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La Tav, la piazza, l’analisi costi-benefici

1.

L’analisi costi-benefici è un metodo per organizzare il processo decisionale di un agente collettivo, per riuscire a tenere dentro il recinto della razionalità politica decisioni collettive complesse. Rende espliciti i fattori che il decisore considera – decide di considerare – nel processo di valutazione di un’opera. Costringe a parametrizzare, nella loro dimensione e incertezza, questi fattori. Ti permette di tradurre un investimento pubblico in una costellazione di effetti, che poi si trasformeranno in valori sulla base della funzione di preferenza sociale che il processo politico fa emergere.

Se credi che la Tav devi farla oppure se credi che non devi farla l’analisi costi-benefici ti svela il processo mentale che ti ha condotto a crederlo, costringendoti a distinguere tra gli effetti e il valore che a quegli effetti attribuisci. Sono molti i parametri che devi prendere in considerazione per decidere se realizzare o non realizzare un’opera come la Tav per non aiutarti con l’analisi-costi benefici. Per non aiutarti con un metodo che rende coerente il tuo pensiero, ma non ti toglie la responsabilità politica della scelta. Perché il valore che attribuisci agli effetti è una decisione politica. La decisione di fare o non fare la Tav – come qualsiasi altra decisione di allocazione di risorse collettive – è politica, e non può essere altrimenti. L’analisi costi-benefici non ti può dire se realizzare o non realizzare la Tav – o qualsiasi altra opera pubblica. Sbaglia chi crede di nascondersi dietro l’analisi costi-benefici, delegando a questa tecnica di valutazione la decisione finale.

L’analisi costi-benefici è figlia del pensiero liberale, è un metodo di analisi degli investimenti pubblici che in una democrazia è in molti casi necessario per rispettare il vincolo morale della razionalità politica che nasce dal confronto e dal dibattito pubblico. Un metodo di analisi che permette – se lo sai usare – di non scivolare, tra limiti cognitivi e inclinazioni ideologiche, in un ragionare pre-logico e pre-empirico. Come accade da anni attorno alla Tav.

2.

Così come è accaduto di nuovo, a Torino, qualche giorno fa: il corteo per il “Sì alla Tav” è stato una manifestazione di irrazionalità collettiva, un evento profondamente populista.

(Che una manifestazione così si sia svolta a Torino è per me un’altra dimostrazione che in Italia il corto circuito tra liberalismo e (neo-)liberismo, che è sempre stato latente nella cultura di questa città – una tensione che era già nel pensiero di Luigi Einaudi e non si riesce a sciogliere –, è all’origine della crisi politica e morale italiana. Il (neo-)liberismo è populista nel semplificato determinismo delle misure di politica economica che propone.)

Non c’è niente di più populista – e meno liberale – di una manifestazione pubblica auto-convocata che propone una decisione collettiva motivandola con ragionamenti pre-logici e pre-empirici: “Sì alla Tav perché non si può dire sempre no.” Ma è l’enfasi che trovi nella narrazione che i maggiori quotidiani hanno fatto della manifestazione, l’assegnare un grande significato politico a una manifestazione oggettivamente sconsiderata, ciò che dimostra, ancora una volta, lo stallo del pensiero liberale italiano. Cosa c’era di liberale in una manifestazione fatta di slogan che non erano figli di un’argomentazione razionale bensì di un vago sentimento?

La foto mostrata in prima pagina da alcuni quotidiani era perfetta nel dimostrare il carattere populista della manifestazione. Le sconosciute organizzatrici, nella loro misurata soddisfazione, nella loro tranquilla normalità, in primo piano, plasticamente una accanto all’altra in fila, frontalmente. Perfettamente a fuoco come la grande folla anonima e compatta inquadrata dall’alto verso il basso, che costituiva lo sfondo della foto. Nessun elemento che rendesse complesso quel frammento di realtà che la foto mostrava: solo le promotrici (sconosciute) e la folla (anonima). Una folla che diventa soggetto politico con un’argomentazione con la struttura logica: “Perché sì? Perché sì!”.

Torino: altre narrazioni

Credo che i reportage abbiano uno status scientifico (quando sono, effettivamente, reportage). Costruiscono evidenza empirica che si può utilizzare nei processi di corroborazione di ipotesi interpretative. Contribuiscono a identificare le condizioni iniziali di un sistema. Suggeriscono domande di ricerca.

Il loro valore dipende dalla reputazione del giornalista, così come il valore delle “descrizioni dense” (Clifford Geertz) dell’antropologia dipende dalla reputazione dell’antropologo. Prima che l’indagine venga ripetuta.

Fabrizio Gatti pubblica ora sul portale del settimanale L’Espresso un reportage sullo stato delle periferie a Torino che mette profondamente in discussione le consolatorie retoriche sulla recente traiettoria di sviluppo di Torino. Di fatto, propone un paradigma interpretativo diverso per descrivere lo stato delle cose nella città. Ho espresso negli anni recenti – nel mio blog e in incontri pubblici – molte critiche alla narrazione convenzionale delle dinamiche sociali ed economiche di Torino. Forse non si poteva fare di più negli ultimi dieci anni, e le mie critiche non erano un giudizio politico ma una riflessione sulle inconsistenze interpretative delle dinamiche socio-economiche della città.

È ora il reportage di Fabrizio Gatti a mettere sul tavolo l’evidenza empirica che avevamo dimenticato.