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Venezia e i suoi limiti

Le ‘grandi navi’ che transitano per il Canale della Giudecca – il traghetto che mi portava alle Zattere qualche giorno fa è scivolato accanto al rimorchiatore che la teneva in linea da poppa – sono fuori scala visivamente, sono fuori scala rispetto all’ecosistema della Laguna di Venezia che del loro transito subisce gli effetti negativi, sono fuori scala rispetto alla capacità di controllo della navigazione stessa nel canale. Sono fuori scala anche rispetto alla capacità politica della comunità locale, che non riesce a decidere se vietare il transito. Venezia è un compendio della crisi ambientale del nostro tempo: si ostina a non declinare il tema del limite, si ostina a non considerare il rapporto tra la scala dei processi e la struttura dei sistemi fisici e naturali. Non c’è nessuna altra città europea che sia così vicina al ‘punto di rottura’ come Venezia e che, allo stesso tempo, mostri tanta inconsapevolezza dei limiti della crescita: limiti che in questo caso sono i limiti della scala dei processi di fruizione della città fisica e dell’uso dell’ecosistema che ne permette l’esistenza.

Se non ci fosse stata un’enorme riduzione dei residenti nella città storica l’attuale flusso turistico non sarebbe stato possibile. Via via che i residenti e le attività connesse alla residenza diminuiscono, si aprono nuovi spazi all’ospitalità turistica. Aumenta il numero dei piani terra resi abitabili, trasformati in ‘camere con cucina’, un tempo laboratori e magazzini. Aumentano gli edifici vuoti da riutilizzare, per ospitare processi legati al turismo: come di recente il Fondaco dei Tedeschi trasformato in un centro commerciale, l’ex mulino Stucky trasformato in albergo. Si costruiscono altri alberghi, si amplia la ricettività (potenzialmente ‘infinita’) di Mestre come base della fruizione della città storica – di alcune parti di essa.

C’è però un limite fisico al numero di persone e di chioschi che possono stare simultaneamente in Piazza San Marco, al numero di persone che, per unità di tempo, può transitare per il Ponte degli Scalzi. al numero di corriere e auto che può contenere Piazzale Roma e così via. Sono tutte cose note, evidenti. Fenomeni estremi di congestione si sono già verificati. Rispetto al tema dei limiti alla crescita dei processi sociali (turistici, in questo caso), la questione del transito delle ‘grandi navi’ non merita il tempo che a essa stiamo dedicando: non devono entrare. La prima decisione da prendere per mostrare la consapevolezza dei limiti della crescita è vietare il loro ingresso in Laguna. Ci saranno vincoli ben più complessi da porre alla scala della fruizione turistica di Venezia di cui discutere molto presto.

Un aspetto paradossale della vicenda di Venezia – qui si manifesta in forma estrema una contraddizione che accomuna le più grandi città d’arte italiane – consiste nel fallimento del modello economico. Al sovra-utilizzo turistico che porta la città verso il collasso, non corrisponde un flusso di risorse economiche – pubbliche e private – per la manutenzione della città fisica e della città sociale. Si sono ridotte alcune parti della città a luna park, si è portato l’uso della città fisica e dell’ecosistema della laguna a una scala insostenibile per avere una città fisica mal ridotta, una città sociale in agonia, un’esperienza di fruizione comunque svilita. Questo sarebbe il valore che in Italia riusciamo ad estrarre da ciò che consideriamo un ‘impareggiabile patrimonio storico-artistico’?