Dopo le elezioni del 4 marzo 2018 il Partito Democratico – il partito che aveva governato nei cinque anni precedenti – ha attraversato una fase di stallo: non riusciva a ridefinire la sua linea politica. Alla fine dell’estate, il giornalista Antonio Polito pubblica un editoriale sulla prima pagina del “Corriere della Sera” nel quale afferma che, per rinnovarsi, il Partito Democratico deve ispirarsi a A manifesto for renewing liberalism proposto da “The Economist” (15 settembre 2018, pp. 41-52). Giornalisti del rango di Antonio Polito si distinguono per la precisione con la quale svolgono i temi. Il editoriale era inappuntabile nella struttura: dopo le sconfitte elettorali degli anni 2016-2018, il Partito Democratico doveva fare l’up-grading del suo programma politico, non cambiare programma. E l’up-grading era appena stato rilasciato da “The Economist” – che quel programma aveva sviluppato e iniziato a commercializzare nel 1843, 175 anni fa.

 La declinazione del liberalismo che segna il giornalismo di “The Economist” è quella del liberismo (e neoliberismo). L’unica tradizione liberale che considerano è quella anglosassone. In Italia hanno prevalso per molto tempo altre declinazioni di liberalismo e a questa semplificazione, liberalismo significa liberismo, non dovremmo credere. Dovremmo essere sempre consapevoli che il termine liberalismo deve essere declinato. Che il suggerimento dato al Partito Democratico di “caricare” l’aggiornamento del programma liberale di “The Economist” appaia sulle pagine del “Corriere della Sera” a firma di uno dei suoi vice-direttori è tuttavia ‘logico’: questo quotidiano ha aderito al paradigma neoliberista e da molti anni ne è diventato una roccaforte, continuando a essere il più autorevole e influente quotidiano italiano.

C’è una frase nel Manifesto che rivela come i neoliberisti usino l’economia – e frasi della stessa struttura logica, che servono a mantenere posizioni di vantaggio intellettuale sul lettore, appaiono da più di un decennio anche sul “Corriere della Sera”. Se il lettore non vi arrivasse in condizione di minorità intellettuale, smetterebbe di leggere dopo avere letto nel pamphlet che: “Economists estimate that, were the world able to accommodate the wishes of all those who wanted to migrate, global GDP would double.” (p. 45). Ci sarebbe bisogno di un Dio capace di rimescolare nello spazio mondiale individui e famiglie. Forse, neanche esiste un Dio così – un Dio che vuole fare questa cosa –, ma ‘gli economisti’ questo calcolo impossibile lo hanno intanto condotto: il prodotto sociale sulla terra è oggi la metà di quello che sarebbe se si riuscisse a rimescolare nello spazio individui e famiglie secondo i loro desideri. Desideri – forse disperazioni – che ‘gli economisti’ conoscono e dei quali sanno derivare le implicazioni. Un’affermazione semplicemente onirica.

A un certo punto, leggendo il Manifesto, il lettore scopre che uno dei capisaldi del liberalismo del XXI secolo dovrebbe essere liberalizzare completamente il mercato del suolo nelle città e tassare la rendita fondiaria. Così semplice? Ho pensato alle politiche abitative a New York, uno dei temi più importanti dell’agenda politica dell’amministrazione in carica: in questa città il 50% del mercato delle abitazioni disponibili per l’affitto è regolamentato e le decisioni di ri-zonizzazione, che permettono di abbattere edifici residenziali esistenti per sostituirli con edifici, sullo stesso lotto, di dimensioni e di valore economico molto maggiore, dipendono da decisioni collettive. Un tema affascinante le politiche abitative di New York dagli anni Sessanta. Ho pensato a New York, la città simbolo del capitalismo nel nostro atlante occidentale, per chiedermi come potrebbero spiegare i neoliberisti il fatto che questa città non segua il modello di regolazione che ora ri-propongono.

Se per il mestiere che fai o per interessi personali disponi di una conoscenza elementare della storia urbana europea giungi alla conclusione che ti sei imbattuto in un esempio di “grado zero del pensiero”. Gli insostenibili costi sociali del paradigma di regolazione che “The Economist” propone sono apparsi evidenti mentre nel XIX secolo nascevano le metropoli in Europa e si apre un capitolo fondamentale della storia sociale europea, nel quale le città, dando un nuovo significato al loro essere civitas, si assumono il compito di regolare lo sviluppo spaziale. Qualsiasi città oggi scegli in Europa tra quelle che stanno consapevolmente costruendo il loro futuro, tra quelle che hanno un benessere più elevato e una maggiore sostenibilità ambientale, il paradigma di regolazione delle trasformazioni urbane non è certo quello che “The Economist” ri-propone e che, secondo ‘gli economisti’, nel caso fosse applicato, farebbe aumentare il prodotto sociale.

Il Manifesto di “The Economist” è il prodotto di un dispositivo retorico che si fonda su uno ‘scientismo magico’. Ha cominciato a funzionare male in Europa, negli ultimi anni. In Italia ha smesso di funzionare, incapace di generare un sufficiente consenso. L’evidenza empirica ha imposto le sue ragioni. Ma per il “Corriere della Sera” e per molti intellettuali liberali che scrivono della crisi italiana e della crisi del progetto europeo sarebbe sufficiente fare l’up-grading del programma neoliberista E chiedono di farlo a chi usava la versione precedente di quel programma, al Partito Democratico.

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