Categoria: Mercato

Poi, i poveri votano

Ricevo puntualmente la newsletter di uno dei più prestigiosi centri di ricerca indipendenti italiani. Un centro della sinistra ortodossa, animato da professori universitari ed economisti. Che credono fermamente che esista fuori dal tempo e dallo spazio qualcosa chiamato “teoria economica”.

La newsletter arriva con un messaggio email che contiene dei brevi sommari. E a un certo punto leggo: “’…[l’]ultimo rapporto Ocse certifica la necessità di un impianto impositivo a chiara vocazione redistributiva visto che la disuguaglianza risulta dannosa per la crescita di lungo periodo ”. Sono righe che ho trovato straordinarie nella loro capacità di rivelare le radici della crisi della Sinistra italiana. In quel “visto che” precipita il naufragio politico delle élite progressiste italiane – e del partito che le rappresenta.

La disuguaglianza la dobbiamo combattere, quindi, perché – così ci dice la “teoria economica”, in questo caso declinata da un modello dell’OCSE (immancabili modelli econometrici, protagonisti del dibattito politico in Italia come in nessun altro paese democratico) – riduce lo sviluppo economico nel lungo periodo (riduce la “crescita” non lo “sviluppo” nel modello, ma non sottilizziamo). Il più importante centro di ricerca economica indipendente italiano non viene sfiorato dall’idea che ci potrebbero essere ragioni etiche e non ragioni economiche all’origine delle politiche che mitigano la disuguaglianza. Siamo sempre lì, agli economisti di sinistra che invocano la teoria economica – e i modelli che da essa derivano – per giustificare il loro Sì alla riforma costituzionale e il loro No alle critiche alla Banca d’Italia nella sfera della vigilanza bancaria.

Ancor più imbarazzante di questo scientismo ottocentesco è la sottovalutazione della povertà – sottovalutazione intenzionale, che permette di disquisire sulla disuguaglianza come se la disuguaglianza fosse il dis-equilibrio più importante. Sottovalutazione irrazionale se si considera lo stato delle cose in Italia. Sul tema della disuguaglianza in un’economia capitalistica – per parlarne senza mettere in discussione il capitalismo – aveva già detto tutto ciò che c’era da dire John Rawls alcuni decenni fa (Una teoria della giustizia, 1971). Ma agli economisti di sinistra italiani anche il neo-utilitarismo di Rawls – non solo il liberalismo di Keynes – appare troppo audace, troppo rischioso per il buon funzionamento del mercato. Benché la prospettiva di Rawls, in una società come quella italiana che nel 2016 aveva circa il 30% della popolazione a rischio povertà o di esclusione sociale, sia poi inapplicabile. Perché non puoi parlare di disuguaglianza ai poveri: a loro devi parlare di povertà.

La Caritas lo documenta da anni – ma la sua voce potevi fare finta di non sentirla. Ora è l’Istat, però, che documenta quale livello abbia raggiunto la povertà, la deprivazione, l’incertezza economica in Italia: poco meno di 20 milioni di persone. Un dato che, se non fossimo tutti preda di un incantesimo che ha soffocato i nostri sentimenti oltre che il nostro pensiero, dopo averlo ritualmente definito “drammatico”, dovrebbe spingere a chiederci: come si vive, in questo stato? Quali sono le conseguenze sulla vita delle famiglie che si trovano in questo stato? Che accadrà nei prossimi anni?

Discutere di “disuguaglianza ottimale” (rispetto alla crescita!), “uguali condizioni di partenza”, “ascensori sociali” e argomenti simili di fronte a una povertà così diffusa è immorale. Ma anche politicamente irrazionale. Le élite progressiste – e il Partito Democratico nel quale si ritrovano – devono abitare un altro mondo se non hanno capito l’importanza del tema delle conseguenze politiche della povertà in una democrazia. Perché poi i poveri votano.

Poveri che quando sono andati a votare, qualche mese fa, avevano una storia di povertà alle spalle e poche speranze. E niente da perdere, nel breve periodo – che è il tempo della vita.

Il liberismo è di destra

1.

Nel 2007 Alberto Alesina e Francesco Giavazzi, due noti economisti italiani che scrivono regolarmente editoriali per “Il Corriere della Sera”, pubblicarono un libro con un titolo paradossale: Il liberismo è di sinistra (Milano: Il Saggiatore). Fu tempestivamente recensito su “Il Corriere della Sera” stesso da Dario Di Vico, un autorevole giornalista, il quale si spinse a parlarne come di “un libro che animerà la stagione politica”. Scrissi una lunga recensione al libro per dimostrare che non aveva alcun fondamento teorico, empirico o etico.

La recensione uscì su “Lo Straniero”, una rivista di sinistra, e passò del tutto inosservata. Quasi dieci anni dopo – anni difficili per la società italiana – e via via che si avvicinava la fine dell’ultima legislatura, segnata dall’egemonia politica e culturale del Partito Democratico, ho capito quanto mi fossi sbagliato nel ritenere infondato il giudizio di Dario Di Vico e nel pensare che il paradigma proposto da Alesina e Giavazzi sarebbe stato giudicato come irricevibile dalla sinistra italiana. In effetti, il paradigma liberista ha conquistato la sinistra italiana.

Il Partito Democratico – un partito considerato di sinistra – ha governato l’Italia negli ultimi cinque anni. Durante questo periodo ha attuato un programma di azione liberista con convinzione e compattezza. Una convinzione così profonda da apparire irreversibile. E anche coloro che verso la fine della legislatura ne sono usciti per fondare Liberi e Uguali avevano votato tutte le misure di impianto liberista degli anni precedenti. Coerentemente, PD e LeU si sono presentati alle elezioni come partiti di sinistra, perché ritenevano che le politiche che avevano attuato fossero di sinistra. Erano giunti a credere, con Alesina e Giavazzi, che il liberismo fosse di sinistra.

(Le ragioni di questa conversione andrebbero discusse. Ma questa è un’altra storia difficile da scrivere.)

 

2.

Un partito che resta in una posizione di egemonia nel Parlamento e nel Governo per un’intera legislatura è, alla fin fine, ciò che ha fatto, le politiche che ha attuato e proposto. Non è più ciò che è stato, bensì quello che è ora. Il Partito Democratico è rimasto a lungo al Governo e gli elettori hanno avuto il tempo di inferire dalle politiche proposte e attuate il suo paradigma di riferimento. Di quelle politiche gli elettori hanno subìto gli effetti sulla propria vita e su questa base hanno formulato il loro giudizio e scelto, poi, come votare. Di giorno, i colori si distinguono – anche se non si è allenati a guardare.

Gli appartenenti all’élite progressista italiana – la nuova generazione di intellettuali organici (al Partito Democratico) – hanno avuto la tranquillità e le risorse per discutere, riflettere e, infine, giungere a credere – predicandolo – che il liberismo fosse di sinistra. Sentendosi persino fini intellettuali per l’arditezza dei loro ragionamenti. Ma non hanno convinto nessuno, ad eccezione della classe dirigente del Partito Democratico. Le persone comuni – chiamatele “popolo”, se volete – amano quanto i filosofi la filosofia, ma hanno la qualità della loro vita quotidiana come metro di giudizio. E hanno saputo assegnare il colore giusto alle politiche del governo.

Verità vuole che si può essere orgogliosamente liberisti in una democrazia. Verità vuole, tuttavia, che il liberismo sia di destra e che un partito di governo che attua politiche liberiste sia un partito di destra. Agli occhi degli elettori, PD e LeU sono andati alle elezioni con un inequivocabile profilo, costruito lungo tutto l’arco della legislatura. E non è stato difficile non votarli per chi crede nei valori della sinistra.

Per quanto tempo ancora?

C’è una frase di Keynes spesso richiamata che esprime con precisione uno dei dilemmi centrali del pensiero politico dell’ultimo secolo: “Nel lungo periodo siamo tutti morti.” Con questa frase Keynes intendeva sottolineare l’inconsistenza del paradigma che conduceva a interpretare la disoccupazione qui-ora come transitoria: se lasciato a se stesso, nel lungo periodo il mercato del lavoro avrebbe raggiunto l’equilibrio, si sarebbe tornati a uno stato di piena occupazione. Per Keynes il tempo era il tempo e si chiedeva: quanto tempo per raggiungere l’equilibrio?

Per chi ha come reddito solo il proprio salario, allora come ora restare disoccupati un mese era già troppo, restarci un anno una tragedia: l’equilibrio nel lungo periodo è un ossimoro quando si parla del mercato del lavoro, perché su questo mercato si scambia la sussistenza dell’uomo, non una merce. E la sussistenza misura il tempo in giorni e non in anni, non contempla il lungo periodo. Keynes non metteva in discussione il capitalismo, ma l’astrattezza irresponsabile del paradigma liberista.

Non la pensava, certo, allo stesso modo Friedrich Hayek, propugnatore di quel modello di capitalismo che i neo-liberisti quotidianamente esaltano e che ha sedotto le élite progressiste italiane. I disoccupati restino disoccupati il tempo necessario – breve o lungo che sia questo tempo – affinché si raggiunga l’equilibrio. Ogni senso di colpa di fronte alla povertà degli altri è debolezza morale, ogni politica di mitigazione della sofferenza della disoccupazione nefasta interferenza con la (perfetta) logica del mercato.

Nei primi decenni del secondo dopoguerra, durante gli anni del “mercato sociale” (e dello “stato sociale”) – quando essere occupati significava avere un reddito e avere un reddito significava disporre almeno dei “minimi esistenziali, in parte garantiti come beni pubblici –, la disputa sulla capacità del mercato del lavoro di auto-regolarsi era di nuovo diventata una disputa astratta in Europa. Così lontani dalla piena occupazione non si era in quegli anni, così vicino ai bisogni degli individui lo Stato non era mai stato. Poi un altro modello di capitalismo si è fatto strada in Europa: il modello dei neo-liberisti. Che in Italia ha preso la forma approssimativa che sappiamo.

Keynes era un liberale e non aveva grandi obiezioni da fare al capitalismo. Ma, come chiunque non sia stato reso cieco dall’ideologia, sapeva che il capitalismo si può incarnare nella storia in tante e mutevoli forme. Socializzare una parte degli investimenti e regolare il mercato del lavoro – come proponeva – non avrebbe messo in discussione in capitalismo. Lo avrebbe soltanto reso compatibile con la democrazia, alla quale teneva – alla quale tutti teniamo.

Disperazioni urbane

[pubblicato tra i “Post scritti dai lettori” su “Il Fatto Quotidiano” del 22 febbraio 2018]

Non c’è nulla da imparare da questa storia della delocalizzazione dell’Embraco, di alcune centinaia di posti di lavori che scompaiono a Chieri (Torino) e ricompaiono in Slovacchia. Sono tutte uguali queste storie, sono tante, si ripetono continuamente. Di alcune sappiamo, di molte altre no. Del tutto inutile stupirsi o chiedersi curiosi o affranti “dov’è lo Stato?”, “dov’è il Sindacato?”. Del tutto inutile guardare alla Commissione Europea, chiederle di intervenire. Del tutto inutile stupirsi, protestare, indignarsi per i lavoratori dell’Embraco.

Accusare gli Slovacchi, poi, andare a Bruxelles a “verificare” è senza ragione: perché sono in Europa come noi, perché hanno un reddito pro-capite più basso del nostro, perché hanno bisogno di posti di lavoro come tutti, perché usano i fondi strutturali come li abbiamo usati noi e gli altri. Perché stanno nel mercato unico europeo come ci stiamo noi.

Questo è il mercato europeo che abbiamo, che abbiamo costruito, che funziona con le regole fissate da noi: le abbiamo pensate, teoricamente giustificate, ideologizzate infine. Non le abbiamo accettate queste regole, bensì desiderate, volute. In Italia come in nessun altro paese in Europa. Abbiamo visto come una benedizione il capitale straniero arrivare – senza certo chiedergli della sua responsabilità sociale. (Questo capitale finanziario che arriva non-importa-da-dove è responsabile del suo rendimento nei confronti di chi lo possiede, non certo degli operai o della comunità locale.) Non c’è ragione per stupirsi, tutto previsto, prevedibile.

All’origine della disperazione dei lavoratori dell’Embraco non ci sono imprenditori cialtroni – la sfortuna di averli incontrati. All’origine c’è il Governo italiano – la successione di Governi italiani degli ultimi due decenni – che quel modello di capitalismo ha voluto senza considerarne le conseguenze indirette, senza introdurre i cambiamenti istituzionali necessari per compensarle. All’origine di questa disperazione c’è chi si è dimenticato di proteggere completamente il reddito delle famiglie di chi perdeva il lavoro per la delocalizzazione: nel mercato del lavoro meno protetto d’Europa dovevi avere il reddito più protetto d’Europa. Ma non l’hai fatto.

Queste crisi aziendali sarebbero tutt’altra cosa se gli operai sapessero che il loro reddito non è a rischio. Non dovrebbero disperarsi loro e staremmo molto meglio anche noi che li stiamo a guardare. Noi che vantaggi magari ne abbiamo dalla delocalizzazione e svantaggi nessuno, però. Questo trasferire su poche persone, costrette ad affastellarsi ai cancelli della loro fabbrica per provare a difendersi, il costo dell’aggiustamento strutturale della nostra economia non è moralmente sostenibile – e diventerà presto anche politicamente non sostenibile.

Abbiamo scelto il modello di mercato (e di capitalismo) più rozzo tra quelli che potevamo scegliere. Lo abbiamo fatto senza preoccuparci di introdurre istituzioni per compensare gli effetti indiretti peggiori. Un’ingiustizia, nient’altro. Un esercizio di potere.

 

Politiche anti-mercato (a New York City)?

Ho scritto il post “Becattini a Milano” mentre stavo preparando alcune lezioni del corso che questo semestre tengo all’Accademia di architettura. Il tema specifico era l’evoluzione del mercato delle abitazioni in affitto a New York City e la grave crisi abitativa che questa città sta attraversando. (Il tema generale del corso è la “costruzione sociale della città fisica”, i fattori che determinano la domanda di specifiche forme di capitale edilizio nella città contemporanea.)

Il punto di partenza erano due recenti architetture, la loro dimensione formale e funzionale, realizzate nel distretto del Bronx a New York City (in Boston Road e Via Verde). Due architetture che hanno attratto molta attenzione: edifici residenziali, con appartamenti da affittare a “famiglie a basso reddito”. L’obiettivo delle lezioni era identificare e discutere la costellazione di fattori sociali che avevano condotto a quelle meta-architetture, con quelle funzioni, in quel luogo della città, in quel tempo. Lasciando poi agli studenti la riflessione sulla dimensione strettamente formale degli edifici.

Avrei dovuto spiegare, con semplicità, a studenti di architettura, come funziona il mercato delle abitazioni in affitto a New York City. Come in questa città – l’unica negli Stati Uniti – l’Amministrazione abbia l’obbligo di rendere disponibile una dimora a chiunque dimostri di non averne, perché disporre di una dimora è considerato un diritto per scelta politica. E l’Amministrazione gestisce 661 dimore comunali (“municipal shelters”), che tutti i giorni dell’anno ospitano circa 61,000 persone. Un terzo di chi vi ha alloggiato di recente ha un lavoro (ma un reddito insufficiente per un alloggio), e circa il 75% è costituito da famiglie con bambini.

Avrei dovuto poi spiegare il meccanismo della “rental stabilisation”, che riguarda circa il 50% delle abitazioni disponibili per l’affitto a NYC, circa 990.000 unità (con 2,6 milioni di persone che vi vivono). Si tratta di un sistema di prezzi (affitto) amministrati introdotto nel 1969. Uno schema al quale i proprietari aderiscono volontariamente.

Avrei poi dovuto discutere della “crisi abitativa” che New York City sta attraversando, presentando le cause che spiegano l’aumento del valore potenziale del capitale edilizio nelle aree relativamente centrali della città e della progressiva diminuzione delle abitazioni ad “affitto stabilizzato”.

Avrei presentato e discusso le politiche che l’attuale Amministrazione guidata dal Sindaco Bill de Blasio sta conducendo per far fronte alla crisi abitativa. Interventi che,  attraverso incentivi, mirano a mantenere ai livelli attuali lo stock di abitazioni soggette allo schema della “rental stabilisation”. E interventi che, sempre attraverso incentivi, sostengono la costruzione di nuovi edifici concepiti per famiglie a basso reddito.

Si trattava poi di discutere dell’efficacia di queste politiche, sullo sfondo del significato che ha l’espressione “famiglie a basso reddito” a New York City. In una città nella quale il 20% della popolazione vive al di sotto della “soglia di povertà” (percentuale che è inferiore al 6% in alcuni quartieri del distretto di Staten Iland e superiore al 45% in alcuni quartieri del Bronx).

A New York City il mercato delle abitazioni in affitto è regolamentato, con una quota rilevante degli appartamenti affitati a prezzi amministrati e con incentivi agli investimenti in capitale specifico (per famiglie a basso reddito). A New York City ci sono developer privati che incorporano principi etici nella loro attività, ci sono charity che costruiscono e gestiscono complessi residenziali per migliaia di appartamenti con criteri non-di-mercato. In effetti, un mercato molto diverso da quello di cui parlano i neoliberali.

Che dire? Che direbbe un neoliberale? Che si sono succeduti al governo politici anti-mercato a NYC negli ultimi 40 anni? Che quella di Bill de Blasio (e dei Sindaci che l’hanno preceduto) è una politica socialista? Che bisognerebbe togliere i “vincoli” all’operare del mercato edilizio, come aveva proposto Hayek per la Vienna degli anni Venti? Forse ricordare che nell’ordinamento gerarchico dei bisogni dell’uomo, disporre di una dimora viene prima di tutto il resto.

I mercati reali – non quelli immaginari descritti nei libri di testo di microeconomia  – sono sempre stati regolati. I mercati non possono essere altro che regolati in una società complessa. Nel modo in cui sono regolati si manifesta il conflitto tra interessi, valori, ideologie. Le regole sono costitutive del mercato e sono un fatto politico.  Il punto è “come sono regolati”.

Nel progetto neoliberale la “de-regolazione dei mercati” non ha alcuna relazione logica – non potrebbe averla – con i mercati della “teoria economica”. Serve a modificare il funzionamento dei mercati per renderli di parte. Come sono cambiati  i mercati finanziari e i mercati del lavoro come conseguenza della de-regolazione neoliberale? Lo abbiamo visto tutti.