Autore: antonio-calafati

Sovranisti di sinistra

Su “il manifesto” del 19 maggio Tonino Perna scrive: “Ha ragione Luigi Pandolfi a denunciare il fatto che l’opposizione alle politiche di austerity le abbiamo lasciate in mano alla destra fascistoide.”. Riprendo l’articolo di Luigi Pandolfi, dal titolo inequivocabile “Non si deve lasciare alla Lega la lotta all’austerità della Ue”, e cerco la frase che ricordavo: “… il proposito di cambiare radicalmente i Trattati, di mettere fine agli attuali vincoli, di porre, in sede europea, la questione di una moratoria sul debito, andrebbe incoraggiato. È già troppo che questi temi siano approdati in una trattativa di governo per mano di una forza politica radicalmente di destra, che in queste ore si pregia anche di sfidare i mercati.”. Torno all’articolo di Perna e rileggo il titolo: “La sovranità monetaria è una battaglia di sinistra”.

Ora, le idee, come i programmi politici, non sono un pallone da rugby che lotti per strapparlo ad altri ed è tuo finché gli altri, a loro volta, non te lo strappano dalle mani. Il fatto che un partito abbia un obiettivo non esclude che un altro partito possa avere lo stesso obiettivo. Quindi, a leggere gli interventi di Pandolfi e Perna la conclusione è chiara: tutti uniti, ora, – destra e sinistra – contro il progetto europeo. Tutti uniti per riprenderci la sovranità monetaria. (Divisi, poi, su come utilizzarla: in effetti, della sovranità monetaria si può fare usi diversi).

La sovranità monetaria – intesa come possibilità di creare moneta (o di fissare un tasso di cambio con il dollaro e altre monete come atto amministrativo) – nessuno ce l’ha sottratta, con la forza e con l’astuzia. L’abbiamo ceduta all’Unione Europa attraverso un lungo processo di riforme istituzionali iniziato negli anni Ottanta e concluso con l’introduzione dell’Euro – molti anni fa, oramai. L’abbiamo ceduta con fiducia – e tutta la sinistra era unita a sostegno di quella scelta.

Il progetto europeo stava già cambiando quando l’Euro è stato introdotto. Ed era quello il momento per avere perplessità sull’evoluzione dell’Unione Europea. Per discutere degli effetti territoriali della Moneta Unica, delle istituzioni che avrebbero dovuto evitare che i suoi effetti non fossero drammaticamente asimmetrici nello spazio europeo. L’Italia, poi, con un debito pubblico già elevato e un tasso di inflazione più alto della media europea correva rischi drammatici, che si sono materializzati. Ma la sinistra italiana era europeista, allora, settariamente europeista.

La sinistra ortodossa è poi diventata neo-liberale, aderendo con convinzione al “nuovo progetto europeo” – che è un progetto coerentemente neo-liberale. La sinistra eterodossa è lentamente diventata sovranista – chi proponendo un bilancio pubblico in disavanzo, banalizzando Keynes, chi proponendo utopie radicali – che dovrebbero desacralizzare il denaro (degli altri) – da applicare nello spazio europeo.

Di una riflessione critica consapevole sul nuovo progetto europeo nessuna traccia. Del “sogno europeo” nessun ricordo – e nessun desiderio di rievocarlo.

I sovranisti di sinistra – che scrivono su “Il Manifesto” – e i sovranisti di destra – che hanno democraticamente stravinto nelle recenti elezioni politiche – proclamano che si tratta di “rinegoziare i Trattati”. D’accordo, ma quali Trattati? Che cosa intendono rinegoziare? La gestione e distribuzione dei fondi strutturali – l’agenda territoriale? Le norme e gli accordi che regolano il Mercato Unico Europeo (che non esiste più)? Le norme che fissano il ruolo dell’agricoltura nella società europea? Le norme che definiscono il paradigma ambientale? Che cosa intendono rinegoziare?

Comunque, come si può rinegoziare un sistema di accordi vasto e complesso se non si ha un progetto neppure abbozzato? E poi, rinegoziare significa accordarsi con 27 paesi – per i quali l’Italia, a questo punto, non è un attore credibile e affidabile, al quale si riconosce una leadership politica. Negoziare minacciando? Che cosa, poi? Di andarsene?

Per i sovranisti di sinistra e di destra italiani il progetto europeo è oggi ridotto a un insieme di vincoli alla sovranità nazionale, vincoli che ci impediscono di effettuare qualche miliardo di euro in più di spesa pubblica. Ecco, i sovranisti italiani – tutti – credono che la via d’uscita a questa crisi sociale che dura da trenta anni sia qualche punto percentuale in più di spesa pubblica, da finanziare “riprendendosi la sovranità monetaria”.

Nel frattempo, i sovranisti di sinistra non hanno più alcuna rappresentanza politica – in elezioni democratiche. Ci sarà una ragione.

Dalle disuguaglianze territoriali al populismo?

Leggere la recente inchiesta che “L’Espresso” ha dedicato alle disuguaglianze territoriali – dal titolo tanto evocativo quanto sbagliato “L’economia della conoscenza sta uccidendo la nostra provincia” – ti porta al cuore della crisi italiana: nel discorso pubblico abbiamo perso il bandolo della matassa.

Diversamente da quanto si legge nell’articolo il declino di molti sistemi locali che ha condotto a ciò che oggi chiamiamo “aree interne” non c’entra con l’emergere dell’economia della conoscenza. Alla fine degli anni Ottanta, la polarizzazione territoriale – in tutte le regioni – era già un fatto. In Italia l’industrializzazione è stata diffusa e, allo stesso tempo, polarizzata. Ha coinvolto molti sistemi locali ma, certo, non tutti. Il modo in cui l’industrializzazione si è territorializzata ha generato le “aree interne” – alcuni decenni prima che emergesse l’economia della conoscenza.

Diversamente da quanto si afferma nell’articolo, non c’è una relazione causale diretta in Italia tra grado di sviluppo territoriale e comportamenti elettorali. Non so dire se il suo pensiero sia stato semplificato dalla redazione de “L’Espresso”, ma l’economista della London School of Economics si sbaglia quando afferma che in “…Italia le cose vanno nello stesso modo, le aree dimenticate hanno votato Cinque Stelle e Lega.” La prima città nella quale il M5S ha vinto le elezioni è stata Parma, una delle città medie – come Reggio Emilia, Modena, Bergamo e molte altre – del “Miracolo economico italiano”. Torino e Roma – dove ha di nuovo vinto il M5S – non sono “aree dimenticate”. E, certamente, non lo è neppure Livorno, dove ha recentemente vinto il M5S. La Lega, poi, governa da anni la Lombardia e il Veneto – regioni tra le più ricche d’Italia (e d’Europa). Ha governato il Piemonte e ora governa il Friuli Venezia Giulia – regioni né dimenticate né povere.

Diversamente da quanto si sostiene nell’articolo, domandarsi per l’Italia “… se davvero sia possibile ridurre le disuguaglianze fra città e provincia” non ha senso. Sono trent’anni almeno che queste categorie sono considerate inservibili per analizzare il territorio italiano. Inoltre, contrappore la Val Maira o la Val Trompia – “aree povere” – alle città – “aree ricche” – non conduce a nulla. La prima drammatica disuguaglianza territoriale in Italia – e non solo in Italia – è quella tra le città (ridefinite nei loro confini come “aree urbane funzionali”). La grande e crescente distanza, secondo le rilevazioni OCSE, tra il reddito pro-capite dell’area urbana funzionale di Milano – una delle più “ricche” d’Europa – e il reddito pro-capite delle aree urbane funzionali di Bari, Palermo, Catania e Napoli – tra le più “povere” d’Europa – è un dato di fatto. E in questi quattro sistemi tra i più poveri d’Europa vivono circa sei milioni di individui.

Diversamente da quanto si assume nell’articolo misurare il benessere delle aree interne con lo stesso parametro – reddito pro-capite – con il quale si misura il benessere nelle città è sbagliato. Basterebbe considerare l’enorme differenza nei costi di transazione (costi di trasporto, ad esempio), nella configurazione dei diritti di proprietà sulle abitazioni, nel livello dei prezzi dei beni di base e così via per rendersi conto che è una comparazione che non si può fare. E, infatti, diversamente da quanto si argomenta nell’articolo, la Strategia Nazionale per le aree interne ha un altro impianto. La Strategia parte dall’osservazione degli enormi costi sociali del declino delle aree interne in termini di mancato uso del capitale territoriale e in termini di costi ambientali. Anche qui, tutta un’altra storia da quella che si racconta nell’articolo.

Diversamente da quanto si afferma nell’articolo, l’economia della conoscenza ha aperto la strada a strategie di sviluppo locale in grado, se fossero perseguite, di condurre a una maggiore giustizia territoriale. L’aumento delle disuguaglianze territoriali non è la conseguenza dell’emergere dell’economia della conoscenza. Dipende, invece, dalla consapevole scelta del “paradigma della competizione territoriale” da parte dell’Unione Europea e degli Stati nazionali che ne fanno parte – un paradigma che ha messo le città più forti per ragioni geografiche, economiche o politiche in condizioni di straordinario vantaggio.

Non c’è l’emergere dell’economia della conoscenza all’origine della crescente disuguaglianza territoriale in Italia, bensì l’adesione – annunciata, discussa, approvata (nessun inganno!) a livello europeo – al paradigma della competizione territoriale. Una delle manifestazioni più coerenti nella sfera delle politiche pubbliche dell’ideologia neo-liberista.

 

 

Poi, i poveri votano

Ricevo puntualmente la newsletter di uno dei più prestigiosi centri di ricerca indipendenti italiani. Un centro della sinistra ortodossa, animato da professori universitari ed economisti. Che credono fermamente che esista fuori dal tempo e dallo spazio qualcosa chiamato “teoria economica”.

La newsletter arriva con un messaggio email che contiene dei brevi sommari. E a un certo punto leggo: “’…[l’]ultimo rapporto Ocse certifica la necessità di un impianto impositivo a chiara vocazione redistributiva visto che la disuguaglianza risulta dannosa per la crescita di lungo periodo ”. Sono righe che ho trovato straordinarie nella loro capacità di rivelare le radici della crisi della Sinistra italiana. In quel “visto che” precipita il naufragio politico delle élite progressiste italiane – e del partito che le rappresenta.

La disuguaglianza la dobbiamo combattere, quindi, perché – così ci dice la “teoria economica”, in questo caso declinata da un modello dell’OCSE (immancabili modelli econometrici, protagonisti del dibattito politico in Italia come in nessun altro paese democratico) – riduce lo sviluppo economico nel lungo periodo (riduce la “crescita” non lo “sviluppo” nel modello, ma non sottilizziamo). Il più importante centro di ricerca economica indipendente italiano non viene sfiorato dall’idea che ci potrebbero essere ragioni etiche e non ragioni economiche all’origine delle politiche che mitigano la disuguaglianza. Siamo sempre lì, agli economisti di sinistra che invocano la teoria economica – e i modelli che da essa derivano – per giustificare il loro Sì alla riforma costituzionale e il loro No alle critiche alla Banca d’Italia nella sfera della vigilanza bancaria.

Ancor più imbarazzante di questo scientismo ottocentesco è la sottovalutazione della povertà – sottovalutazione intenzionale, che permette di disquisire sulla disuguaglianza come se la disuguaglianza fosse il dis-equilibrio più importante. Sottovalutazione irrazionale se si considera lo stato delle cose in Italia. Sul tema della disuguaglianza in un’economia capitalistica – per parlarne senza mettere in discussione il capitalismo – aveva già detto tutto ciò che c’era da dire John Rawls alcuni decenni fa (Una teoria della giustizia, 1971). Ma agli economisti di sinistra italiani anche il neo-utilitarismo di Rawls – non solo il liberalismo di Keynes – appare troppo audace, troppo rischioso per il buon funzionamento del mercato. Benché la prospettiva di Rawls, in una società come quella italiana che nel 2016 aveva circa il 30% della popolazione a rischio povertà o di esclusione sociale, sia poi inapplicabile. Perché non puoi parlare di disuguaglianza ai poveri: a loro devi parlare di povertà.

La Caritas lo documenta da anni – ma la sua voce potevi fare finta di non sentirla. Ora è l’Istat, però, che documenta quale livello abbia raggiunto la povertà, la deprivazione, l’incertezza economica in Italia: poco meno di 20 milioni di persone. Un dato che, se non fossimo tutti preda di un incantesimo che ha soffocato i nostri sentimenti oltre che il nostro pensiero, dopo averlo ritualmente definito “drammatico”, dovrebbe spingere a chiederci: come si vive, in questo stato? Quali sono le conseguenze sulla vita delle famiglie che si trovano in questo stato? Che accadrà nei prossimi anni?

Discutere di “disuguaglianza ottimale” (rispetto alla crescita!), “uguali condizioni di partenza”, “ascensori sociali” e argomenti simili di fronte a una povertà così diffusa è immorale. Ma anche politicamente irrazionale. Le élite progressiste – e il Partito Democratico nel quale si ritrovano – devono abitare un altro mondo se non hanno capito l’importanza del tema delle conseguenze politiche della povertà in una democrazia. Perché poi i poveri votano.

Poveri che quando sono andati a votare, qualche mese fa, avevano una storia di povertà alle spalle e poche speranze. E niente da perdere, nel breve periodo – che è il tempo della vita.

Perché sembrava un sogno, il progetto europeo?

Un progetto per l’Europa i neoliberali l’avevano, lo stanno attuando e sono vicini a compiere l’opera. I neoliberali non sono affatto euroscettici. I neoliberali sono contro l’Unione Europea, sono contro il progetto europeo originario. La caduta del Muro di Berlino è del 1989. L’inizio della decostruzione del progetto europeo è del 1992, con il Trattato di Maastricht. Una decostruzione lenta. Non poteva avvenire come atto politico esplicito – non sarebbe stato politicamente possibile farlo. Doveva avvenire con cambiamenti istituzionali che danneggiavano la struttura, che obbligava a svuotare il progetto fino a renderlo irriconoscibile.

Non era difficile per un economista capire a cosa avrebbe potuto condurre la strada intrapresa con il Trattato di Maastricht. Ma gli economisti sono (diventati) quasi tutti neoliberali – sia quelli di destra che di sinistra – e quella strada era per loro quella giusta. Per gli economisti neoliberisti il progetto europeo originario era un ostacolo al progresso economico perché proponeva un limite alla logica del mercato. E loro non sopportano porre limiti al calcolo economico.

Non era difficile capire – quanti esempi la storia economica può fornirti –­ che l’unificazione monetaria è capace di generare polarizzazioni territoriali impressionanti. Per gli smemorati – e gli inconsapevoli – bastava gettare uno sguardo a quello che stava accadendo nella Germania orientale come conseguenza dell’unificazione monetaria con la Germania occidentale. Che avveniva in quegli anni. E in Germania nessuno – tranne qualche analista in cerca di facile gloria – ha negato la necessità di un afflusso di capitale pubblico e privato, enorme e per decenni, nei territori della Germania orientale a compensazione degli effetti sulla base economica dell’unificazione monetaria.

Non era difficile capire che cosa sarebbe successo mettere la manifattura greca o italiana nella stessa area monetaria di quella tedesca e, allo esso tempo, permettere al capitale finanziario tedesco di andarsene fuori dall’area euro. Che storia!

Non era neanche difficile capire cosa sarebbe potuto accadere ampliando di molto i territori dell’Unione Europea – di ampliarli ad est –, senza aumentare la dotazione dei fondi strutturali. Benché i nuovi territori – così profondamente europei, così importanti per tutti noi – fossero  molto lontani dalla media europea in termini di reddito. Ma quelli “giusti”, di paesi,  lasciarli però fuori dall’Euro – per delocalizzazioni facili e altri vantaggi quotidiani per la borghesia professionale che nell’area Euro vive.

Si potrebbe continuare a raccontare tutti i piccoli e continui cambiamenti istituzionali con i quali si è indebolita l’impalcatura del progetto europeo, con i quali si è trasformato il progetto.

Con le loro sgangherate critiche all’Unione Europea, il Movimento 5 Stelle e la Lega sono riusciti a farsi passare per avversari del progetto europeo. A farsi definire come “nemici dell’Europa” proprio da chi l’Unione europea aveva veramente avversato, con metodo e impegno intellettuale. E con competenza e intelligenza contribuito a smantellare. I neoliberali perseguivano un altro progetto politico.

C’è un’Europa, un progetto europeo prima e dopo il Trattato di Maastricht. Che significa allora essere “euroscettici” oggi? Quale è il progetto europeo che lascia perplessi? Quali sono le parti del progetto europeo che si vuole modificare, ora?

Ce lo siamo dimenticati quello che è stato il progetto europeo – e perché sembrava un sogno.

Euroscettici, sovranisti, populisti – e neo-liberisti

Con l’introduzione definitiva dell’Euro nel 2002 – e ciò che ne è seguito – si è arrivati alla cessione di sovranità all’Unione Europea da parte dei Paesi membri in sfere che per alcuni secoli erano state costitutive del concetto di stato nazionale. Con perplessità e opposizioni (neppure tanto forti), ma ci si è arrivati. E i Paesi che hanno aderito al progetto della moneta unica erano Paesi democratici. Si deve partire da qui per capire chi oggi critica l’Euro e l’Unione Europea. E chiedersi: che cosa ha fatto cambiare idea a così tanti cittadini (ed elettori) europei negli anni che sono trascorsi da allora?

Aderendo a quel progetto si riteneva che si sarebbe ceduta sovranità all’Unione Europea – a un progetto politico nel quale le maggioranze di tutti i Paesi coinvolti credevano e di cui pensavano di essere state artefici. Negli anni ci si è resi conto che si era ceduta sovranità in sfere fondamentali dell’economia e della società al mercato globale e non all’Unione Europea, non a un attore sovranazionale legittimato dalle democrazie nazionali, bensì a un meccanismo fuori da ogni controllo politico. Già questo – come fatto di principio – sarebbe stato sufficiente per mettere in discussione la cessione della sovranità, per ritirare la delega. Ma sono stati gli effetti economici e sociali del nuovo ordinamento a far deflagrare la “questione europea”.

Come afferma Mauro Ceruti “Il ritorno alla piena sovranità degli stati nazionali è fuori tempo massino.” (Il tempo della complessità, Raffaello Cortina Editore, 2018, p. 70). Il tema che l’Autore solleva è a chi, in quali sfere e quanta sovranità gli stati nazionali cedono ad altri livelli di regolazione politica superiori e inferiori nell’era della “irreversibile interdipendenza planetaria” (ibidem, p. 70). Il punto è che nelle istituzioni europee non si intravede alcuna intenzione di discutere dalla prospettiva del paradigma della complessità il tema della sovranità e tanto meno di provare a riprendersi quella parte di sovranità che gli stati nazionali avevano ceduto loro non perché, a sua volta, fosse ceduta ai mercati globali. Questo è il dilemma: non si può tornare indietro alla “piena sovranità” degli stati nazionali – ammesso che l’abbiano mai avuta una piena sovranità – ma non c’è una riflessione su come distribuire tra i diversi livelli di governo la sovranità che serve per ristabilire un soddisfacente equilibrio sociale ed economico.

Da che parte stiano i liberisti rispetto alla “questione europea” è chiaro. Con coerenza, stanno dalla parte dell’irrilevanza del progetto europeo originario. Nel loro paradigma non esiste altro sovrano legittimo che il mercato globale. Goodbye Europa (Rizzoli, 2006) intitolavano senza esitazioni un loro libro due noti economisti italiani, Alberto Alesina e Francesco Giavazzi. Lo stesso paradigma dal quale muove Lorenzo Bini Smaghi, a lungo nel Comitato Esecutivo della BCE, nel suo 33 false verità sull’Europa (il Mulino, 2014). Lo stesso paradigma che propone ora il vice-direttore de “Il Fatto Quotidiano”, Stefano Feltri, nel suo recente Populismi sovrani (Einaudi, 2018). Ma sono soltanto alcuni dei molti libri che si potrebbero citare che affrontano la “questione euroepa” dalla prospettiva neo-liberista.

Definire in tono spregiativo “sovranisti” e “populisti” gli euroscettici, però, è un modo per eludere sul piano dialettico la questione fondamentale: la cessione di sovranità da parte degli stati nazionali era stata democraticamente accettata con riferimento a un altro progetto europeo –  che ha iniziato a sgretolarsi con il Trattato di Maastricht (1992). Sul piano della realtà la questione rimane e nelle democrazie i nodi politici li sciolgono le elezioni, a volte male a volte bene.

Ciò che si può rimproverare alle élite euroscettiche italiane, però, è di non aver fatto lo sforzo di capire come il progetto europeo si stesse trasformando. Di non aver fatto poi lo sforzo di elaborare una proposta politica alternativa. Insistere sulla rimozione dei vincoli al disavanzo pubblico come passo decisivo – fattualmente e simbolicamente – per riaffermare la sovranità nazionale o sull’uscita dall’Euro tradisce una visione semplificata del processo di integrazione europea, che non coglie la profondità, l’innovazione e il valore etico del “sogno europeo” (Jeremy Rifkin). Che non coglie il tema di come distribuire la sovranità tra i diversi livelli di governo. Culturalmente subalterni, inutilmente rivendicativi, astrattamente avversi “a Bruxelles” e senza una visione politica gli euroscettici hanno lasciato il campo ai neo-liberisti. Che un progetto per l’Europa lo avevano e lo hanno attuato – un progetto che era politico.