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Lo stato delle cose

Sarà stato anche folclore pre-elettorale percorrere via Padova, a Milano, con una bandiera italiana lunga centinaia di metri. Credo, però, che i leader di Fratelli d’Italia non sarebbero andati a manifestare in quelle forme se fossero stati consapevoli di cosa sia Milano oggi, come funzioni una città globale ai tempi del neo-capitalismo. Lo “stato delle cose” ha la sua forza e dalla sua narrazione, dalla volontà di comprenderlo, nasce il consenso – oltre che azioni efficaci. Sfoderare la bandiera italiana in via Padova equivale a declamare, come molti esponenti del Partito Democratico hanno fatto, che “l’Italia grazie a noi è ripartita”: non ti salva, sei troppo lontano dalla realtà, quella che produce i suoi effetti sulla vita delle persone.

Dove risiedono, come vivono gli immigrati extra-comunitari che a Milano sono occupati “in lavori servili”? Lavori necessari, lavori dignitosi come tutti i lavori, ma sotto-pagati e precari. Lavori che ti danno un reddito di sussistenza con il quale tieni in vita la tua rete sociale. Dove risiedono, come vivono gli italiani che a Milano sono occupati nei lavori della “società della conoscenza”, nei lavori “di nuova generazione”, nella “manifattura 4.0”, nei lavori della creatività e dell’innovazione? Lavori che più spesso di quanto si creda generano redditi bassi e incerti, che permettono piani di vita scarni e a breve – e speranze, tante, in un futuro migliore?

Quando sei a via Padova sei in un quartiere che è l’altra faccia di Milano – dove si materializza la precarietà e la multietnicità della città che vuoi globale. Sei in un quartiere di una città di un paese – l’Italia – in stagnazione economica da due decenni e senza un progetto collettivo per uscirne, con una disuguaglianza dei redditi e di ricchezza inaccettabile secondo i canoni di una democrazia, con un mercato del lavoro segnato dalla precarietà e da una drammatica sotto-occupazione, con grandi città – e Milano in particolare – con canoni di affitto insostenibili per molte classi di reddito. Se vai in via Padova, dove pensi di andare se non in un quartiere di una città italiana, come tutte, in difficoltà?

Nelle città che si globalizzano, quartieri come via Padova si formano per auto-organizzazione. I flussi immigratori nazionali e internazionali sono generati dalla dinamica economica – che a Milano è sostenuta – e incontrano quartieri che si trovano in una fase critica del loro ciclo di vita, per l’invecchiamento demografico, per la riduzione del reddito reale di chi vi risiede, per lo stato di manutenzione del capitale privato e pubblico. E si crea la mixité sociale – etnica, economica, demografica – che osservi in via Padova.

Se vai in via Padova per capire, trovi il miracolo di un equilibrio sociale, nonostante tutto. Un equilibrio che dovrebbe stupire e farti tirare, per un momento, un sospiro di sollievo. Se sai guardare vedi, infatti, un equilibrio molto precario. Con una popolazione extra-comunitaria che si avvicina al 30%, con redditi dei residenti italiani che certo non aumenteranno nel prossimo decennio, con un mercato del lavoro che continuerà a generare precarietà e sottooccupazione, con l’invecchiamento di una parte della popolazione, con la manutenzione del capitale fisico che sarà sempre più difficile fare, con il decoro degli spazi pubblici che diminuirà, via Padova è un’area a rischio. Se vai in via Padova, oggi, ci devi andare per chiederti in che direzione sta evolvendo il quartiere. Per immaginare un progetto collettivo di regolazione della sua traiettoria.

Forse il principale messaggio di queste elezioni è che le narrazioni false, la distorsione dello “stato delle cose” nella società italiana, le retoriche dell’ottimismo senza fondamento hanno fatto il loro tempo. Una valutazione consapevole dei disequilibri sociali e ambientali, l’esplorazione collettiva della loro gerarchia di importanza e una conseguente allocazione delle risorse è ciò di cui abbiamo capito di aver bisogno.

“L’Italia segua Milano, altrimenti …”

1.

Torino – e non solo Torino – ha pagato un prezzo agli obiettivi nazionali quando, al culmine della sua accelerata fase di crescita economica, il sistema di incentivi che spingeva le imprese manifatturiere a investire nel Mezzogiorno iniziò a produrre i suoi effetti. Senza quegli incentivi, la sua traiettoria di crescita sarebbe stata più sostenuta o avrebbe continuato più a lungo. Ma Torino si sentiva in Italia.

All’interno di uno stato nazionale a regime capitalistico le città (e le regioni) sono, per definizione, in competizione. Permettendo (e anche facilitando) la mobilità degli individui e dei capitali finanziari gli stati nazionali mettono in competizione i territori ma, allo stesso tempo, si adoperano per regolare e moderare le disparità che la competizione territoriale genera. E nella regolazione della competizione territoriale, che certo caratterizza i paesi europei (e il “progetto europeo”), risiede una delle fonti più importanti di legittimazione morale e politica degli stati nazionali stessi. Che cosa ha fatto la Germania dopo la Riunificazione se non promuovere la coesione territoriale? Che cosa ha fatto – tra molti irrisolti conflitti, però – l’Unione Europea se non promuovere l’agenda territoriale?

Poi siamo entrati nell’era del neoliberismo – con la sua retorica, la sua scolastica, la sua immoralità – e la competizione territoriale ha smesso di essere un carattere di un’economia capitalistica nazionale che provava a contenerne, a mitigarne gli effetti. Ed è diventata la chiave dello sviluppo urbano e territoriale. Un’interpretazione che è pura ideologia, niente altro.

2.

A Milano sono in molti a credere in questa ideologia. Certamente, ci credono il suo Sindaco e chi governa oggi la città. Leggo sulla prima pagina del “Corriere della Sera” (24 gennaio 2018), come sintesi di un’intervista al sindaco Giuseppe Sala condotta da Giangiacomo Schiavi, la seguente, decisa affermazione: “… o l’Italia segue Milano, o Milano andrà per la sua strada.”. E poi: “E se non ci seguiranno faremo da soli.

Quale sarebbe questa strada, ciò che Milano farebbe lo si chiarisce subito dopo: “Se l’Italia non ci segue Milano dovrà rivolgersi all’Europa”. Affermazione subito dopo resa ancora più chiara: in assenza di risposte “[Milano] si rivolgerebbe direttamente all’Europa e alle sue risorse, rafforzerebbe la diplomazia estera…”.

A dire il vero, per accedere ai fondi europei le grandi città italiane dispongono già di una specifica linea di finanziamento: il cosiddetto PON Metro, una delle grandi novità dei Fondi Strutturali 2015-2020. Anche Milano, quindi – che potrà mostrare di essere la città più virtuosa per qualità e quantità di investimenti che realizzerà con le risorse europee disponibili. Non occorre che il suo Sindaco minacci (impossibili) negoziazioni dirette con la Commissione Europea – ignorando Regione e Governo – e improbabili mosse diplomatiche dalle pagine del “Corriere”.

Ma ecco che nell’intervista arriva il messaggio politico, che è la ragione dell’intervista. Dopo l’innocua e maldestra minaccia, arriva la richiesta – concreta e sgradevole: “Se Milano è una punta avanzata e conosciuta sulla scena internazionale, bisogna dare alla città e al suo territorio gli strumenti e gli investimenti per una nuova responsabilità.” In altre parole, più chiare: Milano vuole una legge speciale che ridefinisca a suo favore “strumenti di regolazione e risorse finanziarie”. Dopo “Roma Capitale” dovremmo avere una “Milano Capitale”.

3.

In questa richiesta – nei contenuti e nel suo stile – c’è tutto il nostro tempo.

Milano – sostiene la sua élite politica e accademica e dichiara il suo Sindaco – è in grado di attrarre (e molti ne avrebbe già attratti) ingenti flussi di capitale finanziario dall’estero grazie alla sua qualità urbana, alla sua efficienza amministrativa, al suo capitale umano (e grazie alla sua diplomazia che questi caratteri sa rappresentare nello spazio globale). Inoltre, grazie alla sua capacità di innovazione economica e sociale ha un valore aggiunto per addetto elevato e, quindi, un sovrappiù elevato come nessun’altra città italiana. Perché tutto questo non dovrebbe bastare ad assicurare un futuro radioso alla città? Perché Milano chiede uno statuto speciale e risorse finanziarie aggiuntive? Mi sarei aspettato che, in questa fase della storia economica del nostro Paese, Milano fosse pronta a dare e non a chiedere alla società italiana – come Torino e non solo Torino negli anni ottanta.

4.

Qualcosa dice di voler dare: “Milano […] riconosce tra i suoi doveri quello di mettere a servizio del paese il suo modello.” Milano mette a disposizione dell’Italia il suo modello (il “modello Milano”) e dice di farlo per dovere. In verità, chiede qualcosa in cambio: nuovi strumenti di azione e risorse finanziarie. Una proposta di transazione che lascia sconcertati, però: il “modello Milano” (se esistesse, peraltro!) sarebbe, per definizione, una risorsa comune – come lo sono tutte le “buone pratiche” – e le risorse comuni non hanno prezzo, sono utilizzabili liberamente.

Mah, Milano è una continua sorpresa. Difficile reggere il passo.