relazione tra il prima e il dopo neppure Pier Carlo Padoan nel suo recente libro-intervista: Il sentiero stretto e oltre (il Mulino, 2019). Incoraggiato a raccontare dal suo intervistatore – Dino Pesole –, Padoan propone la sua narrazione: i risultati elettorali del 4 marzo 2018 si spiegano con l’inquietudine e l’impazienza degli elettori, ai quali, certo, si sarebbe potuto spiegare meglio l’azione di governo e i suoi effetti futuri.

Non si percepisce ironia nell’affermazione che a un certo punto del libro incontri: “L’Italia è un paese più maturo di quanto si pensi…”. A evocare questa affermazione è anche la copertina: una fila di formiche che si snoda, risalendo, tra le parole che formano il titolo del libro, disposte come frammenti sulla pagina. L’interpretazione visuale che il grafico ha dato del titolo del libro potrebbe essere un auspicio: ciò che dovremmo tornare a essere. Oppure, come credo, è una previsione: allude a ciò che torneremo a essere. Con garbo, l’Autore sembra dirci che gli elettori si accorgeranno presto dell’errore compiuto il 4 marzo 2018. Come dire: non abbiamo sbagliato quasi niente; ad aver sbagliato quasi tutto sono stati gli elettori.

Nel libro non vi sono argomentazioni a giustificare l’ottimismo dell’Autore. Né vi è un’attenzione critica sul tema centrale della politica italiana:  è sufficiente tenere in ordine i conti pubblici per mantenere un soddisfacente equilibrio sociale? La “finanza pubblica creativa” alla quale questo Governo si è abbandonato – non è il primo a farlo tra i Governi che l’Italia ha avuto dall’inizio degli anni Ottanta – conduce alla crisi fiscale e alla crisi finanziaria. Ma tenere i conti in ordine non può di per sé evitare – e non ha evitato – la crisi sociale e lo stallo politico nel quale l’Italia si trovava alla fine della scorsa legislatura (e continuerà a trovarsi ancora a lungo). Aver evitato la crisi finanziaria, aver migliorato lo stato dei conti pubblici è il merito che Padoan rivendica, non a torto. Ma si potevano tenere i conti pubblici in ordine senza trascinare l’Italia verso la crisi economica, ambientale, morale, cognitiva nella quale si trova. Una crisi nella quale l’ha condotta il progetto politico neoliberista delle élite progressiste. Di questa relazione tra il progetto politico e il dopo è consapevole Jan Zielonka in Contro-rivoluzione (2018), ma non sembra esserne consapevole Marco Piantini in La parabola d’Europa (2019), né sembra crederlo Maurizio Molinari in Perché è successo qui (2018). E non sembra crederlo neppure Pier Carlo Padoan in Il sentiero stretto e oltre.

La metafora del “sentiero stretto” con la quale Padoan crede di corroborare la sua tesi gli fa assumere una prospettiva fuorviante. Ciò che conta agli occhi degli elettori è la meta che ti sei prefissato, non quanto è stretto il sentiero. Il 4 marzo 2018 gli elettori non hanno rifiutato le difficoltà del cammino bensì la meta; hanno rifiutato il modello di società e di economia che il Governo stava realizzando. Mentre Padoan teneva i conti a posto, i Governi di cui ha fatto parte, con la riforma (non riuscita) della Costituzione, la riforma del mercato del lavoro, la riforma della scuola, la gestione delle crisi bancarie e dei flussi migratori ed altro ancora – ma anche con le misure che sembrava ovvio prendere e non hanno preso –, hanno definito una meta, delineato un modello sociale che gli elettori hanno rifiutato. Le élite intellettuali progressiste, con il linguaggio e le semplificazioni con le quali hanno egemonizzato il dibattito pubblico, hanno esasperato il discorso politico.

Pier Carlo Padoan – come gran parte delle élite progressiste italiane (ed europee) – ha condiviso il progetto politico neoliberista, non ha soltanto tenuto i conti pubblici in ordine. Il fatto di condividerlo e difenderlo è nell’ordine delle cose. Pensare che sarà la crisi finanziaria a impartire la lezione agli elettori italiani, facendoli ritornare sul “sentiero stretto” e riprendere il cammino verso quella stessa meta tradisce, però, un’interpretazione ideologica della crisi italiana: quella meta non la condivide più la maggioranza della società italiana e non saranno libri come questo a cambiare le cose. Non saranno neanche letti, perché troppo è il fastidio per il linguaggio e la narrazione delle élite progressiste.