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Nuovi viaggi, altri racconti

Milano non ha un ‘contado’ – come ho sentito dire. Ha un ‘hinterland’, che è un’altra cosa. Milano è il centro di una ‘area metropolitana’ – e di una regione metropolitana – che è emersa come sistema integrato attraverso i processi di urbanizzazione iniziati negli anni Cinquanta. Ma, mentre diventava il punto focale di un’area metropolitana, si è platealmente disinteressata a dare un ordine e un senso alla morfologia fisica e alla morfologia sociale del suo hinterland. Introducendo specifiche normative, lo Stato italiano ha provato più volte, dal 1990 fino ad anni recenti, a spingere le grandi città italiane ad assumersi la responsabilità dei propri hinterland. Senza alcun esito. Più di ogni altra città europea, Milano ha trattato il suo hinterland come una colonia.  Ogni tanto, le colonie si ribellano – e la Lega in Lombardia ha raccolto il 43, 3% per cento dei consensi elettorali. I colonizzatori, a Milano, si sentono sicuri e orgogliosi del 36% raggiunto dal Partito democratico. Arriverà altro capitale finanziario dai mercati globali a rafforzare le mura, nulla da temere da questo assedio. Nulla da temere?

Agli intellettuali progressisti italiani piace molto usare la categoria di ‘paese’. Leggo che i ‘paesi’ si sono ribellati alle loro città – così si spiegherebbe la vittoria della Lega. Da quando Guido Piovene scrisse Viaggio in Italia (1957), Pier Paolo Pasolini La lunga spiaggia di sabbia (1959) e Guido Ceronetti, più di recente, Albergo Italia (1985) il territorio italiano è profondamente cambiato. Lo devi tornare a raccontare, con parole nuove. Molti ‘paesi’ si sono uniti di fatto a formare ‘sistemi locali’, entrando in una traiettoria di industrializzazione che li ha messi al centro di dinamiche politiche, culturali ed economiche; molti altri sono diventati frammenti degli hinterland delle grandi città. Non è l’originaria marginalità culturale o economica a segnarli, oggi, bensì la de-industrializzazione conseguente alla globalizzazione: li sta rendendo ‘superflui’, finisce l’illusione di mantenere il benessere che avevano raggiunto. La terziarizzazione non li riguarda, perché nel capitalismo contemporaneo il terziario avanzato – le ‘nuove economie’ – ha la tendenza a concentrarsi nelle città. L’opposto della manifattura, che si diffondeva. A fini analitici non è la categoria ‘paese’ che puoi usare. Sono i sistemi territoriali intercomunali il livello al quale prende forma la crisi sociale – e le scelte elettorali. Le comunità locali sentono sgretolarsi la base economica, e non vedono alternative. Sono comunità locali moderne tanto quanto quelle delle città (dopo la rivoluzione digitale, poi), e hanno capito benissimo di essere diventate obsolete come le fabbriche che chiudono. Sanno di aver bisogno di aiuto.

L’Italia si trova in una crisi territoriale profonda, ma ciò sembra sfuggire alla comprensione dell’élite politica e intellettuale progressista. Il modello di sviluppo territoriale che è stato per alcuni decenni la sua forza – venerato ma non manutenuto – deve affrontare una transizione difficilissima: non vi sono meccanismi che possano contrastare la polarizzazione territoriale delle nuove economie o fermare la de-industrializzazione. Solo le politiche potrebbero farlo, l’affermarsi di un nuovo paradigma. Sarebbe sufficiente riflettere sul ‘decreto periferie’ del Governo Gentiloni, sulle azioni finanziate con il “Programma operativo città metropolitane” per rendersi conto, però, che la Sinistra ha perso il contatto con la realtà delle dinamiche territoriali. Non c’è nulla in queste scelte politiche recenti che dimostri la consapevolezza della natura e intensità dei disequilibri che si sono accumulati negli hinterland delle grandi città e nei sistemi urbani minori. Che dimostri la consapevolezza di che cosa sta accadendo.

Un tempo si stava ad ascoltare chi ritornava da un viaggio, chi raccontava quello che aveva visto; ora, chi trascorre le sue giornate su un’amaca a ‘produrre parole a mezzo di parole’. Non è difficile spiegare la crisi della Sinistra italiana.