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Il peggio è passato?

Nel recente libro di Giovanni Orsina (La democrazia del narcisismo. Breve storia dell’antipolitica, Marsilio, 2018) a un certo punto (p. 34) si sente la voce di Johan Huizinga  che parla del “tramonto del bisogno di verità” tra le élite intellettuali e del fatto che “incombe sul mondo un nuvolone di sofismi”. Una voce che viene da un altro tempo, dai drammatici anni tra le due guerre mondiali del secolo scorso.

Torno al risvolto di copertina del libro di Orsina e (ri-)leggo: “Fino a pochi anni fa l’ascesa del populismo veniva interpretata quasi esclusivamente alla luce della crisi finanziaria. Ma se l’economia è tornata a crescere e il peggio sembra passato, perché i cosiddetti “partiti del risentimento” continuano a raccogliere consensi? 

L’Istat ha appena certificato che ci sono 5 milioni di persone in povertà assoluta in Italia (per non dire dei molti milioni in condizione di disagio economico). Notizia in evidenza su tutti quotidiani. Però in questo libro leggi che “il peggio è passato” e che il “risentimento” che secondo dell’Autore segna la società italiana – e che sarebbe una manifestazione locale del “risentimento universale” – richiede complesse spiegazioni, che ti conducono alle insanabili, e “letali” (p.169), contraddizioni della democrazia.

Arrivato alla fine di questo libro ho pensato che, sì, sull’Italia certamente, continua a incombere “un nuvolone di sofismi”. (Sofismi che, comunque, non riescono a nascondere ciò che vorrebbero nascondere: il tracollo del pensiero liberale).

 

 

 

 

Poi, i poveri votano

Ricevo puntualmente la newsletter di uno dei più prestigiosi centri di ricerca indipendenti italiani. Un centro della sinistra ortodossa, animato da professori universitari ed economisti. Che credono fermamente che esista fuori dal tempo e dallo spazio qualcosa chiamato “teoria economica”.

La newsletter arriva con un messaggio email che contiene dei brevi sommari. E a un certo punto leggo: “’…[l’]ultimo rapporto Ocse certifica la necessità di un impianto impositivo a chiara vocazione redistributiva visto che la disuguaglianza risulta dannosa per la crescita di lungo periodo ”. Sono righe che ho trovato straordinarie nella loro capacità di rivelare le radici della crisi della Sinistra italiana. In quel “visto che” precipita il naufragio politico delle élite progressiste italiane – e del partito che le rappresenta.

La disuguaglianza la dobbiamo combattere, quindi, perché – così ci dice la “teoria economica”, in questo caso declinata da un modello dell’OCSE (immancabili modelli econometrici, protagonisti del dibattito politico in Italia come in nessun altro paese democratico) – riduce lo sviluppo economico nel lungo periodo (riduce la “crescita” non lo “sviluppo” nel modello, ma non sottilizziamo). Il più importante centro di ricerca economica indipendente italiano non viene sfiorato dall’idea che ci potrebbero essere ragioni etiche e non ragioni economiche all’origine delle politiche che mitigano la disuguaglianza. Siamo sempre lì, agli economisti di sinistra che invocano la teoria economica – e i modelli che da essa derivano – per giustificare il loro Sì alla riforma costituzionale e il loro No alle critiche alla Banca d’Italia nella sfera della vigilanza bancaria.

Ancor più imbarazzante di questo scientismo ottocentesco è la sottovalutazione della povertà – sottovalutazione intenzionale, che permette di disquisire sulla disuguaglianza come se la disuguaglianza fosse il dis-equilibrio più importante. Sottovalutazione irrazionale se si considera lo stato delle cose in Italia. Sul tema della disuguaglianza in un’economia capitalistica – per parlarne senza mettere in discussione il capitalismo – aveva già detto tutto ciò che c’era da dire John Rawls alcuni decenni fa (Una teoria della giustizia, 1971). Ma agli economisti di sinistra italiani anche il neo-utilitarismo di Rawls – non solo il liberalismo di Keynes – appare troppo audace, troppo rischioso per il buon funzionamento del mercato. Benché la prospettiva di Rawls, in una società come quella italiana che nel 2016 aveva circa il 30% della popolazione a rischio povertà o di esclusione sociale, sia poi inapplicabile. Perché non puoi parlare di disuguaglianza ai poveri: a loro devi parlare di povertà.

La Caritas lo documenta da anni – ma la sua voce potevi fare finta di non sentirla. Ora è l’Istat, però, che documenta quale livello abbia raggiunto la povertà, la deprivazione, l’incertezza economica in Italia: poco meno di 20 milioni di persone. Un dato che, se non fossimo tutti preda di un incantesimo che ha soffocato i nostri sentimenti oltre che il nostro pensiero, dopo averlo ritualmente definito “drammatico”, dovrebbe spingere a chiederci: come si vive, in questo stato? Quali sono le conseguenze sulla vita delle famiglie che si trovano in questo stato? Che accadrà nei prossimi anni?

Discutere di “disuguaglianza ottimale” (rispetto alla crescita!), “uguali condizioni di partenza”, “ascensori sociali” e argomenti simili di fronte a una povertà così diffusa è immorale. Ma anche politicamente irrazionale. Le élite progressiste – e il Partito Democratico nel quale si ritrovano – devono abitare un altro mondo se non hanno capito l’importanza del tema delle conseguenze politiche della povertà in una democrazia. Perché poi i poveri votano.

Poveri che quando sono andati a votare, qualche mese fa, avevano una storia di povertà alle spalle e poche speranze. E niente da perdere, nel breve periodo – che è il tempo della vita.