Categoria: Europa

Una nuova narrazione per l’Europa? Sì, ma quale?

Un’importante giornalista e saggista americana – Anne Applebaum – recensisce sulle pagine della “New York Review of Books” alcuni recenti libri sul futuro dell’Unione Europea. Sulla sua crisi, in definitiva. Un breve articolo che tira le fila di libri molto diversi, e nel farlo svela la sua prospettiva ideologica piuttosto che analitica, di intellettuale liberale.

Un problema che i liberali come Anne Applebaum quando parlano dell’Unione Europea non riescono a risolvere – e neanche a impostare, per la verità – è quale posizione ha il mercato nel progetto europeo. I liberali ignorano la forza della dimensione economica, che i neoliberali invece conoscono bene. Non ne parlano, non ne sanno parlare.

Molti liberali credono che il problema è che l’Unione Europea debba diventare un attore come gli Stati Uniti: un esercito unico, una politica estera unica, una moneta unica, un potere centrale forte. Anne Applebaum crede nel “muscular liberalism” – come molti anche in Italia. Quello che garantisce con la forza i diritti politici e lascia il resto al mercato. E di cui Emmanuel Macron sarebbe l’incarnazione (ma anche Obama!). E se emergessero altri epigoni (in Polonia o in Italia?) l’Europa si salverebbe: diventerebbe finalmente un attore geo-politico.

Il “sogno europeo” era molto diverso dal “sogno americano” – e prevedeva per il mercato un ruolo limitato per quanto importante. Moneta unica europea e internazionalizzazione radicale dell’economia lo stanno facendo svanire. Il progetto che i liberali americani hanno per l’Europa è così diverso dal progetto europeo originario. In esso c’erano la coesione sociale, la coesione territoriale, la stabilità delle relazioni di lavoro, un sistema pensionistico redistributivo, la piena occupazione (e consistenti sussidi di disoccupazione), la pratica eliminazione della povertà assoluta, la sostenibilità ambientale, la sostenibilità etica delle transazioni; la crescita non era un obiettivo in sé (gli “indicatori sociali” dovevano misurare le prestazioni e certo non il “prodotto interno lordo”) e gli istituti centrali di statistica integravano i sistemi di contabilità nazionale per tenere conto dei costi ambientali del processo economico e l’uso delle risorse non-rinnovabili. L’Unione Europea non era un progetto geo-politico e non è su questo piano che deve essere oggi valutato. Era un progetto di società: un progetto di contenimento del mercato.

Poi è arrivata l’ondata neoliberale, ma i liberali non l’hanno capita nelle sue implicazioni profonde. Si sono anche dimenticati di prendere nota del fatto che il liberismo (o il laissez-faire) è nato prima della democrazia liberale e che di essa ha fatto a lungo a meno in Europa, in alcuni paesi più a lungo che in altri. E non gli è neanche necessaria. Il capitalismo costruito in questi ultimi decenni dai neoliberali (ci sono tanti capitalismi!) ha portato solo vantaggi alla borghesia intellettuale cosmopolita e liberale (ed economicamente benestante, in genere) che discetta sulle sorti dell’Europa e del mondo. Difficile guardare oltre il proprio milieu e il proprio quartiere, certo. Ma bisogna provare a farlo.

La forza dell’economia, però, non la sentono gli intellettuali liberali ma la sentono i disoccupati, i sotto-occupati, chi non ha un reddito sufficiente, chi ce l’ha appena sufficiente ma non sa per quanto ancora, chi vive in periferie senza storia e futuro, chi si trova dentro un’incertezza permanente che non può controllare. Il fatto che gli intellettuali di fede liberale stiano in un altro mondo e questa incertezza radicale non la vedano e non la sentano nella propria vita quotidiana non significa molto, li rende semplicemente irrilevanti. E lo resteranno fino a che non diranno una parola sul modello economico, sulla relazione tra economia e società, che desiderano si realizzi.

Il terreno di scontro politico in Europa, oggi, è il modello economico, la relazione tra economia e società. I liberali ignorano la questione – e pensano a un esercito comune che trasformi l’Europa in un attore che conta sulla scena globale –, i neoliberali l’hanno risolta come sappiamo. Gli squilibri sociali e ambientali, però, li vedi e li senti e nessuna nuova narrativa li renderà meno gravi.