Tag: Elezioni europee

Le generazioni che vengono dopo la tua (sul successo dei Verdi in Germania)

Con il 20,5% dei voti i Verdi tedeschi – die Grünen – sono diventati il secondo partito nel loro Paese, dopo la CDU/CSU (28,9%) e prima della SPD (15,8%). Il successo dei Verdi in molti Paesi europei è un tema politico che segnerà i prossimi anni. In Germania c’è un aspetto di questo successo che ha un significato profondo, già oggetto di discussione: il 36% di chi ha votato per la prima volta ha votato i Verdi, mentre solo l’11% ha votato CDU/CSU e appena il 7% ha votato SPD (e l’8% die Linke – la Sinistra radicale).

La società tedesca è orientata al futuro – un tratto culturale che la distingue. Il ‘lungo periodo’ è il suo tempo, con le implicazioni positive e negative che ciascuno può dare a questo tratto. Se parti da questa caratteristica comprendi la preoccupazione della società tedesca per la ‘stabilità’: è la modalità che permette di preparare un ‘cambiamento strutturale’, di ‘lungo periodo’. Ma il lungo periodo è il tempo dei ‘giovani’, per definizione. Se il tempo della società tedesca è il lungo periodo, i partiti politici devono sapere interpretare e declinare i valori dei giovani, delle generazioni che vengono dopo la generazione che al potere o intende andarci.

Angela Merkel aveva 51 anni quando è diventata primo Ministro e a 65 è fermamente decisa a lasciare la politica. Gerhard Schröder aveva 61 anni quando ha lasciato la politica, dopo gli anni come Cancelliere. Robert Habeck, uno dei leader dei Verdi tedeschi, ha 50 anni – gli anni per avere alle spalle un dottorato di ricerca, una storia professionale solida e un’esperienza politico-amministrativa maturata in posizioni chiave (ad esempio, come ministro nello Schleswig-Holstein, la regione da cui proviene). Annalena Baerbock, altra leader dei Verdi, ha 39 anni e un itinerario di formazione politica esemplare. Manfred Weber, uno dei leader della coalizione CDU/CDU e candidato alla presidenza della Commissione europea, ha 47 anni, un profilo politico definito e una solida esperienza. La ‘continuità generazionale’ dell’élite politica è un elemento essenziale della democrazia tedesca.

La ‘continuità generazionale’ serve a garantire che chi si appresta a diventare leader abbia competenza ed esperienza – due caratteri indispensabili in Germania per aspirare a ruoli di governo. Competenza ed esperienza non sono tuttavia caratteri sufficienti. Devi avere anchse un chiaro e coerente profilo politico, che hai definito nel confronto pubblico e nelle scelte, nel tempo: si deve sapere chi sei. Ma per aspirare a ruoli di governo devi avere anche un’altra caratteristica: devi essere in grado di entrare in sintonia con le generazioni che vengono dopo la tua, con i ‘giovani’. E a 40 o 50 anni puoi farlo con più facilità che ha Sessanta o Settanta: hai un futuro che in parte si sovrappone a quello delle generazioni che vengono dopo. Il voto giovanile legittima i partiti in una democrazia orientata al futuro.

La polarizzazione del voto giovanile sui Verdi che si è avuta nelle elezioni europee ha minato la legittimità politica dei partiti tradizionali, la CDU/CSU e la SPD, e consolidato quella dei Verdi: il loro successo elettorale ha un significato più profondo di quello indicato dalla percentuale di voti ottenuti alle elezioni europee, già molto alta. Forse cambieranno molte cose in Germania nei prossimi anni, molte altre sono già cambiate, però, e questo voto lo certifica: l’ambientalismo è già diventato un paradigma politico.

Il sentire di chi ha un altro sentire

Ascolto “Radio 3”, in auto, e mi imbatto di nuovo in un discorso sulla ‘generazione Erasmus’. Chi sento parlare, studenti universitari, di quella generazione fa parte e dicono che nella globalizzazione “si trovano bene”. Il conduttore fa notare che solo il 2% dei giovani nella classe di età degli studenti universitari ha fatto l’esperienza di un soggiorno di studio all’estero con una “borsa Erasmus”. Lo fa notare certo non per mettere in discussione la rappresentatività delle loro riflessioni. Infatti, il dialogo continua nelle forme consuete: a raccontare il mondo e i propri sentimenti chiami chi sull’orizzonte cosmopolitico – mitizzato dall’élite intellettuale progressista italiana – si trova a suo agio.

Per il mio mestiere su quell’orizzonte sono stato a lungo, arrivato per caso. Non è stato difficile restarci, è stato anche bello. Ma ho capito perché può essere così difficile persino guardarlo quell’orizzonte, non solo essere costretti dalle circostanze o dalla necessità ad incamminarsi verso di esso. Il festoso cosmopolitismo degli intellettuali di sinistra italiani non rispetta il sentire di chi ha un altro sentire. I pericoli per la democrazia di questa ideologia li aveva spiegati con chiarezza Christopher Lasch più di venti anni in La rivolta delle élite (del 2017 è l’edizione italiana uscita per Neri Pozza Editore).

Se la globalizzazione la valuti dagli effetti suoi luoghi, sugli areali degli individui, sul profondo significato che la stabilità di quell’areale ha per le persone, sulla forza del loro sentimento per quel luogo forse capisci l’origine dell’inquietudine della società italiana. Un’inquietudine che politicamente si è già manifestata, nella forma peggiore, forse. Ma che alternative c’erano?

Nuovi viaggi, altri racconti

Milano non ha un ‘contado’ – come ho sentito dire. Ha un ‘hinterland’, che è un’altra cosa. Milano è il centro di una ‘area metropolitana’ – e di una regione metropolitana – che è emersa come sistema integrato attraverso i processi di urbanizzazione iniziati negli anni Cinquanta. Ma, mentre diventava il punto focale di un’area metropolitana, si è platealmente disinteressata a dare un ordine e un senso alla morfologia fisica e alla morfologia sociale del suo hinterland. Introducendo specifiche normative, lo Stato italiano ha provato più volte, dal 1990 fino ad anni recenti, a spingere le grandi città italiane ad assumersi la responsabilità dei propri hinterland. Senza alcun esito. Più di ogni altra città europea, Milano ha trattato il suo hinterland come una colonia.  Ogni tanto, le colonie si ribellano – e la Lega in Lombardia ha raccolto il 43, 3% per cento dei consensi elettorali. I colonizzatori, a Milano, si sentono sicuri e orgogliosi del 36% raggiunto dal Partito democratico. Arriverà altro capitale finanziario dai mercati globali a rafforzare le mura, nulla da temere da questo assedio. Nulla da temere?

Agli intellettuali progressisti italiani piace molto usare la categoria di ‘paese’. Leggo che i ‘paesi’ si sono ribellati alle loro città – così si spiegherebbe la vittoria della Lega. Da quando Guido Piovene scrisse Viaggio in Italia (1957), Pier Paolo Pasolini La lunga spiaggia di sabbia (1959) e Guido Ceronetti, più di recente, Albergo Italia (1985) il territorio italiano è profondamente cambiato. Lo devi tornare a raccontare, con parole nuove. Molti ‘paesi’ si sono uniti di fatto a formare ‘sistemi locali’, entrando in una traiettoria di industrializzazione che li ha messi al centro di dinamiche politiche, culturali ed economiche; molti altri sono diventati frammenti degli hinterland delle grandi città. Non è l’originaria marginalità culturale o economica a segnarli, oggi, bensì la de-industrializzazione conseguente alla globalizzazione: li sta rendendo ‘superflui’, finisce l’illusione di mantenere il benessere che avevano raggiunto. La terziarizzazione non li riguarda, perché nel capitalismo contemporaneo il terziario avanzato – le ‘nuove economie’ – ha la tendenza a concentrarsi nelle città. L’opposto della manifattura, che si diffondeva. A fini analitici non è la categoria ‘paese’ che puoi usare. Sono i sistemi territoriali intercomunali il livello al quale prende forma la crisi sociale – e le scelte elettorali. Le comunità locali sentono sgretolarsi la base economica, e non vedono alternative. Sono comunità locali moderne tanto quanto quelle delle città (dopo la rivoluzione digitale, poi), e hanno capito benissimo di essere diventate obsolete come le fabbriche che chiudono. Sanno di aver bisogno di aiuto.

L’Italia si trova in una crisi territoriale profonda, ma ciò sembra sfuggire alla comprensione dell’élite politica e intellettuale progressista. Il modello di sviluppo territoriale che è stato per alcuni decenni la sua forza – venerato ma non manutenuto – deve affrontare una transizione difficilissima: non vi sono meccanismi che possano contrastare la polarizzazione territoriale delle nuove economie o fermare la de-industrializzazione. Solo le politiche potrebbero farlo, l’affermarsi di un nuovo paradigma. Sarebbe sufficiente riflettere sul ‘decreto periferie’ del Governo Gentiloni, sulle azioni finanziate con il “Programma operativo città metropolitane” per rendersi conto, però, che la Sinistra ha perso il contatto con la realtà delle dinamiche territoriali. Non c’è nulla in queste scelte politiche recenti che dimostri la consapevolezza della natura e intensità dei disequilibri che si sono accumulati negli hinterland delle grandi città e nei sistemi urbani minori. Che dimostri la consapevolezza di che cosa sta accadendo.

Un tempo si stava ad ascoltare chi ritornava da un viaggio, chi raccontava quello che aveva visto; ora, chi trascorre le sue giornate su un’amaca a ‘produrre parole a mezzo di parole’. Non è difficile spiegare la crisi della Sinistra italiana.

Stringete forte la mano dell’Europa!

La chiamano ‘generazione Erasmus’ – la generazione che sarebbe naturalmente europea. Studenti universitari che hanno trascorso uno o due semestri di studio all’estero, con un contributo finanziario dell’Unione europea. Aver realizzato questo programma di scambi sarebbe uno dei principali successi dell’Unione. Così leggo, su un autorevole quotidiano, ma è un’opinione diffusa tra gli intellettuali liberali. Un altro grande merito dell’Unione sarebbe il fatto di avere in Italia “cibi sicuri”, “sanzioni per chi inquina”. Senza l’Unione europea, noi italiani progressi non li avremmo. Non ci sarebbero controlli nei ristoranti, sequestri di cibo avariato, norme ambientali, i biglietti aerei costerebbero molto di più e anche telefonare all’estero. E non avremmo il ‘Programma Erasmus’.

Erasmus (da Rotterdam) arriva per la prima volta in Inghilterra nel 1499 e sarebbe ritornato molto spesso per discutere con altri intellettuali i temi religiosi e non solo che erano al centro degli interessi suoi e dell’epoca in cui viveva. Studia a Parigi, viaggia in Italia per confrontarsi con il pensiero del Rinascimento italiano. I suoi libri, molto letti in tutta Europa, trattano temi ritenuti rilevanti in uno spazio transnazionale, le sue riflessioni si scontrano e si intersecano, in uno dei capitoli fondamentali della storia europea, con quelle di Lutero. Che, ugualmente, da Wittenberg e poi dal castello di Wartburg ad Eisenach parlava all’Europa, certo non solo alla Germania. La biografia di Erasmus puoi usarla per ricordare ciò che non dovrebbe essere necessario ricordare, talmente è noto: molto prima che si formassero gli stati nazionali, molto prima che nascesse l’Unione europea esisteva uno spazio intellettuale europeo – umanistico, scientifico e artistico – transnazionale (o trans-locale). E in questo spazio l’Italia è sempre stata protagonista. L’Italia non aveva bisogno del ‘Programma Erasmus’ per internazionalizzare la sua università. Altri Paesi europei forse, ma certo non noi.

Non c’era bisogno dell’Unione europea neanche per avere ‘cibi sicuri’ o una ‘legislazione ambientale’. L’Italia li aveva creati i dispositivi per muoversi lungo una traiettoria di modernizzazione. Non è stata l’Unione europea ha imporci cambiamenti istituzionali profondi come il sostegno al Meridione, il sistema sanitario nazionale, lo statuto dei lavoratori, l’articolazione regionale del sistema politico, l’adeguamento infrastrutturale, il sistema dei parchi nazionali e molto altro ancora. L’Italia ha partecipato da protagonista alla costruzione di un sistema politico transnazionale in Europa per affrontare questioni per le quali gli stati nazione erano un ostacolo: realizzare il valore della solidarietà territoriale transnazionale, costruire un mercato sociale nello spazio europeo e molto altro ancora. Gloriarsi di far parte dell’Unione europea perché ci permette di partecipare al ‘Programma Erasmus’ o assicura ‘cibi sicuri’ sulle nostre tavole è surreale.

Paradossale che l’élite intellettuale liberale, costantemente al governo in Italia dal secondo dopoguerra, non provi imbarazzo nel dire che, se non fosse stato per l’Unione europea, tanti progressi non li avremmo. Se li abbiamo, è perché ci sono stati imposti. Una legislazione contro le frodi alimentari non l’avremmo introdotta in Italia? E non avremmo introdotto neppure una legislazione ambientale? Quali sarebbero, allora, i valori di questa élite? Quale società aveva in mente di realizzare che, per fortuna, l’Unione europea le ha impedito di realizzare?

L’Italia è uno dei paesi più grandi e più importanti da ogni punto di vista dell’Unione europea – che è un’istituzione intergovernativa e non decide per te, bensì con te. Secondo gli intellettuali liberali – giornalisti, saggisti, studiosi che in questi giorni si esercitano sul tema ‘Europa’ – sarebbe un Paese ‘incapace di intendere e di volere’, incapace di organizzare un’azione collettiva persino in sfere semplici dell’agire politico. E a maggior ragione in sfere complesse. C’è l’Unione europea, però, che ci accompagna per mano verso un quotidiano di ‘integrazione culturale’, di ‘cibi sicuri’, di ‘stabilità monetaria’, di ‘modernizzazione’. Che decide per noi. E allora, affermano, stringiamo forte questa mano, per carità!

Non credo ci fosse modo migliore per aprire le porte a partiti e movimenti ‘sovranisti’ della retorica di un’Italia che ha bisogno dell’Unione europea perché incapace di governare se stessa. Di una élite intellettuale e politica che, mentre governa e domina il dibattito pubblico, scrive che l’Italia ha bisogno di una mano da stringere forte per attraversare la strada puoi dire solo che non serve più, che è diventata inutile. E gli elettori, come si usa in democrazia, con semplicità lo hanno detto e lo diranno di nuovo tra qualche giorno.

ProEuropa

La Fondazione “Alexander Langer” e la rivista “Una città” hanno curato una ‘introduzione’ al voto europeo. Si intitola ProEuropa ed è la più intensa e utile che abbia letto in queste settimane. Certo, i testi che raccoglie potrebbero essere interpretati come il racconto di una disfatta. La cultura politica che li accomuna negli anni Novanta è stata sconfitta, il paradigma neoliberista ha preso il sopravvento nel definire il modello istituzionale dell’Unione Europea.

Leggerli ti fa entrare in un discorso sull’Europa che ha un significato. Capisci che cosa è stato il progetto europeo prima che la scolastica neoliberista lo stravolgesse, conducendo alla crisi sociale, ambientale e morale nella quale l’Europa si trova oggi.

Le riflessioni che sono raccolte in ProEuropa dovrebbero essere interpretate, però, non come il racconto di una sconfitta, ma come l’annuncio di un nuovo inizio. Archiviato il liberalismo, incapace persino di manutenere la democrazia, la costruzione di un nuovo paradigma per l’Europa sta tornando ad alimentarsi al ‘sogno europeo’. Ed è nelle città, nei luoghi che lo si vede.