Autore: antonio-calafati

Vantaggi economici

Il titolo dell’editoriale in evidenza in prima pagina su Die Zeit (23 luglio 2020, n. 31) richiamava i vantaggi economici per la Germania dell’accordo sul Recovery Fund. L’ho letto subito, cosa che di solito non faccio. Ricevo l’edizione – in digitale, qui in campagna dove vivo il cartaceo non arriverebbe con la necessaria puntualità – e come primo passo sfoglio con calma le cento e più pagine in grande formato, per compilare mentalmente la lista degli articoli che leggerò nei giorni successivi (la quantità e la qualità dei percorsi di riflessione che ciascuno numero di questo straordinario settimanale offre è stupefacente). Questa settimana, però, ho ritardato il piacere di scoprire che cosa mi riservasse Die Zeit.

Ho letto l’editoriale rapidamente, scoprendo che si concludeva come il titolo annunciava ma in modo ancora più esplicito: l’accordo di Bruxelles è tanto vantaggioso economicamente da avere convinto anche le associazioni delle imprese manifatturiere, non perché il progetto europeo stia loro così a cuore, bensì perché gli imprenditori “sanno fare i conti”. E fatti i conti sono giunti alla conclusione che, con gli aiuti previsti dal Recovery Fund, gli italiani  (“die Italiener“) stabilizzeranno la loro economia, manterranno aperti i loro mercati e si metteranno di nuovo ad acquistare auto prodotte in Germania.

Nella parte centrale dell’articolo l’omaggio retorico al progetto europeo il giornalista, Mark Schieritz, comunque lo fa: accordo ‘storico’ quello raggiunto, un bilancio europeo in disavanzo finanziato con debito comune come passo verso l’Europa Federale, una decisione così importante per le sue conseguenze da segnare, forse, la storia d’Europa. Senza però riuscire ad evitare di aggiungere che il debito dovrà essere ripagato “entro un paio d’anni”, che c’è ancora molta strada da fare per trasformare l’accordo in politiche e azioni e che esso andrebbe migliorato. Osservazioni che fanno sorgere nel lettore il dubbio che non ci sia niente di storico nell’accordo.

Erano i vantaggi economici nazionali che si cercavano di ottenere, negoziando? Ma ci saranno veramente, poi, significativi vantaggi economici? Per la Germania, per l’Italia, per tutti i Paesi europei? La stampa di orientamento liberale crede di sì o crede di doverlo comunque dire. Contro ogni evidenza, lo dice – in Germania, in Italia. La domanda aggiuntiva generata con il Recovery Fund è sulla carta  di un ammontare irrilevante rispetto alla dimensione dell’economia europea – circa 14.000 miliardi di Euro è il Prodotto interno lordo complessivo dei 27 paesi membri. Non sposterà verso l’alto la traiettoria di crescita di nessun Paese nei prossimi anni e tantomeno quella dell’Italia.

Il Recovery Fund nel progetto federalista per l’Europa

I primi passi sono importanti, identificano la direzione del cammino; i piccoli passi sono importanti, mostrano la determinazione di mettersi in cammino comunque. Si scivola nella retorica se i primi passi non li si valuta rispetto alla possibilità di invertire il cammino e i piccoli passi non li si misura rispetto alla lunghezza del sentiero che si ha difronte.

Tutti i Paesi dell’Unione Europea hanno un certo ammontare di debito pubblico. Chi più o chi meno in valore assoluto; chi più o chi meno rispetto alla dimensione della propria economia. Ora, secondo gli accordi, l’Unione Europea si indebiterà e poi distribuirà le risorse finanziarie tra i singoli Paesi. Un passo storico – si legge – ma un passo molto piccolo rispetto al sentiero da percorrere. I debiti pubblici dei singoli Paesi sommati ammontano a 11.000 miliardi di euro circa. Il debito pubblico mutualizzato che l’UE ha deciso di contrarre ammonta a 750 miliardi. Raccolte le risorse sui mercati – processo che dovrebbe durare tre anni –, la quota del debito comune sarà poco più del 6% della somma dei debiti pubblici dei singoli Paesi (debiti nazionali e debito europeo). Non molto.

Un piccolo passo in avanti comunque, si potrebbe replicare – e di grande importanza simbolica. Un tabù è stato rotto e alcuni elementi del paradigma federalista – il paradigma che è all’origine del ‘sogno europeo’ – sono stati introdotti nelle ordinamento istituzionale dell’UE con il Recovery Fund. A leggere bene, un passo avanti fatto annunciando un passo indietro di uguale lunghezza: il debito condiviso che si sta per contrarre sarà riportato rapidamente a zero. Non è l’inizio di un processo di mutualizzazione dei debiti pubblici nazionali ciò che è stato deciso. Solo una deviazione temporanea, compiuta in emergenza, dal modello neoliberale per l’Europa.

L’UE avrebbe potuto decidere diversamente. Come gli stati nazionali fanno da sempre, avrebbe potuto emettere obbligazioni per finanziare il proprio disavanzo di bilancio e poi di emetterne di nuove per rifinanziare il debito (e poi di emetterne di nuove a ogni scadenza) e così via. Il Recovery Fund è un meccansmo che genera una sorta di austerità economica rimandata – anticiclica, se si preferisce.

Non credo ci sia nulla d del paradigma federalista nella decisione dell’UE di mutualizzare il debito necessario a finanziare il Recovery Fund. Credo ci sia solo il tentativo – un altro dopo quello fatto dalla Banca Centrale Europea con l’acquisto dei titoli degli stati nazionali – di rianimare l’economia sostenendo la domanda di beni e servizi con un prestito sui mercati finanziari internazionali. Un tentativo che non avrà gli effetti annunciati, perché le risorse da investire con il Recovery Fund non sono nulla rispetto rispetto alla dimensione dell’economia europea.

Si può cambiare prospettiva, però, e interpretare il Recovery Fund e le sue modalità di finanziamento – debito comune e forme di tassazione direttamente in capo all’EU – come l’occasione per riaprire la discussione sul progetto di un’Europa Federale. Per riaprire la discussione sul ruolo dello Stato (federale o nazionale) nell’economia. Considerare l’accordo come il punto di partenza di un conflitto politico sul progetto federalista per l’Europa.

Il bilancio dell’Unione Europea [I]

L’Unione Europea ha un bilancio. Le uscite sono trasferimenti ai Paesi membri per il sostegno al settore agricolo, per co-finanziare infrastrutture e così via. Le entrate sono soprattutto contributi degli stessi stati membri. Tutti i Paesi contribuiscono, tutti ricevono trasferimenti. Per come sono determinati contribuiti e trasferimenti, il bilancio europeo ha un effetto redistributivo: alcuni Paesi ricevono più di quanto danno; altri danno più di quanto ricevono. Il principio della solidarietà territoriale era all’origine del progetto europeo.

Nel grafico 1 sono riportati i trasferimenti netti – la differenza tra ciò che ricevono e ciò che danno – per alcuni Paesi membri. L’Italia ha un reddito pro-capite relativamente elevato e il suo saldo è negativo: contribuisce più di quanto riceve – come la Germania e non solo. Altri Paesi hanno saldi positivi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il grafico 1 racconterebbe da solo tutta la storia. Il grafico 2 è però più facile da leggere, non lascia dubbi: sì, rispetto al ‘reddito nazionale’ sono cifre irrisorie quelle che si donano e si ricevono nell’Unione Europea. Il contributo netto dell’Italia è di appena 5 miliardi di euro, lo 0,3% del reddito nazionale, quello della Germania lo 0,4%. Sull’applicazione del principio della solidarietà territoriale il progetto europeo si è perso. Dall’inizio dell’ascesa dei neoliberali di Margareth Thatcher nel Regno Unito è stata tutta una discussione per dare di meno e ricevere di più dal misero bilancio europeo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dall’inizio degli anni Novanta il progetto europeo è cambiato sotto l’influenza del paradigma neo-liberale – o neo-liberista, se si preferisce – e la redistribuzione territoriale del reddito è passata in secondo piano come sfera dell’azione pubblica: in questo paradigma, il Mercato riduce i dis-equilibri territoriali.

Dopo l’allargamento ad Est dell’Unione il bilancio europeo avrebbe dovuto aumentare e di molto. Ma la direzione presa è stata un’altra. Neppure dopo la crisi economica e finanziaria del 2007-2008 è cambiato qualcosa nel ruolo del bilancio europeo – ciò che è cambiato è stato il comportamento della Banca Centrale Europea. Poi sono arrivate la pandemia e una crisi economica ancora più profonda di quella precedente – la Banca Centrale Europea ‘senza più energie’ – ed è frettolosamente nata la proposta di dare al bilancio europeo tutto un altro ruolo, tutta un’altra dimensione.

Tutta un’altra dimensione: non un incremento dei contributi dei singoli Paesi ma, rompendo un tabù, l’emissione di obbligazioni sui mercati finanziari, indebitandosi come Unione Europea in una misura straordinaria. Se il recovery fund fosse di 750 miliardi di euro e fosse costituito e speso in un anno, i trasferimenti aggiuntivi per il 2021 sarebbero di un ammontare di circa sei volte rispetto a quelli realizzati con il normale bilancio europeo. Un cambiamento profondo, che mette in discussione non semplicemente i criteri di redistribuzione dei fondi europei bensì il progetto neoliberale per l’Europa.

Lo scompiglio di queste ore a Bruxelles è il segnale di quanto sia profondo il conflitto. Ed è solo l’inizio – perché si tratta di una proposta improvvisata, dettata dalla disperazione di fronte alla crisi economica, difronte al fallimento del progetto neoliberale per l’Europa, in cui tutti hanno creduto (la Germania meno di altri, l’Italia più di altri).

 

 

 

L’impegno necessario

Guido Crainz ha dedicato un intenso articolo (“La Repubblica”, 11 luglio) all’incontro dei Presidenti dell’Italia e della Slovenia, Sergio Mattarella e Borut Pahor, che si terrà a Trieste tra qualche giorno. Un’altra tappa di un percorso di riconciliazione che sembra giungere a compimento. L’articolo ripercorre le tappe di un tragico conflitto e si conclude con un’osservazione che contiene un’esortazione: “negli ultimi anni è sembrato spesso debole e inadeguato l’impegno intellettuale volto a contrastare letture divisive del passato e a far crescere il confronto e il dialogo tra diverse memorie e vissuti”. Un’esortazione che vale per riflettere sul passato quanto sul presente dell’Europa: ci sono letture divisive non solo del passato ma anche del presente, dei temi dell’agenda europea, e anch’esse non trovano ostacoli intellettuali e si consolidano.

Del negoziato sul Recovery Fund e sul Mes (Meccanismo europeo di stabilità) gran parte del giornalismo italiano sta conducendo una lettura distorta e divisiva. Austria, Olanda, Danimarca e Svezia sono caratterizzati a mo’ di scherno come “frugali”, trasformando una virtù in stigma, ci si chiede retoricamente “perché non ci vogliono bene?”, li si additano come opportunisti all’opinione pubblica, affermazioni insensate di politici locali sono amplificate invece che dimenticate per creare artificiali contrapposizioni. Sulla Germania e sulla Francia si leggono giudizi approssimativi, che si alimentano a banali stereotipi.  Sono innumerevoli gli articoli sui temi europei nei quali le ‘ragioni degli altri’ sono rappresentate in modo deformato, stigmatizzate, rifiutate – nei quali si fabbricano conflitti inesistenti. Uno sciovinismo superficiale affiora continuamente in Italia nel discorso su Recovery Fund e Mes – come su molti altri temi europei, da molti anni. Assieme a un’ignoranza evidente, quasi esibita, sui dispositivi decisionali dell’Unione Europea, sui caratteri delle istituzioni europee– che l’Italia ha contribuito a definire.

L’impegno intellettuale che Crainz invoca per sgombrare gli ultimi ostacoli sulla via della riconciliazione dopo le tragedie del Novecento europeo è lo stesso di cui ci sarebbe bisogno per contrastare le distorte e divise letture del futuro prossimo dell’Europa.

Se non dicendo che è un’altra cosa

 

Come si misura la disoccupazione in tutte le democrazie liberali? Come la si misura – si è giunti a misurarla – in Italia e negli altri Paesi dell’Unione Europea?

Sei “disoccupato” se hai cercato attivamente un lavoro e non l’hai trovato. Sei “occupato” se un “lavoro” lo hai (lo hai trovato). Ma che cosa significa avere un lavoro – essere occupato – nella neo-lingua che ora usiamo? Riporto  la definizione che trovate nel sito ufficiale dell’Istat – che è la stessa adottata in tutte le democrazie liberali in Europa:

 Occupati:
comprendono le persone di 15 anni e più che nella settimana di riferimento [settimana
nella quale è stata condotta l’indagine] hanno svolto almeno un’ora di
lavoro in una qualsiasi attività che preveda un corrispettivo monetario o in natura…”

 Ogni tanto questa definizione affiora nel dibattito pubblico assieme alle perplessità che fa sorgere, senza suscitare sentimenti però, perché è tanto assurda da non sembrare vera. No, è proprio così. Così le democrazie liberali definiscono lo status di occupato. Avere un lavoro, essere occupato significa un’altra cosa, forse (almeno significava un’altra cosa dopo due secolidi crescita civile): disporre di un salario che sia almeno di sussistenza (che contribuisca alla sussistenza della tua famiglia).

Come fai a difendere il progetto liberale se non dicendo che le nostre non sono più democrazie liberali? Se non dicendo che il progetto liberale è un’altra cosa?