Categoria: Scelte collettive

Nuove retoriche, nuove illusioni

Se vai al Governo in un paese con 20 milioni di cittadini in “disagio economico” e 5 milioni in “povertà assoluta” come puoi non porti il problema di cosa fare? Se vai al Governo ereditando un dis-equilibrio così profondo, che è alle origini del tuo successo elettorale, come puoi evitare di provare a ridurlo? Non puoi farlo in una democrazia, dove vota – ti ha votato – anche chi è in “disagio economico” o è “povero”.

Non puoi farlo perché non si tratta di uno stato di cose transitorio. L’economia italiana non è in grado di riassorbire attraverso i meccanismi di mercato il dis-equilibrio nel breve e medio periodo; i tassi di crescita del reddito sono bassi da anni e non ci sono ragioni per ipotizzare un loro incremento sufficiente a ridurre il dis-equilibrio. E non puoi neanche dire che “non ci sono le risorse per farlo”: l’Italia ha un reddito pro-capite medio tra i più elevati al mondo.

Le azioni annunciate dal Governo per ridurre il disagio economico (e la povertà) possono essere ritenute inefficaci, inique, controproducenti. Ma non si può mettere in discussione l’obiettivo se non da una prospettiva ideologica diversa da quella di questo Governo. Le critiche radicali che si ascoltano in questi giorni quasi mai distinguono tra il valore dell’obiettivo e l’efficacia dei mezzi scelti per perseguirlo. Distinzione necessaria: ciò che potrebbe essere sbagliato e criticabile in questa vicenda sono soltanto i mezzi scelti per perseguire un obiettivo che è la democrazia ad importi (se non l’etica, ammesso che non siano la stessa cosa). Come farlo, però, è tutta un’altra storia. E se fosse così semplice – come crede il Governo, come ha creduto anche il Governo precedente – il problema sarebbe già stato risolto.

L’obiettivo di ridurre il disagio sociale se l’era posto anche il Governo precedente, credendo di riuscirci nel modo previsto dal paradigma neo-liberista: attraverso una maggiore flessibilità del mercato del lavoro, cambiando le regole che ne determinano il funzionamento. Con il job act – e con qualche altra misura aggiuntiva senza logica e senza ragioni, ad esempio gli “80 euro”. Come il Partito Democratico sia giunto a credere a questa illusione, consegnandosi al paradigma neo-liberista, lascia ancora increduli. Hanno creduto che disoccupazione e bassi tassi di attività fossero in Italia la conseguenza di un mal funzionamento del mercato del lavoro, senza dubitare, neanche quando l’evidenza suggeriva il contrario.  Difficile capire l’ostinazione con la quale hanno continuato a difendere il modello di mercato del lavoro che avevano determinato con la loro riforma, anche quando i risultati immaginati non si vedevano.

In questi anni ha aleggiato in Italia un’altra retorica, oltre a quella del “mercato del lavoro perfetto”: un incremento del disavanzo pubblico si finanzia via l’incremento del reddito determinato dal disavanzo stesso e il conseguente aumento delle entrate fiscali. Che da anni il disavanzo pubblico come soluzione sia il cavallo di battaglia politico di una parte della sinistra italiana si sa; incapace di andare oltre un’interpretazione scolastica del pensiero di Keynes, si aggrappa a un’illusione; ma lì è solo un gioco identitario, appunto. Tanto per dire, perché sai che non ti sarà ma chiesto di governare.

Dire, come dice questo Governo dai balconi, che un disavanzo al 2,4% del Prodotto Interno Lordo sposti verso l’alto la traiettoria di crescita significa usare l’economia come la usano i neo-liberisti: come una tecnica retorica, non come un sapere che ti aiuta a decidere. Danno i numeri, credo con l’aiuto di economisti che danno i numeri per professione o per metterli su qualche social media e sentirsi scienziati. Anche lasciando da parte gli ostacoli che un debito pubblico molto elevato pone a una politica di espansione del disavanzo – e ostacoli ne pone, anche fosse il debito pubblico solo un pretesto per speculazioni politicamente orientate –, si tratta di un’interpretazione che non ha fondamento. L’aumento del disavanzo del bilancio pubblico annunciato non avrà alcun effetto sulla traiettoria di crescita di medio-lungo periodo dell’economia italiana (la cui debolezza dipende da ben altri fattori). Farà aumentare un po’ i consumi, forse. Ma un tempo si provava a calcolarli questi effetti, non a proclamarli.

Bisognerebbe lasciargliela fare questa “manovra” al Governo. Non determinerà una variazione del debito pubblico così rilevante. E questo famoso Mercato, se fosse intelligente come dicono – se fosse il Dio onnisciente che ci dicono – lo saprebbe. E anche la Commissione Europea lo dovrebbe capire – se il suo unico obiettivo non fosse decostruire il progetto europeo. E così, forse, ci liberiamo di un’altra illusione. E magari si può iniziare a costruire un nuovo paradigma di politiche pubbliche.

Però, che pena vedere usare l’economia in questo modo. Non è cambiato nulla.

 

Altri mondi

Giancarlo Giorgetti – sottosegretario alla Presidenza del Consiglio e figura chiave della Lega e del Governo (così leggo e non ho ragioni per dubitare) – rilascia in agosto a “Il Corriere della Sera” un’intervista che mostra il bandolo di una matassa preziosa. A tirarlo, questo bandolo, si dipanerebbe una storia di straordinario interesse sul neo-capitalismo italiano – ma nascerebbe anche un progetto politico affascinante. Non credo, però, che dopo averlo mostrato qualcuno al Governo tirerà questo bandolo. La Lega nella sua storia non ha mai mostrato il minimo interesse politico per i temi che Giorgetti solleva in questa intervista. Enon li ha mai usati nelle competizioni politiche. E nessun altro partito o pseudo-partito l’ha fatto.

Ecco il bandolo della matassa: “I beni veri dello Stato (…) sono le concessioni: quanto prende lo Stato dall’acqua minerale che compriamo a 2 euro a bottiglia? Quanto dal metano sotto terra o dalle concessioni televisive? Quanto dall’etere in cui viaggia il segnale dei telefonini? Io credo che lo Stato debba fare periodiche valutazioni. E poi, scegliere per il meglio.»

Bandolo che l’intervistato comincia a tirare: “Penso al petrolio bianco delle Alpi. In Valtellina le concessioni idroelettriche sono scadute. L’idea del pubblico non è indecente. Noi vorremmo che ci fosse un ritorno alle popolazioni di quei territori, che hanno fornito risorse e acqua. Ma non c’è una decisione: bisogna discuterne. Senza escludere nemmeno una gestione diretta.”

Si richiama spesso la scomparsa delle categorie politiche “destra” e “sinistra” – credo di aver letto che lo stesso Giorgetti non crede a queste distinzioni. In effetti, la prospettiva sulle “risorse comuni” – pubbliche o collettive – che l’intervista delinea sarebbe stata considerata “di sinistra” fino a qualche tempo fa. Sinistra moderata: se Berlino decide per la gestione diretta del suo acquedotto, ad esempio, in Germania non si pensa che si stia mettendo in discussione l’economia di mercato (o il capitalismo).

L’intervista di Giorgetti assume un significato  più profondo sul piano politico se la si legge alla luce delle modalità di gestione delle concessioni di uso delle acque minerali in Italia, la risorsa comune più semplice da gestire. Sì, perché qualche mese fa il Ministero del Tesoro ha pubblicato un rapporto (una sorta di “libro bianco”) sulle concessioni per lo sfruttamento delle acque minerali che lascia sbalorditi. Lo Stato non ricava quasi nulla da queste concessioni in proporzione ai ricavi dei concessionari, sempre privati. Le decide, inoltre, in modo bizzarro.

Chiunque abbia presente quanto sia semplice organizzare la produzione dell’acqua minerale – imbottigliamento, trasporto, controlli della qualità della risorsa e poco altro – stenta a capire perché l’uso di questa risorsa preziosa sia stata organizzata dallo Stato italiano nel modo descritto dal Ministero del Tesoro. Per la quantità di acqua minerale che pagano un euro le società private ottengono ricavi per circa 190 euro: i miracoli del neo-capitalismo (italiano), una versione speciale di neo-capitalismo di sinistra.

Sarà anche vero che “destra” e “sinistra” sono categorie superate, ma il rapporto del Ministero del Tesoro arriva alla fine di cinque anni di governo della (sedicente) “sinistra”. E solleva due questioni, molto diverse. La prima è che un governo di sinistra (sedicente, mi permetto di insistere) la questione politica della gestione delle risorse comuni non se l’è neanche posta: regime privatistico, punto. La seconda è che lo stato italiano ha mostrato di non essere in grado di definire un contratto di concessione equo neanche per la categoria di risorse pubbliche per la quale è più facile farlo: le acque minerali, appunto. (E l’opposizione parlamentare al Governo di sinistra – ad esempio, la Lega – non ha mai sollevato critiche in questi anni ai contratti di concessione sulle risorse comuni  – infrastrutture fisiche, risorse artificiali o risorse naturali). Chissà che contratti avrà fatto lo Stato italiano per le risorse comuni per le quali è molto, molto più difficile definire i termini contrattuali della concessione.

Un autorevole politico italiano della Lega, Matteo Salvini, ha recentemente affermato che la lettura del libro di Alberto Bagnai Il tramonto dell’Euro gli ha aperto un mondo. Una distopia, credo, ma tant’è. Consola comunque sapere che cercano ispirazione nei libri.  Giancarlo Giorgetti, ora, solleva la questione della gestione delle risorse comuni in Italia, propone altri modelli e un atteggiamento pragmatico. Forse si è ispirato a Governare i beni collettivi di Elinor Ostrom. Un libro certo capace di aprire altri mondi alla politica italiana – a chi è ora al Governo. Mondi migliori di quello presente.

Imbarazzanti previsioni

Il conflitto tra il Presidente dell’Inps, Tito Boeri, e il Governo, Luigi Di Maio in particolare, dovrebbe essere giudicato come imbarazzante, per i modi e il contenuto. All’origine della crisi italiana credo vi sia un ritardo culturale prima che politico: un’ipotesi che questa vicenda non smentisce. In Italia ci sono persone che hanno comportamenti e fanno affermazioni che sarebbero considerati inconcepibili per il loro ruolo sociale (e professionale) in altri paesi, in altre culture.

Che un Ministro minacci il Presidente dell’Inps con un’affermazione come “Non ti permettere di farlo un’altra volta” e che il Presidente dell’Inps creda di poter dire di un Ministro che “ha perso contatto con la crosta terrestre” lascia sbalorditi. I toni da “commedia all’italiana” del conflitto tra Governo e Inps sono, però, solo una parte di questa storia. Nascondono una crisi culturale più profonda.

Ho già detto in un post precedente quanto rivelatore sia dello stato del dibattito pubblico che un economista del rango di Boeri definisca “negazionismo” la messa in discussione delle sue previsioni sugli effetti del “Decreto dignità”. Ma c’è dell’altro, molto altro. Quando fu varato il “jobs act”, l’Inps ha fatto previsioni sull’aumento dei “posti di lavoro” che quel cambiamento normativo avrebbe determinato? Ha messo in campo il suo modello? Perché non ha fatto o, almeno, non ha reso pubbliche in qualche forma le previsioni sugli effetti occupazionali della riforma del mercato del lavoro italiano del “Governo Renzi”, se le ha fatte?

La stessa domanda la si può porre alla “compagnia dei liberisti uniti”: chi di loro è intervenuto nel dibattito pubblico con una quantificazione degli effetti sull’occupazione del “jobs act”? Nessuno, credo. Per i liberisti e neo-liberisti di ogni colore le riforme pro-mercato che propongono hanno effetti netti positivi per definizione. (La teoria economica, appunto).

La scelta dell’Inps di formulare questa volta previsioni ha avuto esiti imbarazzanti per tutti i neo-liberisti (di sinistra e di destra) che hanno sostenuto il “jobs act”. Se si rendesse il mercato del lavoro meno flessibile – l’obiettivo del “Decreto dignità” del Governo –, gli effetti negativi sull’occupazione sarebbero irrisorii (questa è l’implicazione delle previsioni dell’Inps). Quindi, nella forma in cui è stato approvato, il “jobs act” è stato una decisione gratuita: precarizzando in quella misura il lavoro ha creato sofferenza senza ragione, poiché ha fatto aumentare l’occupazione di un niente.

L’uso delle previsioni dell’Inp è stato, comunque, surreale. Di Maio non le gradisce affatto, ma non si accorge che avrebbe potuto usarle a sostegno della sua riforma. Mentre il Partito Democratico, che il “jobs act” aveva introdotto, prende le difese di Boeri e non si accorge che le previsioni dell’Inps sugli effetti occupazionali del “Decreto dignità” demoliscono le ragioni con le quali il “jobs act” stesso era stato giustificato.

L’economia – come altre scienze sociali – è nata come presidio di democrazia (certo, chi si ricorda più come e quando è nata – visto, poi, come oggi la si insegna?). L’uso ideologico dell’economia – gli economisti ne sono i maggiori responsabili – non è senza conseguenze in una democrazia. Mina la razionalità politica delle scelte, anche quando si tratta di scelte che hanno effetti economici che sono effetti collaterali – e, certamente, non i più importanti da considerare nella decisione finale. E non consola che molto spesso l’uso ideologico dell’economia si ritorce contro chi lo fa (perché in una democrazia, poi, votano tutti).

I numeri degli economisti

I numeri non si lasciano intimidire”, afferma – almeno così leggo sui quotidiani – Tito Boeri, Presidente dell’Inps. Confesso che non sono riuscito a dare un significato a questa frase. Poi ho letto che ha definito “negazionismo” la contestazione dei numeri che l’Inps ha dato sugli effetti occupazionali della riforma del mercato del lavoro proposta con decreto-legge dal Governo. Questa, invece, mi è parsa un’affermazione eloquente. Racconta quasi tutto dell’uso dell’economia (come scienza) degli economisti neo-liberisti. Soprattutto di quelli di sinistra, che del marxismo l’unica cosa che non rifiutano è l’ingenuo positivismo ottocentesco.

I numeri che l’Inps ha dato – gli oramai famosi “8.000 posti di lavoro” in meno il primo anno (poi non si sa) come effetto della riforma – sono una previsione. Sono numeri generati da un modello (da un modello che discende da una teoria). Mettere in discussione la validità del modello che ha generato i numeri che misurano l’impatto (ipotetico) significa essere scienziati non negazionisti! Nella comunità scientifica ogni ipotesi è, appunto, un’ipotesi e può essere falsa. Ma gli economisti neo-liberisti – soprattutto quelli di sinistra – scambiano le loro tautologie per scienza: i numeri che i loro modelli generano sono verità conclamate. Non si può neanche provare a metterli in discussione.

E questo è solo l’inizio di una storia che lascia senza parole. Perché c’è un secondo salto logico – che avrebbe dovuto notare chi i numeri dell’Inps ha contestato, ovvero il Governo o i Ministeri coinvolti. Se si introduce la riforma per rendere più stabili le relazioni di lavoro, il punto non è soffermarsi sui “posti di lavoro” che si perderebbero (pochissimi, peraltro, prendendo per attendibili le stime dell’Inps). Il punto è comparare i costi sociali (perdita presunta dei “posti di lavoro”) con i benefici sociali (aumento presunto della stabilità delle relazioni lavorative). Non capisco perché il Governo non abbia avanzato delle previsioni sugli effetti diretti della riforma, sulla maggiore stabilità delle relazioni di lavoro che determinerebbe.

Nel mondo reale (gli economisti ortodossi vivono in un altro mondo) ci sono sempre costi e benefici sociali da comparare per valutare un intervento pubblico – e, per definizione, la valutazione è politica (per quanto vincolata da ciò che siamo riusciti a capire degli effetti dell’intervento che di volta in volta si intende realizzare). Il Governo e i Ministri competenti avrebbero dovuto usare i numeri dell’Inps nel modo opposto a come l’hanno fatto: sottolineando che la riforma avrebbe determinato significativi effetti positivi sulla stabilità delle relazioni di lavoro, a fronte di trascurabili effetti negativi sull’occupazione (come, appunto, certificato dall’Inps). Questa è una riforma che si difende evidenziando i benefici sociali e non contestando i costi occupazionali. Ma il Governo lo sforzo di valutare empiricamente gli effetti positivi di questa riforma l’ha fatto?

(Nel frattempo, parlando di “posti di lavoro”, l’Inps aveva introdotto un altro elemento di confusione. Perché, se l’Inps – come credo – nella sua nota definiva i “posti di lavoro” come li definisce l’Istat, si sarebbe trattato veramente di poche ore di lavoro quelle che si sarebbero perse. E non sarebbe neppure valsa la pena parlarne. E il Presidente dell’Inps, invece di prendere un atteggiamento da lesa maestà – e parlare di “negazionismo” (sic) –, avrebbe dovuto semplicemente far notare che la questione dell’impatto sull’occupazione della riforma, sulla base del modello che avevano utilizzato, era irrilevante.)

Nella mia frequentazione di alcuni anni che ho avuto dei fisici del Gran Sasso Science Institute ho capito una cosa importante: la disponibilità – e capacità – che i fisici hanno a spiegare nel linguaggio ordinario i loro complessi modelli. Non si fanno pregare, hanno piacere a farlo, hanno imparato a farlo e i loro racconti hanno ravvivato molte delle nostre introverse serate a L’Aquila. Gli economisti no, non lo fanno. I modelli di effetti delle politiche pubbliche non li mostrano mai (un tempo, almeno, qualcosa del modello macro-economico la Banca d’Italia te lo mostrava). Non li spiegano, non li raccontano (qualche volta ho avuto l’impressione che non li sappiano spiegare e raccontare nel linguaggio ordinario perché non sanno come funzionano). Sanno però renderli inaccessibili. Ad esempio: c’è qualcuno tra i lettori di questo post che abbia la più vaga notizia del modello con cui un folto numero di economisti spiegava perché si dovesse votare “sì” al referendum sul cambiamento della costituzione italiana? Dicono che esistesse ma chi ha avuto la fortuna solo di avvistarlo? Per tornare al tema del post: che modello hanno utilizzato all’Inps per fare questi controversi calcoli? Perché non ci fate capire la logica, la struttura del modello che avete utilizzato?

All’origine di questa confusione c’è stata una fretta che non era necessaria. Non era necessario fare un decreto-legge in una materia come questa. Non ha alcun senso farlo quando si modificano norme che regolano il comportamento degli agenti, di individui e organizzazioni – che, per loro natura, hanno effetti nel tempo. Norme che devi poi ridiscutere quando in Parlamento converti il decreto-legge in legge. Il Governo poteva prendersi qualche settimana, permettere un dibattito pubblico, argomentare a favore della riforma sulla base degli effetti diretti e non dei principi, dare più tempo all’Inps, dare più tempo a tutti, darsi più tempo.

Per quanto tempo ancora?

C’è una frase di Keynes spesso richiamata che esprime con precisione uno dei dilemmi centrali del pensiero politico dell’ultimo secolo: “Nel lungo periodo siamo tutti morti.” Con questa frase Keynes intendeva sottolineare l’inconsistenza del paradigma che conduceva a interpretare la disoccupazione qui-ora come transitoria: se lasciato a se stesso, nel lungo periodo il mercato del lavoro avrebbe raggiunto l’equilibrio, si sarebbe tornati a uno stato di piena occupazione. Per Keynes il tempo era il tempo e si chiedeva: quanto tempo per raggiungere l’equilibrio?

Per chi ha come reddito solo il proprio salario, allora come ora restare disoccupati un mese era già troppo, restarci un anno una tragedia: l’equilibrio nel lungo periodo è un ossimoro quando si parla del mercato del lavoro, perché su questo mercato si scambia la sussistenza dell’uomo, non una merce. E la sussistenza misura il tempo in giorni e non in anni, non contempla il lungo periodo. Keynes non metteva in discussione il capitalismo, ma l’astrattezza irresponsabile del paradigma liberista.

Non la pensava, certo, allo stesso modo Friedrich Hayek, propugnatore di quel modello di capitalismo che i neo-liberisti quotidianamente esaltano e che ha sedotto le élite progressiste italiane. I disoccupati restino disoccupati il tempo necessario – breve o lungo che sia questo tempo – affinché si raggiunga l’equilibrio. Ogni senso di colpa di fronte alla povertà degli altri è debolezza morale, ogni politica di mitigazione della sofferenza della disoccupazione nefasta interferenza con la (perfetta) logica del mercato.

Nei primi decenni del secondo dopoguerra, durante gli anni del “mercato sociale” (e dello “stato sociale”) – quando essere occupati significava avere un reddito e avere un reddito significava disporre almeno dei “minimi esistenziali, in parte garantiti come beni pubblici –, la disputa sulla capacità del mercato del lavoro di auto-regolarsi era di nuovo diventata una disputa astratta in Europa. Così lontani dalla piena occupazione non si era in quegli anni, così vicino ai bisogni degli individui lo Stato non era mai stato. Poi un altro modello di capitalismo si è fatto strada in Europa: il modello dei neo-liberisti. Che in Italia ha preso la forma approssimativa che sappiamo.

Keynes era un liberale e non aveva grandi obiezioni da fare al capitalismo. Ma, come chiunque non sia stato reso cieco dall’ideologia, sapeva che il capitalismo si può incarnare nella storia in tante e mutevoli forme. Socializzare una parte degli investimenti e regolare il mercato del lavoro – come proponeva – non avrebbe messo in discussione in capitalismo. Lo avrebbe soltanto reso compatibile con la democrazia, alla quale teneva – alla quale tutti teniamo.