Come per tanti altri della mia generazione, l’Europa è entrata nella mia vita in modo naturale, attraverso un processo che si potrebbe definire di ‘educazione incidentale’. Negli anni Settanta l’Italia era ritornata a essere culturalmente un Paese profondamente europeo. Entravi in una libreria e attraverso i libri e le riviste che sfogliavi ti trovavi con o senza intenzione a Vienna, Praga, Berlino, Londra ….

L’Europa è entrata poi nella mia vita negli gli anni che ho trascorso all’estero, nel Regno Unito e in Germania, per ragioni di studio e di lavoro – di nuovo, come per molti della mia generazione. E si era già preparati perché eri cresciuto in un paese intimamente europeo.

Nella mia vita professionale l’Europa è entrata nella seconda metà degli anni Novanta, partecipando ad alcuni progetti di cooperazione transnazionale che dovevano aprire la strada all’ampliamento a Est dell’Unione Europea, avvenuto nel 2004 con l’entrata di Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Slovenia e altri Paesi ancora. Erano anni ancora segnati dall’azione di Jacques Delors alla Presidenza della Commissione Europea, gli anni del Progetto Europeo che si consolidava come progetto sociale e democratico. Ed erano anni di entusiasmo europeista. L’ampliamento a est ha avuto un significato speciale. Il confine che divideva l’Europa ea sentito come ‘inammissibile’, e per chi abitava territori emotivamente e cognitivamente integrati da sempre, i decenni di separazione erano stati un corpo a corpo quotidiano con la tragicità della storia. Il disfarsi di un confine innaturale e il ritorno in Europa erano un fatto straordinario, per tutti.

Anche l’unificazione monetaria all’orizzonte era motivo di fiducia.

La ‘svolta neoliberale’ stava prendendo forma, ma non credevo potesse prevalere. All’inizio degli anni duemila, quando all’Università di Jena tenevo corsi sull’integrazione economica europea a studenti che in gran parte erano nati nella ex-DDR, il Progetto europeo era quello che Jeremy Rifkin avrebbe chiamato nel suo libro del 2004 il Sogno europeo. E nel 2002, presentando a Torino un rapporto alla Fondazione Agnelli sull’ampliamento a est – che la stessa Fondazione mi aveva richiesto – guardavo al Progetto europeo con lo stesso entusiasmo di chi come a me (ungheresi, cechi, slovacchi, sloveni …) lavorava ai progetti preparatori all’accesso dei Paesi dell’Europa centrale e orientale. Credo sia stato proprio in quella circostanza, però, riflettendo sulle reazioni al mio intervento, che ho iniziato a capire che l’élite intellettuale liberale era diventata neoliberale e che era iniziata la de-costruzione del Progetto europeo.

Di passi avanti nella de-costruzione del Progetto Europeo ne sono stati fatti molti da allora e chiedersi oggi “ma che significa stare nell’Unione Europea?” non è più una domanda con una risposta facile.