Categoria: Città

Periferie e politica [II]

Dagli anni Novanta è stato il ‘centro’ e non la ‘periferia’ il focus del discorso pubblico sulle città in Italia, giustificato da un cambiamento sociale profondo: la crescente domanda di urbanità. Che questa domanda sia stata poi declinata secondo il paradigma neoliberale – a Milano più che in qualsiasi altra città italiana – è stata una scelta politica. Rigenerare in primo luogo il ‘centro’ e costruirvi abitazioni per super-ricchi e uffici per la produzione di servizi finanziari – e farlo verticalizzando la città fisica – è un modo specifico di declinare la domanda di urbanità; così come orientare ossessivamente al consumo e allo scambio gli spazi pubblici. Nel modello di città europea l’urbanità non si esprime però soltanto nelle pratiche che si svolgono nel centro delle città, nei punti focali primari. Si esprime anche nelle pratiche che si svolgono nei quartieri e nei vicinati – nelle grandi e medie città, in particolare. Si sarebbe dovuto guardare alla città come sistema, alle città di fatto e quindi agli hinterland, per declinare la domanda di urbanità.

All’inizio degli anni Novanta l’Italia aveva alle spalle quattro decenni di catastrofica espansione della città fisica. Si deve sempre avere sul tavolo almeno uno dei tanti libri che lo hanno raccontato, dimostrato; si deve farlo per avere presente la profondità dei disequilibri territoriali che si erano accumulati e i costi economici e organizzativi che si sarebbero dovuti sostenere per sanarli o mitigarli. Per come erano state male costruite durante la grande urbanizzazione (1950-1990), per come erano state ‘maltrattate’, il compito di rigenerare le città italiane, di farle avvicinare al modello europeo di città era difficile e richiedeva una strategia nazionale, risorse finanziarie e organizzative ingenti. E soprattutto la consapevolezza che le città sono i motori dello sviluppo economico e devono essere manutenute e adeguate.

Nei primi anni Novanta iniziava il declino economico italiano, mentre sotto l’influenza del paradigma neoliberale che stava diventando rapidamente egemone cresceva l’importanza del mercato come dispositivo di allocazione delle risorse. Per una città che presenta profondi disequilibri – come le maggiori città-di-fatto italiane avevano – la combinazione di declino economico e prevalenza del mercato nell’allocazione delle risorse è letale. Il mercato non-regolato cerca la rendita e il profitto, che in metropoli in crisi possono sperare di ottenere solo pochi e selezionati luoghi – soprattutto o esclusivamente nel ‘centro’. Il mercato non ‘vede la città’: di essa ‘vede’ solo quelle parti che hanno un valore finanziario – che sono piccoli frammenti del tessuto urbano in città in stagnazione o declino.

Della crisi delle grandi città italiane il ‘paradigma delle periferie’ racconta ben poco (e quel poco lo racconta male, visti i risultati elettorali della Sinistra, che su questo paradigma ha costruito le sue politiche). Le disastrate morfologie spaziali e sociali che incontri percorrendo le città-di-fatto italiane sono il prodotto di economie urbane ‘sfinite’; sono gli effetti di una base economica debilitata e fragile e di un’organizzazione economica che genera e rigenera disuguaglianze di reddito in una misura oramai incompatibile con un capitalismo democratico. Sono disequilibri cresciuti nell’arco di decenni, che segnano le città in tutta la loro estensione, che richiedono un radicale cambiamento del modello di regolazione economica e spaziale che continuamente li riproduce.

La politica si occupa di riqualificare le periferie, il mercato si occupa di rigenerare il ‘centro’: dentro questa retorica di divisione del lavoro scompare la città, la sua crisi. Credo si debba partire da Torino per capire quali sono i contenuti della ‘questione urbana’ in Italia, oggi.

Periferie e politica [I]

Wasserstadt, Berlino, 2018

Se vivessi nel quartiere di Dahlem, a Berlino, o nel quartiere di Hampstead, a Londra, direi che abito ‘in periferia ‘– nel senso di ‘lontano dal centro’. Darei a questa parola un significato spaziale, che richiama, però, un modo quieto di vivere l’urbanità. Vivere a Dahlem dà tutti i benefici di risiedere a Berlino, così come vivere ad Hampstead dà tutti i vantaggi di risiedere a Londra. La mobilità nel territorio urbano è garantita dal trasporto pubblico; nel quartiere dove vivi ci sono tutti i servizi di base – e la morfologia spaziale permette anche lo sviluppo di relazioni di vicinato, se ne hai bisogno.

Sei nella periferia di Berlino – ‘molto lontano dal centro’ – anche se sei andato a vivere nel nuovo quartiere di Wasserstadt (e probabilmente hai un reddito più basso di chi vive a Dahlem). Lo hai fatto scegliendo un dato modello di vita urbana, il desiderio di un’urbanità segnata da una relazione con la ‘natura’ più intenso (e un bisogno meno forte di frequentare con quotidiana assiduità i punti focali primari della città, che comunque continuano a far parte del tuo areale). Vivi lontano dal centro – in periferia – anche se abiti nel quartiere di Vauban a Freiburg i.B. Hai bisogno di tempo per raggiungere il centro della città, i luoghi del consumo pubblico e dello scambio. Ma abiti un quarterie ‘perfetto’ secondo il paradigma ecologico, che hai scelto per modellare le tue pratiche.

Il termine periferia fa sempre riferimento a una distanza dal centro – e quindi a uno specifico modo di organizzare i tuoi cicli urbani, di interpretare l’urbanità nella città che diventa metropoli – volendo evitare il sovraccarico di ‘eccitazione del sistema cognitivo’ che la metropoli, come George Simmel sottolineava all’inizio del secolo scorso, si porta con sé. Volendo anche mantenere un rapporto con la ‘natura’.

Periferia’ non è un termine che ha un connotato negativo per definizione nella storia della città europea. Nella città che cresce e si espande con la Rivoluzione industriale e l’intensa urbanizzazione che ha determinato la regolazione delle espansioni che avvengono per ondate ai margini della città fisica preesistente – quindi ‘lontano’ dal centro – è un tema sul quale le città (e gli stati nazionali) misurano la loro capacità e volontà di governo. Lo puoi svolgere bene, lo puoi svolgere male o molto male.

Nell’immaginario italiano – nel discorso pubblico, in particolare – il termine ‘periferia’ ha sempre un connotato negativo. Il suo uso si è consolidato con riferimento a Roma – alla rovinosa traiettoria di sviluppo spaziale che ha seguito dal 1950. Richiama le espansioni – della città fisica e sociale – realizzate negli anni dalla ‘grande urbanizzazione’: tra il 1950 e il 1980 la popolazione del comune cresce di circa 1,2 milioni di abitanti. Nella maggior parte dei casi le nuove espansioni – le nuove parti – sorgono lontane, anche molto lontane, dal centro della città, male progettate e costruite (nei materiali, nelle architetture, nella morfologia spaziale), con una insufficiente o nulla autonomia funzionale, disconnesse o debolmente connesse con la rete dei trasporti pubblici, in parte abusive, abitate da famiglie con redditi bassi o medio-bassi ma anche da molte famiglie povere fino alla marginalità.

È stato soprattutto il cinema a fissare nell’immaginario nazionale i caratteri delle ‘periferie romane’ facendole diventare ‘le periferie’. Il cinema ha finito per dare un connotato naturalistico a ciò che era un rovinoso fallimento politico.

Il discorso sulle periferie si è consolidato in Italia con riferimento a Roma – benché Roma in tutta evidenza sia un caso a sé. E lo è perché per nessuna altra grande e media città italiana – per Milano, Torino, Napoli, Bergamo, Padova e molte altre città ancora – i confini della giurisdizione comunale definiscono il territorio all’interno del quale si è manifestata l’urbanizzazione e l’opposizione centro-periferia assume un significato. I confini comunali delle grandi città italiane, dagli anni Ottanta, non sono più il territorio nel quale si esprime l’urbanità. Nelle maggiori città italiane le periferie – le parti di città ‘lontane dal centro’ – le devi cercare ai margini delle città-di-fatto, delle metropoli che si sono formate per coalescenza territoriale.

Ti obblighi a cercarle, sbagliando, all’interno dei confini comunali quando guardi il territorio attraverso il filtro delle competizioni elettorali. Togli la distanza dal centro e metti il disagio sociale e l’orientamento di voto alle ultime elezioni per identificare le parti di città alle quali dai (impropriamente) il nome di ‘periferie’. A quel punto le periferie diventano un oggetto di grande interesse politico perché nelle periferie si crede di aver perso o aver vinto l’ultima competizione elettorale. A quel punto, però, hai perso ogni capacità di comprendere la traiettoria di sviluppo della città.

 

PS

Nelle prossime settimane dedicherò alcuni post al tema delle ‘periferie’ come declinate nel discorso pubblico in Italia. Lo stimolo è venuto dalla pubblicazione di un volume curato da Giovanni Laino (Politiche urbane per le periferie (Quinto Rapporto sulle città, di Urban@it), Bologna, il Mulino, 2020). Il discorso sulle periferie è stato egemonizzato in Italia dagli analisti e intellettuali ‘di sinistra’, ma nelle periferie i partiti ‘di sinistra’ non ottengono molti consensi. Credo ci sia una relazione causale tra questi due fatti.

 

La Grande Torino

Nel loro libro dedicato al declino di Torino, A. Bagnasco, G. Berta e A. Pichierri [1] non si interrogano sulle responsabilità politiche di chi ha governato Torino – e sugli errori che le amministrazioni ‘di sinistra’ devono avere commesso e che hanno condotto alla ‘inaudita’ vittoria del M5S. E non riescono a rispondere alla domanda che si erano posti: “Chi ha fermato Torino?”.

Walter Tocci in un recente libro sul declino di Roma [2] descrive il partito che ha ottenuto una schiacciante (e altrettanto ‘inaudita’) vittoria alle ultime elezioni locali con un’espressione che non mi sento di trascrivere in questo post. Ma non si chiede come abbia fatto a vincere le elezioni un partito che definisce in un modo tanto sprezzante. Quanto devono aver governato male la precedente amministrazione ‘di sinistra’ e tutte le precedenti amministrazioni ‘di sinistra’ visto l’esito delle ultime elezioni?

Gli intellettuali e analisti ‘di sinistra’ non hanno niente da dire neanche di Napoli – la più disastrata tra le grandi metropoli europee. Possono solo contemplare il disastro di essersi affidati da venti anni alla retorica del leader, che credevano di aver trovato. Non hanno nulla da dire neanche di Milano, una città che si propone per quello che non è, che si crede forte e poi mendica ‘grandi eventi’ per puntellare la sua economia – e dopo l’EXPO chiede senza imbarazzo, ottenendole, le Olimpiadi invernali. Un altro evento per nascondere il suo mercato del lavoro da Paese sotto-sviluppato per precarietà dei contratti, livello dei compensi, esercizi di potere sui luoghi del lavoro – e per la sua economia appesa al capitale finanziario internazionale.

Tra pochi mesi si vota in tutte e quattro le maggiori città italiane, ma le coalizioni che hanno vinto le ultime elezioni comunali sono in disfacimento. In questi anni non hanno neanche provato a governare la traiettoria evolutiva delle loro città. Come potevano farlo? Avrebbero dovuto governare le metropoli delle quali i comuni di Torino, Milano, Roma e Napoli sono soltanto una parte, certo importante ma comunque una parte. Non lo hanno fatto – ma neanche le amministrazioni che si sono alternate negli ultimi trenta anni lo hanno fatto. Non hanno capito che cosa avrebbero dovuto fare, non l’hanno voluto fare, non sapevano farlo? Comunque ora sono tutte in declino, senza una strategia, senza un progetto politico con il quale entrare nella competizione elettorale.

Poi, sull’edizione digitale de “La Stampa” del 29 dicembre compare un articolo di Paolo Verri con un titolo che mi sorprende: “La vera sfida è riuscire a trasformarsi nella Grande Torino…”. Certo, è una sfida – ma non nuova: sono trascorsi trenta anni da quando l’Italia ha introdotto una normativa per istituzionalizzare le metropoli che si erano formate per coalescenza territoriale, per realizare la Grande Torino, la Grande Milano… senza che sia stato fatto un solo passo avanti. Negli anni Ottanta, per auto-organizzazione, Torino, Milano, Roma e Napoli, integrandosi con i loro hinterland, erano diventate delle metropoli. E come metropoli avrebbero dovuto essere governate. Lo si era capito, lo si è poi dimenticato.

Il progetto politico della Grande Torino ricompare oggi sulle pagine de “La Stampa” e sembra un miracolo. A pochi mesi dalle elezioni, però, quando non c’è più tempo per realizzarlo – né a Torino, né a Milano, né a Roma, né a Napoli.

(Per quanto tempo l’Italia pensa di resistere lasciando le sue metropoli senza un governo?)

[1] Arnaldo Bagnasco, Giuseppe Berta e Angelo Pichierri, Chi ha fermato Torino? Una metafora per l’Italia (Torino: Einaudi, 2020).

[2] Walter Tocci, Roma come se. Alla ricerca del futuro per la capitale (Roma: Donzelli, 2020).

Che ne sarà di Roma?

Ho iniziato a leggere Roma come se. Alla ricerca del futuro per la capitale di Walter Tocci (Donzelli, 2020). Ho terminato l’Introduzione, e arriverò sino in fondo, quando troverò, promette l’Autore, la risposta alla domanda contenuta nel titolo. Le pagine che ho letto, dedicate al discorso pubblico su Roma, non smentiscono la mia convinzione: il discorso pubblico sulle città italiane si alimenta da tempo, molto tempo, a una retorica pre-empirica (e, spesso, persino pre-logica).

Nelle pagine che ho letto Walter Tocci evita di confrontarsi con due fondamentali fatti nella storia politica della città, accaduti nel recente passato e che riguardano il suo futuro: la ‘inaudita’ vittoria del M5S alle ultime elezioni amministrative a Roma; la ‘inaudita’ vittoria di Gianni Alemanno nel 2008, dopo i lunghi anni delle sindacature di Francesco Rutelli e Walter Veltroni (se sono state così mirabili – come l’Autore sostiene –, perché Alemanno ha vinto le elezioni, contro Rutelli che si ri-presentava?).

Sono domande prosaiche, che gli intellettuali progressisti italiani non amano porsi – né a Roma, né a Napoli, né a Torino – e tanto meno a Milano (a Milano che si fregia del titolo di “città metropolitana”, che si propone come centro di gravità di una “regione metropolitana”, parlano del Giambellino – non di Bollate o Baranzate o San Giuliano… – come ‘periferia’, anche se si trova a 500 metri dalla Darsena e dai luoghi consacrati del consumo pubblico e della socializzazione).

Walter Tocci usa una poesia di Pier Paolo Pasolini del 1970 come chiave della sua riflessione storico-critica sul discorso pubblico su Roma – e Roma diventa una “città coloniale” per la quale immaginare un futuro riprendendo uno dei sentieri che avrebbe potuto prendere alla fine dell’Ottocento. Cosa voglia dire spero di capirlo leggendo il resto del libro. Per ora, letta l’Introduzione, mi trovo negli appunti una costellazione di categorie ed espressioni che promettono di non condurre da nessuna parte.

Quando leggo quello che l’élite intellettuale scrive su Roma, ricordo a me stesso, per non essere portato fuori strada dalle astratte meditazioni nelle quali mi imbatto, che – dati OCSE alla mano – la città ha un reddito pro-capite due volte quello di Napoli e Palermo, molto più alto di quello di Torino, simile a quello di Bologna o Firenze, inferiore a quello di Milano, certo. E comunque, molto maggiore di quello di Berlino. Come ha fatto una città ricca, indebitandosi in misura esagerata – e con il vantaggio di una base economica stabile come può esserlo solo quella di una capitale di un grande Paese e di una città tanto profondamente radicata nell’immaginario mondiale – a ridursi in questo stato, che in tanti biasimano? E quali sarebbero i suoi dis-equilibri che alimentano il biasimo? Quali mancate politiche pubbliche o quali eventi esogeni, fuori dal controllo di chi l’ha governata, li avrebbero causati?

Roma ha un presente da comprendere – come tutte le altre grandi città italiane. E lo si dovrebbe provare a fare prima di mettersi a vagheggiare sul suo futuro. Il futuro lo incontri lungo il sentiero che stai percorrendo: la traiettoria evolutiva di un sistema è sempre path-dependent. Quando provi a pensarlo, la prosaica attività di specificare le ‘condizioni iniziali’ non dovresti eluderla. Le élite intellettuali e politiche progressiste quando parlano delle maggiori città italiane dovrebbero iniziare riflettendo sul presente – e sul disastro che hanno fatto quando le hanno interpretate e governate.