Categoria: Capitalismi

Utopie produttive

La Coscienza dei luoghi  di Giacome Becattini (Donzelli 2016) è un libro che raccoglie materiali diversi. Tutti preziosi per chi ha un interesse per l’economia come scienza sociale e per l’uso della scienza sociale nella costruzione delle politiche pubbliche. Sono tutti testi già pubblicati ad eccezione di due, l’Introduzione e Per una via ordinata all’utopia. E sono questi due testi che danno un nuovo significato al resto del materiale contenuto nel libro, che permettono di interpretarlo.

In Per una via ordinata all’utopia – di cui ho già parlato in un post precedente – Becattini svela il suo metodo e le radici del programma di ricerca. Nell’Introduzione delinea la sua utopia produttiva. Il paradigma dei distretti industriali ha sempre avuto un punto debole, non declinato ma evidente. È nell’Introduzione che Becattini finalmente lo affronta. Ma ha bisogno di spostarsi sul piano dell’utopia per farlo.

Puoi anche mantenere l’ipotesi che il distretto industriale sia un modo di organizzare la produzione che risolve quasi del tutto il problema della coesione sociale nella comunità locale. Redistribuisce in misura equa il reddito generato dalla produzione, socializza gli aumenti di produttività del lavoro e anche gli effetti sul benessere degli individui (famiglie) delle oscillazioni cicliche della produzione. Puoi anche mantenere l’ipotesi che nei distretti industriali si generi un progresso tecnico e sociale adeguato, informale, che si alimenta dall’interazione tra i membri della comunità. Ma resta un problema da risolvere, soprattutto per i distretti industriali (iper-specializzati) che sono l’oggetto principale della riflessione di Becattini: il benessere del distretto dipende dal fatto che ciò che produci è acquistato in altri luoghi, ma questi altri luoghi devono, a loro volta, poter esportare ciò che essi producono per avere le risorse necessarie ad acquistare ciò che tu produci nel tuo distretto.

Il tema delle relazioni tra sistema locale e ambiente ha un’altra dimensione: un distretto specializzato in un agglomerato di beni – diciamo “calzature”– non è in linea di principio e di fatto l’unico luogo (in Italia? in Europa? nel mondo?) a produrre o a poter produrre quell’agglomerato di beni. Di conseguenza, si ha competizione tra luoghi produttivi. Se vinci la competizione distruggi il benessere di un’altra comunità (e viceversa). La razionalità sociale di come si organizza la produzione locale emerge a un livello territoriale superiore – ed è una decisione politico-istituzionale che decide quale sia questo livello territoriale.

Nell’Introduzione a La coscienza dei luoghi Becattini presenta la sua utopia, con la quale declina il tema delle relazioni di scambio di beni tra i luoghi produttivi, della “chiusura operativa” dei sistemi locali. Un’utopia che racconta molte cose, compreso il fallimento del paradigma dei distretti industriali. Nella sua utopia “… sotto l’apparenza di un gelido – aspaziale – scambio di merci ci sarebbe un mondo ideale di scambi di Made in, verso cui tenderebbe – all’infinito, naturalmente! – il mondo reale nella sua configurazione mercantile.” (p. 6). Insomma, Utopia è un mondo di luoghi produttivi specializzati – che sono comunità – che in un equilibrio che garantisce il benessere di tutti i luoghi scambiano ciò che producono in eccesso ai bisogni locali. E in ogni luogo la produzione è organizzata in modo da generare equilibrio sociale.

È un’utopia che nasce sulle macerie di molti luoghi produttivi – di molte città – in Italia e in Europa, sullo sfondo dell’internazionalizzazione radicale delle nostre società ed economie. Che nasce da un paradigma di ricerca e regolazione – quello sui “distretti industriali” – che da molto tempo è solo ideologia. Che ti allontana da altri paradigmi che stanno emergendo per declinare lo stesso tema. Persino reticente rispetto all’irrealtà della soluzione che per questo problema ha proposto il neoliberismo. Un’utopia sulla quale riflettere però, perché ci ricorda che non sarà mai (soltanto) il mercato a risolvere il problema della giustizia spaziale. Soprattutto, che la regolazione degli scambi mercantili tra i luoghi – tra città, regioni, stati – non la si è mai lasciata soltanto al mercato.