Categoria: Metropoli

Distretti industriali e meta-città

Ho appena terminato il corso sulla co-evoluzione tra città sociale e città fisica di Bergamo che ho tenuto questo semestre agli studenti dell’ultimo anno di Master dell’Accademia di architettura. Ora sto lavorando alla formulazione di uno scenario per la traiettoria di sviluppo spaziale e sociale della città, per fornire uno sfondo conoscitivo agli studenti che il prossimo semestre progetteranno a Bergamo nell’ambito del “lavoro di Diploma”.

Quello che leggo a latere – e del quale ogni tanto parlo in questo blog – non riesco a tenerlo separato dal mio lavoro su Bergamo. Influenza il modo in cui guardo Bergamo, da una parte. Dall’altra, ciò che osservo a Bergamo mette in discussione ciò che leggo. Non riesco a leggere – come sto facendo – la terza delle Sei lezioni sulla città di Guido Martinotti (“Dalla metropoli alla meta-città”) e la Coscienza dei luoghi di Giacomo Becattini senza mettere in relazione quello che leggo con il caso di Bergamo.

Uno dei punti di arrivo più importanti del programma di ricerca di Giacomo Becattini sullo sviluppo economico italiano del secondo dopoguerra credo sia il seguente: in Italia il processo di industrializzazione va intrepretato sulla base di una relazione causale circolare tra accumulazione di capitale fisico e cognitivo e costruzione di comunità intercomunali. Le unità di analisi territoriale sono rapidamente diventate, via via che progrediva l’industrializzazione, sistemi intercomunali. Nel programma di ricerca di Becattini i “distretti industriali” non sono una categoria economica ma una categoria sociale, che interpreta la spazialità delle relazioni sia tra imprese (fabbriche) che tra individui.

Becattini non aveva in mente Bergamo bensì Prato come archetipo di un sistema intercomunale costruito dall’industrializzazione. Ma se si lascia da parte il grado di specializzazione produttiva sul quale Becattini ha così tanto insistito – che non è rilevante se l’oggetto di analisi è la relazione circolare tra morfologia fisica e sociale –, tra Prato e Bergamo (e tante altre città) non ci sono grandi differenze. Anche a Bergamo l’industrializzazione ha costruito un sistema intercomunale, una “città di fatto”.

Leggendo la terza lezione di Martinotti (“Dalla metropoli alla meta-città) non si riesce a capire dove Bergamo possa comparire nel sistema categoriale presentato. Credo sia la conseguenza di un’ambiguità che il suo programma di ricerca mostrava già nel libro La dimensione metropolitana (Il Mulino 1999). Se dopo la metropoli c’è la meta-città ma non è mai chiaro quali siano le metropoli che in Italia sono diventate meta-città, si finisce per cadere nella usuale dicotomia tra il grande comune (Milano, Torino, Napoli, Roma) e la sua “regione urbana funzionale” – che poi diventa “grande regione urbana”, “città-regione”, megalapoli, “città infinita”. E, inglobate in una figura territoriale senza confini, le “città di fatto” come quella di Bergamo perdono di significato, diventano un frammento di un territorio urbanizzato che non ha un inizio e una fine.

Utilizzata per studiare l’Italia, la prospettiva di Martinotti è fuorviante, perché il sistema urbano italiano non è riducibile alle sue metropoli e, tanto meno, alle sue meta-città. Altrettanto fuorviante, però, è stata anche la lettura becattiniana del territorio italiano, la quale non ha riconosciuto le “città di fatto” nei “distretti industriali” e ha dato poca considerazione alle metropoli.

Dov’è Bergamo – dove sono le grandi “città di fatto” italiane come Padova, Verona, Parma, Reggio Emilia, Modena, Bologna e così via – in questi programmi di ricerca che non si sono confrontati?