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Buon europeo

Naumburg, 2016

I politici più accorti della Lega affermano di non voler uscire dall’Unione Europea, bensì di volere cambiare i Trattati che ne definiscono compiti e procedure, sfere di intervento. Che cosa vorrebbero cambiare dei Trattati in vigore non lo dicono, ma forse a un certo punto ce lo faranno sapere. E ci dovranno far sapere con quali altri Paesi stanno definendo il progetto politico di un cambiamento dei Trattati e del ‘progetto europeo’.

L’indeterminatezza delle intenzioni che sul progetto europeo ha la Lega – il partito italiano che secondo i sondaggi sarebbe oggi il più votato a livello nazionale – non mi disturba. Credo, anzi, che sia inevitabile ed anche politicamente utile perché rivela un’altra e ben più importante indeterminatezza, quella degli intellettuali e dei politici neoliberali. Oggi tutti schierati sul fronte europeista, senza riuscire a dire per cosa di preciso combattono.

Mi sintonizzo su Radio Tre ed entro in una conversazione già iniziata tra l’autore di una biografia su Friedrich Nietzsche e il conduttore. A un certo punto, commentando le peregrinazioni del filosofo tedesco l’autore del libro dice “… era antitedesco, lui si definiva, non so, forse potrebbe essere una sorta di Mario Draghi ante litteram, non lo so, un buon europeo si definiva lui…” (Fahrenheit, 15 marzo 2021).

L’analogia è uno strumento conoscitivo irrinunciabile, a volte funziona e altre meno. Che cosa poteva significare essere un ‘buon europeo’ negli ultimi decenni dell’Ottocento? Che cosa può significare essere un ‘buon europeo’ oggi? L’analogia con Nietzsche non mi aiuta a capire quali siano i contenuti del ‘progetto europeo’ di Mario Draghi – e dei direttori ed editorialisti dei maggiori quotidiani e settimanali italiani che affermano di avere il suo stesso progetto. A leggere quello che scrivono, sicuramente è un‘area monetaria’ (Euro), sicuramente un’area di ‘libero commercio’ (ma qui fanno un errore logico: se tutto il globo è un’area di libero commercio, il fatto che il territorio dell’Unione Europea sia uno spazio di libero commercio non può essere un carattere che definisce il ‘progetto europeo’). Poi, poi?

In effetti, sappiamo così poco dei contenuti del progetto che i neoliberali hanno per l’Europa che sembra utile la categoria del ‘buon europeo’ per fissare il pensiero. Ma sappiamo veramente così poco su quello che hanno in mente? Su quello che significa per i neoliberali – non per Nietzsche – essere un ‘buon europeo’?

Conversioni tardive

Sono conversioni benedette quelle dei neoliberali che diventano ambientalisti. Tardive, però, tragicamente tardive.

The World Commission on Environment and Development – istituita dalle Nazioni Unite – pubblica i risultati del suo lavoro nel 1987: Our Common Future. Il Rapporto, tradotto in decine di lingue, risuona nel mondo come l’allarme finale: non c‘era più un attimo da perdere per iniziare a modificare il modello di sviluppo, per declinare il vincolo della sostenibilità prima della catastrofe.

Non si trattava di dare ascolto agli ambientalisti ‘radicali’ – che poi radicali non erano affatto. Non si trattava di dare ascolto – per fare un esempio tra gli altri – a Edward Goldsmith che in The Great U-Turn. De-industrializing Society, nel 1988, raccoglie le sue riflessioni e i suoi allarmi, che da anni apparivano sulla rivista “The Ecologist”. Era un rapporto delle Nazioni Unite che lanciava l’allarme. Un rapporto che condensava tre decenni di studi, analisi e proposte sulle relazioni tra economia e natura, tra economia e società.

Nel 1984 era uscito un libro che ricostruiva magistralmente la genesi dell’ambientalismo, così come si era consolidato dopo la Seconda Guerra Mondiale: The Roots of Modern Environmentalism di David Pepper. Il libro dimostrava quanto solide fossero le basi scientifiche dell’ambientalismo. Nel 1989 Robert C. Paehlke pubblica Environmentalism and the Future of Progressive Politics – un libro fondamentale, che chiarisce come il tema fosse a quel punto strettamente politico: scegliere (o non scegliere) di porre l’ambientalismo alla base di un progetto di trasformazione della società.

Nel 1989 cade il Muro di Berlino, tutti diventano ‘liberali’ nel giro di pochi mesi – e poi neoliberali per inerzia. L’ambientalismo nei termini posti da Our Common Future scompare dai progetti politici dei partiti egemoni di destra e di sinistra – distinzione che il paradigma neoliberale non riconosce (la ‘teoria economica’ è fuori dalla storia, è quindi a-politica).

Sono trascorsi quasi trenta anni prima di arrivare agli Accordi di Parigi (2015) sul contrasto ai cambiamenti climatici, ne sono trascorsi altri cinque affinché l’Unione Europea definisse un programma per la riconversione ecologica (Next Generation-EU), che si estende per sette anni e che dispone di risorse irrisorie per gli obiettivi che indica – l’enfasi giornalistica sullo straordinario ammontare delle risorse finanziarie disponibili è imbarazzante nella sua infondatezza. Siamo appena all’inizio della riconversione del modello economico e labili e incerti sono i segni di consapevolezza.

Le conversioni sono benedette, anche quelle fulminee e inspiegabili. Una riflessione da parte dell’élite politica e intellettuale – soprattutto intellettuale –, che del razionalismo critico ha fatto il suo distintivo, sarebbe, però, nell’ordine delle cose: trenta anni di occhi spalancati che ignorano l’evidenza empirica del degrado ambientale sono troppi. Ci deve essere qualcosa di profondamente distorto, una terribile patologia al fondo del paradigma neoliberale.