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Mini-Bot (continua)

Un dizionario per capire cosa sia un “buono ordinario del tesoro” (Bot) e una grammatica per ripassare le regole sulla ‘prefissazione’ è tutto ciò che serve per giungere alla conclusione che un ‘mini-bot’ è il nome che puoi dare a un tipo di Bot. Dunque, per le caratteristiche che ha, il titolo di credito che il Governo ha proposto per pagare i suoi debiti commerciali pregressi verso i fornitori non appartiene alla categoria ‘buoni ordinari del tesoro’ bensì a quella di ‘moneta cartacea’. Gli ‘economisti’ della Lega e del M5S sapevano benissimo che stavano proponendo di emettere ‘moneta cartacea’. E non credo che pensassero di poter trarre in inganno la Commissione europea – qualsiasi laureato in economia non ha bisogno di aprire né un dizionario né una grammatica per considerare improprio il termine scelto.

Nel corso della loro storia, gli Stati nazionali hanno sempre emesso (creato, se si preferisce) ‘moneta cartacea’ – e altre forme di moneta – quando lo ritenevano necessario o utile. Il fatto è, però, che entrando nell’area monetaria europea e scegliendo l’Euro come moneta nazionale l’Italia (come tutti gli altri Stati che hanno aderito all’Euro) si è impegnata a non farlo più. Ciò che è ‘sconsiderato’ nella proposta dei ‘mini-bot’ è l’idea che si possa unilateralmente decidere di non rispettare il contratto sottoscritto.

L’Italia ha ceduto volontariamente la sovranità monetaria e se vuole tornare ad averla in modo esclusivo deve uscire dall’Euro. Ma l’Italia non può farlo per mille e altre ragioni – e lo sanno benissimo anche gli ‘economisti’ della Lega e del M5S. Con proposte inammissibili come questa dei ‘mini-bot’ provano soltanto a tenere alta la tensione politica con l’Unione europea, a intorbidare il dibattito pubblico.

Per saldare i debiti della Pubblica Amministrazione lo Stato italiano dovrebbe emettere (veri) Bot. Aumenterebbe il suo debito pubblico – comunque di un ammontare irrilevante. Lo dovrebbe fare nel rispetto del contratto sottoscritto con gli altri Paesi europei. E nel rispetto del lessico e della sintassi della lingua italiana, che è il bene più prezioso in una democrazia.