Gli economisti della scolastica neoliberista credono sia sufficiente dire che una società è composta da un ‘certo numero di individui’ per costruire i loro modelli. A volte riescono a fare un passo avanti e introdurre delle caratteristiche di questi ‘individui’ che permettono di raggrupparli per categorie. Negli ultimi giorni in Italia è salita alla riballata la categoria dei “diciottenni”. Categoria certo utile: secondo la nostra legislazione i diciottenni sono maggiorenni – con tutte le implicazioni che la legge prevede, compreso il fatto che votino.

Ai diciottenni un partito politico propone, ora, che lo Stato assegni una ‘dote’ di 10.000 euro. Proposta difficile da comprendere perché il significato che questa dote può assumere per chi la riceve non dipende dall’età. Qui si manifesta uno dei fondamentali limiti del paradigma neoliberista: rappresentare il comportamento dell’individuo al di fuori della rete sociale nella quale è incastonato, pensare l’individuo al di fuori della sua cultura, delle sue meta-preferenze – che sono un fatto sociale.

Che uso possono fare della dote un diciottenne di una famiglia del sottoproletariato di Napoli, di una famiglia della borghesia professionale di Torino, di una famiglia di piccoli imprenditori marchigiani o di una famiglia di pastori della Sardegna e così via? Di una famiglia che ha una ricchezza reale o finanziaria elevata, di una famiglia che non ha alcuna forma di ricchezza o una ricchezza negativa? Di una famiglia con uno o entrambi i genitori disoccupati, di una famiglia con entrambi i genitori con occupazioni stabili e salari elevati?

Tutti i diciottenni hanno 18 anni, ma sono profondamente diverse le loro condizioni economiche e gli obblighi morali che da quelle condizioni si generano nei confronti della loro rete sociale, della famiglia prima di tutto. La relazione tra la dote che dovrebbero ricevere e i loro piani di vita è molto complessa.

Le famiglie che hanno un reddito e ricchezza sufficienti trasferiscono ai figli ben altre somme nella fase che prelude alla loro emancipazione professionale, personale e psicologica. In Italia, 10.000 euro, la dote che il Partito Democratico propone, non sono neanche sufficienti a coprire le tasse universitarie della Triennale e della Magistrale. In una società con disuguaglianze economiche profonde e persistenti – la situazione attuale dell’Italia – a cosa può servire una “dote di 10.000 euro ai diciottenni”?

Il fatto che in Italia i ‘liberali’ credano di mettersi la coscienza a posto, e sentirsi figli legittimi di John Stuart Mill (molto citato in questi giorni), con una misura del genere è un’altra ragione per diffidare di chi si dice liberale.

E poi, perché non dare questa dota a un quarantenne o una quarantenne senza lavoro e con coniuge e figli a carico?

 

PS

La necessità di patrimoniali occasionali o sistematiche dovrebbe essere considerata ovvia in Italia per molte ragioni – soprattutto da chi difende il capitalismo come modello economico e sociale. Ma questa è un’altra storia che non c’entra nulla con la ‘dote ai diciottenni’.