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The Tragedy of Commons

Un common è una forma di capitale, un’infrastruttura, un dispositivo che si utilizza per compiere un’azione. Un capitale, però, ‘condiviso’: chiunque lo può utilizzare. Un parco urbano è un common, una forma di capitale ‘condiviso’ dai membri della comunità locale (e non solo). La condivisione è un progetto politico: è formale, istituzionalizzata. La comunità ha ripartito tra i suoi membri i costi di realizzazione del parco dopo aver deciso di costruirlo, condivide i costi di manutenzione, di monitoraggio del suo utilizzo secondo le regole d’uso collettivamente definite.

Non è questa la tipologia di commons oggetto della riflessione che Garret Hardin conduce in un celebre articolo di molti anni fa: “The Tragedy of Commons”[1]. Hardin nel suo articolo poneva l’attenzione sui commons informali, non istituzionalizzati. Quelli per i quali non erano state fissate regole d’uso, non era stato costruito un sistema di monitoraggio dell’accesso e dell’utilizzo. Hardin, biologo, scrive alla fine degli anni Sessanta e riflette su uno specifico sistema di commons: il mondo naturale. Richiama l’attenzione sul fatto che il mondo naturale è un sistema di commons non-istituzionalizzato, il suo utilizzo non è regolamentato e di conseguenza neanche monitorato.

La storia dell’ambientalismo moderno è anche la storia di un processo di apprendimento sui costi sociali delle azioni che compiamo attraverso la natura. E anche una storia degli ordinamenti progettati e realizzati per istituzionalizzare l’utilizzo della natura, per incastonarlo in un sistema di norme formali e impedire che diventi ‘tragedia’ attraverso la sua ‘distruzione’, determinata dalle modalità e dall’intensità del suo uso.

La tragedia dei commons ha due origini secondo Hardin sullo sfondo di due trend: l’aumento della produzione materiale e l’aumento della popolazione. La prima è la lentezza con la quale la natura diventa un sistema di commons istituzionalizzato (per fare un esempio: quanti anni dovranno ancora trascorrere prima che sia proibito l’uso di diserbanti di cui si conoscono i devastanti effetti sulla salute già da molto tempo?). La seconda è la difficoltà a far rispettare le regole d’utilizzo anche quando esse sono fissate da una legge, da una norma formale. Ci sono azioni che vengono vietate, che tuttavia non puoi impedire perché il controllo dell’accesso al mondo naturale può essere molto difficile, praticamente impossibile in alcuni casi. Come afferma Hardin “non puoi recintare l’aria e l’acqua” e i comportamenti opportunistici esistono (anche se non sono così diffusi come la scolastica neoliberale continua ad affermare contro ogni evidenza).

Hardin rappresentava la natura come l’ecologia suggerisce di fare. Ci sono azioni che si compiono in un punto dello spazio geografico, che sono vietate perché generano effetti (costi sociali) drammatici su un territorio vastissimo. Perfori il pavimento della tua fabbrica fino a raggiungere le falde, usi la perforazione per smaltire i residui del processo produttivo e inquini le falde freatiche di una intera valle. Il mondo naturale è raramente decomponibile in parti, non lo puoi parcellizzare. Puoi anche assegnare i diritti di proprietà del sottosuolo del perimetro della fabbrica, ma non si risolve il problema perché quella porzione di falda è di fatto condivisa: la sezione che si trova sotto il perimetro è una parte indivisibile di un tutto che è utilizzato da migliaia di altre persone a valle e a monte.

I mercati competitivi non possono essere chiamati in causa come soluzione del problema dell’utilizzo sostenibile del mondo naturale. Le norme per regolamentare il suo utilizzo possono essere eluse – spesso facilmente eluse, con le conseguenze che sappiamo. Costruire ordinamenti istituzionali che incorporano il vincolo della sostenibilità non è affatto facile. Elinor Ostrom [2] non risolve il problema di Garret Hardin: mostra che l’azione collettiva per il governo dei commons è possibile, ma soltanto in casi particolari. Il pessimismo di Hardin ha un fondamento.

La tragedia dei commons sta segnando il nostro tempo.

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[1] Garret Hardin, “The Tragedy of Commons,” Science 162 (1968).

[2] Elinor Ostrom, Governing the Commons (Cambridge: Cambridge University Press, 1990).

Conversioni tardive

Sono conversioni benedette quelle dei neoliberali che diventano ambientalisti. Tardive, però, tragicamente tardive.

The World Commission on Environment and Development – istituita dalle Nazioni Unite – pubblica i risultati del suo lavoro nel 1987: Our Common Future. Il Rapporto, tradotto in decine di lingue, risuona nel mondo come l’allarme finale: non c‘era più un attimo da perdere per iniziare a modificare il modello di sviluppo, per declinare il vincolo della sostenibilità prima della catastrofe.

Non si trattava di dare ascolto agli ambientalisti ‘radicali’ – che poi radicali non erano affatto. Non si trattava di dare ascolto – per fare un esempio tra gli altri – a Edward Goldsmith che in The Great U-Turn. De-industrializing Society, nel 1988, raccoglie le sue riflessioni e i suoi allarmi, che da anni apparivano sulla rivista “The Ecologist”. Era un rapporto delle Nazioni Unite che lanciava l’allarme. Un rapporto che condensava tre decenni di studi, analisi e proposte sulle relazioni tra economia e natura, tra economia e società.

Nel 1984 era uscito un libro che ricostruiva magistralmente la genesi dell’ambientalismo, così come si era consolidato dopo la Seconda Guerra Mondiale: The Roots of Modern Environmentalism di David Pepper. Il libro dimostrava quanto solide fossero le basi scientifiche dell’ambientalismo. Nel 1989 Robert C. Paehlke pubblica Environmentalism and the Future of Progressive Politics – un libro fondamentale, che chiarisce come il tema fosse a quel punto strettamente politico: scegliere (o non scegliere) di porre l’ambientalismo alla base di un progetto di trasformazione della società.

Nel 1989 cade il Muro di Berlino, tutti diventano ‘liberali’ nel giro di pochi mesi – e poi neoliberali per inerzia. L’ambientalismo nei termini posti da Our Common Future scompare dai progetti politici dei partiti egemoni di destra e di sinistra – distinzione che il paradigma neoliberale non riconosce (la ‘teoria economica’ è fuori dalla storia, è quindi a-politica).

Sono trascorsi quasi trenta anni prima di arrivare agli Accordi di Parigi (2015) sul contrasto ai cambiamenti climatici, ne sono trascorsi altri cinque affinché l’Unione Europea definisse un programma per la riconversione ecologica (Next Generation-EU), che si estende per sette anni e che dispone di risorse irrisorie per gli obiettivi che indica – l’enfasi giornalistica sullo straordinario ammontare delle risorse finanziarie disponibili è imbarazzante nella sua infondatezza. Siamo appena all’inizio della riconversione del modello economico e labili e incerti sono i segni di consapevolezza.

Le conversioni sono benedette, anche quelle fulminee e inspiegabili. Una riflessione da parte dell’élite politica e intellettuale – soprattutto intellettuale –, che del razionalismo critico ha fatto il suo distintivo, sarebbe, però, nell’ordine delle cose: trenta anni di occhi spalancati che ignorano l’evidenza empirica del degrado ambientale sono troppi. Ci deve essere qualcosa di profondamente distorto, una terribile patologia al fondo del paradigma neoliberale.