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The Economist e il liberalismo

Numerosi editorialisti, studiosi, intellettuali e politici italiani di fede liberale – e non solo – staranno leggendo “A manifesto for renewing liberalism”, proposto da The Economist (15 settembre 2018). Testo che Antonio Polito, vicedirettore del “Corriere della Sera”, ha suggerito di prendere come ancoraggio al Partito Democratico, per iniziare un percorso di rinnovamento della sua linea politica. (Un cattivo consiglio, credo).

Ho iniziato a leggere “A manifesto for renewing liberalism” con scettico interesse. The Economist ha la capacità di prendere atto dell’evidenza empirica e di usarla – e si impara sempre molto leggendolo – ma utilizza l’evidenza empirica in modo rigorosamente ideologico e con esiti spesso surreali. Ad esempio: Economists estimate that, were the world able to accomodate the wishes of all those who wanted to migrate, global GDP would double.” (p. 45). (Se, leggendo e rileggendo, continuate a restare a bocca aperta non vi preoccupate: le usuali esasperazioni scientiste degli economisti neo-liberali). L’interesse per il “manifesto” proposto resta, però, perché questo settimanale ciò che sta cambiando – e negli interessi o contro gli interessi di chi – te lo fa capire.

Se vuoi rinnovare (e ri-usare) qualcosa, questo qualcosa deve esistere. In cosa consiste, dunque, questo paradigma (“liberalismo”) che andrebbe ora rinnovato? Mentre mi apprestavo alla lettura del “manifesto” mi sono ricordato di un fascicolo che avevo letto molti anni fa, pubblicato da Die Zeit. Pur non confidando di averlo ancora, l’ho cercato nella mia biblioteca e l’ho trovato. Il fascicolo – n. 1/1995 della serie “Zeit Punkte” – aveva un titolo semplice, che mi piace tradurre come “Che cosa significa essere liberali oggi?” (“Was heißt heute liberal?” ).

Seduce avere in mano un testo che hai letto più di 20 anni prima e che ricordi vagamente. Ho messo da parte The Economist e ho iniziato a leggere il fascicolo. E ho incontrato una frase di Ralf Dahrendorf (un liberale, certamente!) con la quale confessa il suo disagio a usare il termine “liberale” per la sua inclinazione a non frequentare cattive compagnie. Negli anni Novanta si classificavano come “liberali” politici così diversi e controversi – e politiche pubbliche così lontane l’una dall’altra per presupposti e obiettivi – da sollevare la domanda: ma che significa il termine “liberale”?

Già alla pagina successiva del fascicolo, con la determinazione a non nascondere il passato che ha caratterizzato la Germania del secondo dopoguerra, si richiamava l’amara e tragica vicenda dei liberali tedeschi che il 23 marzo del 1933 votarono in Parlamento l’assegnazione dei “pieni poteri” a Hitler. Ma anche The Economist è costretto a ricordare, con una blanda autocritica, altri tragici fallimenti morali (non politici) dei liberali, come il convinto sostegno del settimanale alla “… misguided invasion of Iraq” (which this newpaper supported at the time).

(Poi ci sono i fallimenti analitici, che nel “manifesto” sono richiamati, ma questa è un’altra storia.)

Die Zeit all’inizio del 1995 proponeva una riflessione, The Economist alla fine del 2018 presenta un “manifesto”. Sono prospettive diverse, ma entrambe mostrano l’irreparabile ambiguità che il termine “liberale” ha assunto da molto tempo oramai. Da quanto tempo? Sin dalle origini, a seguire la ricostruzione che The Economist propone nel suo “manifesto”, legittimata dal fatto che questo settimanale è stato per 175 anni consapevolmente dalla parte del “liberalismo”, cambiando però continuamente idea – per sua stessa ammissione – su molti dei suoi contenuti.

Si può considerare il tema dell’immigrazione, tra i tanti. Con consapevole candore The Economist scrive: “… liberal attitudes to immigration have changed. Liberalism came of age in a Europe of nation steeped in barely questioned racism.” (p. 45). E, coerentemente con i tempi, su The Economist si scriveva, allora, all’inizio del secolo scorso (1904): “[we] do not want to see the already overgrown population swollen by ‘undesirable aliens’.” (p. 45). Poi l’attitudine è cambiata e si era (neo-)liberali se si riconosceva il diritto di ogni individuo a muoversi nello spazio senza alcuna restrizione. Ma ora? Ora bisogna riconoscere che “Totally open borders are rarely if ever politically feasible.” E, quindi, “In the short run, liberals risk undermining the cause of free movement if they push beyond the bounds of pragmatism.

Non è più tempo di astratti ideali, ma di pragmatismo (democratico) – sostiene The Economist.  Ovvio, piuttosto che quello degli individui a The Economist interessa il “libero movimento delle merci (e servizi)” – e non bisogna metterlo a rischio. Tutto qui il rinnovamento del liberalismo?

Da questa prospettiva, a ben vedere e lasciando da parte esagerazioni retoriche e approssimazioni che appartengono alla cultura italiana, le politiche sull’immigrazione che propone la Lega sarebbero politiche liberali. Su questo tema la Lega sembra essere in linea con il pensiero liberale più avanzato. Paradossi del liberalismo.