Categoria: Città italiane

Milano, Roma e le altre

In un articolo pubblicato sul “Corriere della Sera” (11 giugno 2018, Cronaca di Milano, p. 5) il Sindaco di Milano Giuseppe Sala chiede al Governo italiano di “rispettare i patti” – e i patti, immagino stabiliti con il Governo precedente, dicono di un impegno a dare al Comune di Milano un miliardo di euro per completare l’ampliamento della metropolitana. Come interpretare questa esortazione a rispettare i patti? Credo sia un altro segno del fallimento politico della sinistra italiana (al governo di Milano e dell’Italia quando il patto è stato fatto). Credo, però, dica anche molto del fallimento politico dell’Italia intera (il Sindaco Sala promette di ricordare “gli interessi del Nord” al nuovo Governo, che immagina sensibile al tema).

La richiesta del Sindaco di Milano – e non è la prima volta che per la sua città reclama (e ottiene) un privilegio – è speculare a quella del Sindaco di Roma Virginia Raggi che dal Governo, che crede “amico”, si aspetta alcuni miliardi di euro per ridurre il gigantesco debito della città. Ma con quali motivazioni Milano e Roma – le città con le economie più grandi del Paese – chiedono ingenti risorse alla collettività nazionale? Nessuna motivazione, perché non ne hanno.

L’economia di Milano – del Comune e della sua area metropolitana – è notevolmente più grande di quella delle altre città italiane. In termini pro-capite Milano è tra le città più ricche d’Europa. In un paese – l’Italia –, in cui il 30% circa della popolazione è in stato di grave disagio economico, la città più ricca, che ogni giorno sul “Corriere della Sera” celebra il suo profilo globale e il suo grande potenziale economico e i suoi successi (il “modello Milano”), chiede un miliardo alla società nazionale. Difficile comprendere perché. L’ampliamento della sua metropolitana Milano lo dovrebbe realizzare con le proprie risorse, utilizzando il suo grande sovrappiù urbano. Ci sono molti esempi in Europa di città ricche che orientano le risorse private e utilizzano le risorse pubbliche per adeguare le loro infrastrutture – senza chiedere nulla agli altri sistemi territoriali (in Italia tutti molto meno ricchi e molti drammaticamente più poveri).

L’economia di Roma – del Comune e della sua area metropolitana – è molto grande. In termini pro-capite, Roma è ugualmente una città ricca (anche se molto meno di Milano). Ha poi un’economia stabile, come tutte le economie delle capitali europee (è un grande vantaggio economico essere una capitale: hai una base economica salda e forte per la grande presenza di funzioni politico-amministrative). Roma ha, inoltre, un flusso turistico imponente e costante – un’altra componente della base economica che molte città vorrebbero avere. Come ha fatto ad accumulare tutto questo debito? La società locale – la civitas romana – deve essere messa difronte alle sue responsabilità politiche: non ha nessun diritto di chiedere alla collettività nazionale risorse per alleviare il suo enorme debito. Dovrebbe usare il suo sovrappiù e lentamente ripagarlo.

Sfugge nel discorso pubblico quanto grandi siano le economie di Roma e Milano. Un’indicazione preliminare la fornisce la Figura 1, basata sui dati appena pubblicati dall’Istat [1]. Per ciascuno dei 15 comuni italiani più grandi in termini di popolazione nella Figura 1 si compara la dimensione relativa [2] (rispetto a Milano) del settore privato dell’economia. I dati per comune sono espressi in percentuale rispetto al dato di Milano. Milano e Roma hanno la stessa dimensione del settore privato dell’economia. Poi, a grande distanza, ci sono le altre città. La dimensione del settore privato dell’economia di Torino non è neppure il 30% di quella di Milano, quella di Messina poco più del 2%. Chi governa queste città non ha certo lo stesso ammontare di sovrappiù privato da orientare. Il miliardo che Milano chiede per la sua metropolitana equivale alla dimensione del settore privato dell’economia di Messina. Sfugge nel discorso pubblico quanto importante sarebbe per lo sviluppo economico nazionale che Milano e Roma utilizzassero in modo appropriato il loro potenziale di sviluppo economico – senza chiedere risorse ai territori che questo potenziale non hanno.

L’EXPO si sarebbe dovuto organizzarlo a Napoli – certo non a Milano. E Milano avrebbe dovuto lasciare a Torino il ruolo di guida nella promozione dell’editoria. E non dovrebbe neppure candidarsi a ospitare i giochi invernali. E Roma dovrebbe ricordarsi dei grandi vantaggi dell’essere una capitale – e guardare a Berlino o Madrid per capire come si usano questi vantaggi. Ma la competizione territoriale è il nuovo paradigma – per tutti, sembra. E i più forti alzano la voce. E gli esiti li vedi, nella sfera economica e morale (e politica).

Figura 1 –  La “forza relativa” del settore privato dell’economia

 

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[1 ] Vedi Istat, Risultati economici delle imprese a livello territoriale, Roma 13 giugno 2018.”

[2] Si tratta del “valore aggiunto” della manifattura e dei servizi privati (esclusi quelli finanziari) e senza considerare l’agricoltura.

Dalle disuguaglianze territoriali al populismo?

Leggere la recente inchiesta che “L’Espresso” ha dedicato alle disuguaglianze territoriali – dal titolo tanto evocativo quanto sbagliato “L’economia della conoscenza sta uccidendo la nostra provincia” – ti porta al cuore della crisi italiana: nel discorso pubblico abbiamo perso il bandolo della matassa.

Diversamente da quanto si legge nell’articolo il declino di molti sistemi locali che ha condotto a ciò che oggi chiamiamo “aree interne” non c’entra con l’emergere dell’economia della conoscenza. Alla fine degli anni Ottanta, la polarizzazione territoriale – in tutte le regioni – era già un fatto. In Italia l’industrializzazione è stata diffusa e, allo stesso tempo, polarizzata. Ha coinvolto molti sistemi locali ma, certo, non tutti. Il modo in cui l’industrializzazione si è territorializzata ha generato le “aree interne” – alcuni decenni prima che emergesse l’economia della conoscenza.

Diversamente da quanto si afferma nell’articolo, non c’è una relazione causale diretta in Italia tra grado di sviluppo territoriale e comportamenti elettorali. Non so dire se il suo pensiero sia stato semplificato dalla redazione de “L’Espresso”, ma l’economista della London School of Economics si sbaglia quando afferma che in “…Italia le cose vanno nello stesso modo, le aree dimenticate hanno votato Cinque Stelle e Lega.” La prima città nella quale il M5S ha vinto le elezioni è stata Parma, una delle città medie – come Reggio Emilia, Modena, Bergamo e molte altre – del “Miracolo economico italiano”. Torino e Roma – dove ha di nuovo vinto il M5S – non sono “aree dimenticate”. E, certamente, non lo è neppure Livorno, dove ha recentemente vinto il M5S. La Lega, poi, governa da anni la Lombardia e il Veneto – regioni tra le più ricche d’Italia (e d’Europa). Ha governato il Piemonte e ora governa il Friuli Venezia Giulia – regioni né dimenticate né povere.

Diversamente da quanto si sostiene nell’articolo, domandarsi per l’Italia “… se davvero sia possibile ridurre le disuguaglianze fra città e provincia” non ha senso. Sono trent’anni almeno che queste categorie sono considerate inservibili per analizzare il territorio italiano. Inoltre, contrappore la Val Maira o la Val Trompia – “aree povere” – alle città – “aree ricche” – non conduce a nulla. La prima drammatica disuguaglianza territoriale in Italia – e non solo in Italia – è quella tra le città (ridefinite nei loro confini come “aree urbane funzionali”). La grande e crescente distanza, secondo le rilevazioni OCSE, tra il reddito pro-capite dell’area urbana funzionale di Milano – una delle più “ricche” d’Europa – e il reddito pro-capite delle aree urbane funzionali di Bari, Palermo, Catania e Napoli – tra le più “povere” d’Europa – è un dato di fatto. E in questi quattro sistemi tra i più poveri d’Europa vivono circa sei milioni di individui.

Diversamente da quanto si assume nell’articolo misurare il benessere delle aree interne con lo stesso parametro – reddito pro-capite – con il quale si misura il benessere nelle città è sbagliato. Basterebbe considerare l’enorme differenza nei costi di transazione (costi di trasporto, ad esempio), nella configurazione dei diritti di proprietà sulle abitazioni, nel livello dei prezzi dei beni di base e così via per rendersi conto che è una comparazione che non si può fare. E, infatti, diversamente da quanto si argomenta nell’articolo, la Strategia Nazionale per le aree interne ha un altro impianto. La Strategia parte dall’osservazione degli enormi costi sociali del declino delle aree interne in termini di mancato uso del capitale territoriale e in termini di costi ambientali. Anche qui, tutta un’altra storia da quella che si racconta nell’articolo.

Diversamente da quanto si afferma nell’articolo, l’economia della conoscenza ha aperto la strada a strategie di sviluppo locale in grado, se fossero perseguite, di condurre a una maggiore giustizia territoriale. L’aumento delle disuguaglianze territoriali non è la conseguenza dell’emergere dell’economia della conoscenza. Dipende, invece, dalla consapevole scelta del “paradigma della competizione territoriale” da parte dell’Unione Europea e degli Stati nazionali che ne fanno parte – un paradigma che ha messo le città più forti per ragioni geografiche, economiche o politiche in condizioni di straordinario vantaggio.

Non c’è l’emergere dell’economia della conoscenza all’origine della crescente disuguaglianza territoriale in Italia, bensì l’adesione – annunciata, discussa, approvata (nessun inganno!) a livello europeo – al paradigma della competizione territoriale. Una delle manifestazioni più coerenti nella sfera delle politiche pubbliche dell’ideologia neo-liberista.

 

 

Lo stato delle cose

Sarà stato anche folclore pre-elettorale percorrere via Padova, a Milano, con una bandiera italiana lunga centinaia di metri. Credo, però, che i leader di Fratelli d’Italia non sarebbero andati a manifestare in quelle forme se fossero stati consapevoli di cosa sia Milano oggi, come funzioni una città globale ai tempi del neo-capitalismo. Lo “stato delle cose” ha la sua forza e dalla sua narrazione, dalla volontà di comprenderlo, nasce il consenso – oltre che azioni efficaci. Sfoderare la bandiera italiana in via Padova equivale a declamare, come molti esponenti del Partito Democratico hanno fatto, che “l’Italia grazie a noi è ripartita”: non ti salva, sei troppo lontano dalla realtà, quella che produce i suoi effetti sulla vita delle persone.

Dove risiedono, come vivono gli immigrati extra-comunitari che a Milano sono occupati “in lavori servili”? Lavori necessari, lavori dignitosi come tutti i lavori, ma sotto-pagati e precari. Lavori che ti danno un reddito di sussistenza con il quale tieni in vita la tua rete sociale. Dove risiedono, come vivono gli italiani che a Milano sono occupati nei lavori della “società della conoscenza”, nei lavori “di nuova generazione”, nella “manifattura 4.0”, nei lavori della creatività e dell’innovazione? Lavori che più spesso di quanto si creda generano redditi bassi e incerti, che permettono piani di vita scarni e a breve – e speranze, tante, in un futuro migliore?

Quando sei a via Padova sei in un quartiere che è l’altra faccia di Milano – dove si materializza la precarietà e la multietnicità della città che vuoi globale. Sei in un quartiere di una città di un paese – l’Italia – in stagnazione economica da due decenni e senza un progetto collettivo per uscirne, con una disuguaglianza dei redditi e di ricchezza inaccettabile secondo i canoni di una democrazia, con un mercato del lavoro segnato dalla precarietà e da una drammatica sotto-occupazione, con grandi città – e Milano in particolare – con canoni di affitto insostenibili per molte classi di reddito. Se vai in via Padova, dove pensi di andare se non in un quartiere di una città italiana, come tutte, in difficoltà?

Nelle città che si globalizzano, quartieri come via Padova si formano per auto-organizzazione. I flussi immigratori nazionali e internazionali sono generati dalla dinamica economica – che a Milano è sostenuta – e incontrano quartieri che si trovano in una fase critica del loro ciclo di vita, per l’invecchiamento demografico, per la riduzione del reddito reale di chi vi risiede, per lo stato di manutenzione del capitale privato e pubblico. E si crea la mixité sociale – etnica, economica, demografica – che osservi in via Padova.

Se vai in via Padova per capire, trovi il miracolo di un equilibrio sociale, nonostante tutto. Un equilibrio che dovrebbe stupire e farti tirare, per un momento, un sospiro di sollievo. Se sai guardare vedi, infatti, un equilibrio molto precario. Con una popolazione extra-comunitaria che si avvicina al 30%, con redditi dei residenti italiani che certo non aumenteranno nel prossimo decennio, con un mercato del lavoro che continuerà a generare precarietà e sottooccupazione, con l’invecchiamento di una parte della popolazione, con la manutenzione del capitale fisico che sarà sempre più difficile fare, con il decoro degli spazi pubblici che diminuirà, via Padova è un’area a rischio. Se vai in via Padova, oggi, ci devi andare per chiederti in che direzione sta evolvendo il quartiere. Per immaginare un progetto collettivo di regolazione della sua traiettoria.

Forse il principale messaggio di queste elezioni è che le narrazioni false, la distorsione dello “stato delle cose” nella società italiana, le retoriche dell’ottimismo senza fondamento hanno fatto il loro tempo. Una valutazione consapevole dei disequilibri sociali e ambientali, l’esplorazione collettiva della loro gerarchia di importanza e una conseguente allocazione delle risorse è ciò di cui abbiamo capito di aver bisogno.

Disperazioni urbane

[pubblicato tra i “Post scritti dai lettori” su “Il Fatto Quotidiano” del 22 febbraio 2018]

Non c’è nulla da imparare da questa storia della delocalizzazione dell’Embraco, di alcune centinaia di posti di lavori che scompaiono a Chieri (Torino) e ricompaiono in Slovacchia. Sono tutte uguali queste storie, sono tante, si ripetono continuamente. Di alcune sappiamo, di molte altre no. Del tutto inutile stupirsi o chiedersi curiosi o affranti “dov’è lo Stato?”, “dov’è il Sindacato?”. Del tutto inutile guardare alla Commissione Europea, chiederle di intervenire. Del tutto inutile stupirsi, protestare, indignarsi per i lavoratori dell’Embraco.

Accusare gli Slovacchi, poi, andare a Bruxelles a “verificare” è senza ragione: perché sono in Europa come noi, perché hanno un reddito pro-capite più basso del nostro, perché hanno bisogno di posti di lavoro come tutti, perché usano i fondi strutturali come li abbiamo usati noi e gli altri. Perché stanno nel mercato unico europeo come ci stiamo noi.

Questo è il mercato europeo che abbiamo, che abbiamo costruito, che funziona con le regole fissate da noi: le abbiamo pensate, teoricamente giustificate, ideologizzate infine. Non le abbiamo accettate queste regole, bensì desiderate, volute. In Italia come in nessun altro paese in Europa. Abbiamo visto come una benedizione il capitale straniero arrivare – senza certo chiedergli della sua responsabilità sociale. (Questo capitale finanziario che arriva non-importa-da-dove è responsabile del suo rendimento nei confronti di chi lo possiede, non certo degli operai o della comunità locale.) Non c’è ragione per stupirsi, tutto previsto, prevedibile.

All’origine della disperazione dei lavoratori dell’Embraco non ci sono imprenditori cialtroni – la sfortuna di averli incontrati. All’origine c’è il Governo italiano – la successione di Governi italiani degli ultimi due decenni – che quel modello di capitalismo ha voluto senza considerarne le conseguenze indirette, senza introdurre i cambiamenti istituzionali necessari per compensarle. All’origine di questa disperazione c’è chi si è dimenticato di proteggere completamente il reddito delle famiglie di chi perdeva il lavoro per la delocalizzazione: nel mercato del lavoro meno protetto d’Europa dovevi avere il reddito più protetto d’Europa. Ma non l’hai fatto.

Queste crisi aziendali sarebbero tutt’altra cosa se gli operai sapessero che il loro reddito non è a rischio. Non dovrebbero disperarsi loro e staremmo molto meglio anche noi che li stiamo a guardare. Noi che vantaggi magari ne abbiamo dalla delocalizzazione e svantaggi nessuno, però. Questo trasferire su poche persone, costrette ad affastellarsi ai cancelli della loro fabbrica per provare a difendersi, il costo dell’aggiustamento strutturale della nostra economia non è moralmente sostenibile – e diventerà presto anche politicamente non sostenibile.

Abbiamo scelto il modello di mercato (e di capitalismo) più rozzo tra quelli che potevamo scegliere. Lo abbiamo fatto senza preoccuparci di introdurre istituzioni per compensare gli effetti indiretti peggiori. Un’ingiustizia, nient’altro. Un esercizio di potere.

 

Torino: altre narrazioni

Credo che i reportage abbiano uno status scientifico (quando sono, effettivamente, reportage). Costruiscono evidenza empirica che si può utilizzare nei processi di corroborazione di ipotesi interpretative. Contribuiscono a identificare le condizioni iniziali di un sistema. Suggeriscono domande di ricerca.

Il loro valore dipende dalla reputazione del giornalista, così come il valore delle “descrizioni dense” (Clifford Geertz) dell’antropologia dipende dalla reputazione dell’antropologo. Prima che l’indagine venga ripetuta.

Fabrizio Gatti pubblica ora sul portale del settimanale L’Espresso un reportage sullo stato delle periferie a Torino che mette profondamente in discussione le consolatorie retoriche sulla recente traiettoria di sviluppo di Torino. Di fatto, propone un paradigma interpretativo diverso per descrivere lo stato delle cose nella città. Ho espresso negli anni recenti – nel mio blog e in incontri pubblici – molte critiche alla narrazione convenzionale delle dinamiche sociali ed economiche di Torino. Forse non si poteva fare di più negli ultimi dieci anni, e le mie critiche non erano un giudizio politico ma una riflessione sulle inconsistenze interpretative delle dinamiche socio-economiche della città.

È ora il reportage di Fabrizio Gatti a mettere sul tavolo l’evidenza empirica che avevamo dimenticato.