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La Grande Torino

Nel loro libro dedicato al declino di Torino, A. Bagnasco, G. Berta e A. Pichierri [1] non si interrogano sulle responsabilità politiche di chi ha governato Torino – e sugli errori che le amministrazioni ‘di sinistra’ devono avere commesso e che hanno condotto alla ‘inaudita’ vittoria del M5S. E non riescono a rispondere alla domanda che si erano posti: “Chi ha fermato Torino?”.

Walter Tocci in un recente libro sul declino di Roma [2] descrive il partito che ha ottenuto una schiacciante (e altrettanto ‘inaudita’) vittoria alle ultime elezioni locali con un’espressione che non mi sento di trascrivere in questo post. Ma non si chiede come abbia fatto a vincere le elezioni un partito che definisce in un modo tanto sprezzante. Quanto devono aver governato male la precedente amministrazione ‘di sinistra’ e tutte le precedenti amministrazioni ‘di sinistra’ visto l’esito delle ultime elezioni?

Gli intellettuali e analisti ‘di sinistra’ non hanno niente da dire neanche di Napoli – la più disastrata tra le grandi metropoli europee. Possono solo contemplare il disastro di essersi affidati da venti anni alla retorica del leader, che credevano di aver trovato. Non hanno nulla da dire neanche di Milano, una città che si propone per quello che non è, che si crede forte e poi mendica ‘grandi eventi’ per puntellare la sua economia – e dopo l’EXPO chiede senza imbarazzo, ottenendole, le Olimpiadi invernali. Un altro evento per nascondere il suo mercato del lavoro da Paese sotto-sviluppato per precarietà dei contratti, livello dei compensi, esercizi di potere sui luoghi del lavoro – e per la sua economia appesa al capitale finanziario internazionale.

Tra pochi mesi si vota in tutte e quattro le maggiori città italiane, ma le coalizioni che hanno vinto le ultime elezioni comunali sono in disfacimento. In questi anni non hanno neanche provato a governare la traiettoria evolutiva delle loro città. Come potevano farlo? Avrebbero dovuto governare le metropoli delle quali i comuni di Torino, Milano, Roma e Napoli sono soltanto una parte, certo importante ma comunque una parte. Non lo hanno fatto – ma neanche le amministrazioni che si sono alternate negli ultimi trenta anni lo hanno fatto. Non hanno capito che cosa avrebbero dovuto fare, non l’hanno voluto fare, non sapevano farlo? Comunque ora sono tutte in declino, senza una strategia, senza un progetto politico con il quale entrare nella competizione elettorale.

Poi, sull’edizione digitale de “La Stampa” del 29 dicembre compare un articolo di Paolo Verri con un titolo che mi sorprende: “La vera sfida è riuscire a trasformarsi nella Grande Torino…”. Certo, è una sfida – ma non nuova: sono trascorsi trenta anni da quando l’Italia ha introdotto una normativa per istituzionalizzare le metropoli che si erano formate per coalescenza territoriale, per realizare la Grande Torino, la Grande Milano… senza che sia stato fatto un solo passo avanti. Negli anni Ottanta, per auto-organizzazione, Torino, Milano, Roma e Napoli, integrandosi con i loro hinterland, erano diventate delle metropoli. E come metropoli avrebbero dovuto essere governate. Lo si era capito, lo si è poi dimenticato.

Il progetto politico della Grande Torino ricompare oggi sulle pagine de “La Stampa” e sembra un miracolo. A pochi mesi dalle elezioni, però, quando non c’è più tempo per realizzarlo – né a Torino, né a Milano, né a Roma, né a Napoli.

(Per quanto tempo l’Italia pensa di resistere lasciando le sue metropoli senza un governo?)

[1] Arnaldo Bagnasco, Giuseppe Berta e Angelo Pichierri, Chi ha fermato Torino? Una metafora per l’Italia (Torino: Einaudi, 2020).

[2] Walter Tocci, Roma come se. Alla ricerca del futuro per la capitale (Roma: Donzelli, 2020).