Categoria: Capitalismi

Progetti urbani e crisi bancarie

“Il Corriere della Sera” pubblica oggi (14.11.2017) a firma di Fiorenza Sarzanini un articolo “sui destinatari dei finanziamenti mai restituiti” alla Popolare di Vicenza – una delle banche entrate in crisi. Fa impressione constatare quanti siano i crediti in sofferenza o inesigibili nel settore immobiliare: perché le banche hanno finanziato così tanti progetti edilizi che si sono poi rivelati fallimentari?

Simone Umbuen – in un commento a un mio precedente post – mi invitava a riflettere sul fatto che le crisi bancarie italiane di questi anni hanno cause ben più ampie della mancata vigilanza da parte di Banca d’Italia e Consob. Ha certamente ragione. Nei miei post non ho cercato di spiegare le crisi bancarie. Mi sono soffermato sul metodo con il quale stiamo discutendo di questo tema. Non ho provato a delineare una spiegazione perché sullo sfondo di superficialità, incompetenza e uso politico dei fatti e pseudo-fatti voci singole non si sentono. Si dovrebbero muovere gli attori organizzati – e gli attori istituzionali. Che ora lo stanno facendo. Tardi, comunque

Il suggerimento di Simone Umbuen, però, lo si può seguire cercando di rispondere alla domanda richiamata sopra: “Perché le banche hanno finanziato così tanti progetti edilizi rivelatisi fallimentari?”

Chi studia la città contemporanea sa del ruolo centrale che hanno assunto i progetti di trasformazione ed espansione urbana nello sviluppo spaziale e nelle strategie di sviluppo economico delle città. Su come questi progetti sono – o dovrebbero essere – narrati e valutati ex-ante ed ex-post da chi governa la città tengo un corso introduttivo all’Accademia di architettura di Mendrisio. Negli esercizi di analisi fatti con gli studenti ci imbattiamo continuamente in “retoriche della giustificazione sociale dei progetti” che sembrano alimentarsi a miraggi, a ipotesi fantasiose, scenari inverosimili. Sono progetti in tutta evidenza destinati a fallire.

Prima di cadere sotto lo sguardo degli ispettori della Banca d’Italia questi progetti sono passati indenni sotto gli sguardi di molti altri attori. Certamente delle banche che hanno concesso i finanziamenti, le quali, ora scopriamo, non si sono preoccupate delle garanzie, ma neanche di riflettere sulla sostenibilità finanziaria dei progetti che stavano finanziando.

La realizzazione di progetti di espansione e trasformazione urbana sono sempre azioni condizionate a decisioni pubbliche: chi governa la città deve autorizzarle. Ma che valutazioni hanno condotto, ci si può chiedere? Non è certo indifferente per la città che i progetti autorizzati siano poi realizzati. Ed errori sono stati compiuti anche in questa fase del processo decisionale che conduce al cambiamento della città fisica. I progetti di trasformazione urbana sono anche sotto gli occhi della comunità locale, entrano nel dibattito politico e pubblico. Ed anche in questa sfera qualcosa non ha funzionato. (Chi volesse avere un’idea di come può fallire il dibattito politico e pubblico su questi temi può ripercorrere le tappe della discussione – semplicemente surreale – sulla trasformazione urbana che ha come punto focale il nuovo stadio della Roma.)

Non si può neanche evitare di allargare il discorso sulle cause alla comunità scientifica degli economisti e degli urbanisti, incapaci di consolidare nelle società locali un modello e una prassi di valutazione e analisi ex-ante ed ex-post dello sviluppo spaziale della città.

La vigilanza ha delle responsabilità quando autorizza aumenti di capitale che non dovrebbe autorizzare o non rileva gravi mancanze nelle procedure di affidamento seguite della banche. Quando non si allarma per concesioni di credito paradossali. Ha responsabilità ancora maggiori quando non si preoccupa di riflettere sull’efficacia delle regole che vincolano i processi decisionali delle banche. Ma anche chi governa la città ha delle responsabilità, quando autorizza la realizzazione di progetti in tutta evidenza insostenibili. E anche l’economia e l’urbanistica, che in Italia si tengono a distanza di sicurezza dalla valutazione dei progetti di trasformazione ed espansione delle città, hanno fatto la loro parte.

Sì, è una storia molto complicata questa delle crisi bancarie recenti, che va oltre la questione della vigilanza. Il modo (sventurato) di declinare lo sviluppo spaziale che continuiamo ad avere in Italia ha la sua (grande) parte di responsabilità. Le regole d’uso del suolo sono il grande tabù della società italiana – sulla vigilanza una commissione di inchiesta parlamentare siamo riusciti almeno a farla.

Sotto gli occhi di tutti

Uno dei più autorevoli giornalisti economici italiani, Federico Fubini, scrive sulla versione on line del più importante quotidiano italiano, “Il Corriere della Sera”, un lungo articolo – un reportage, di fatto – profondamente critico dell’attività di vigilanza della Banca d’Italia e della Consob. Il titolo non lascia spazio a interpretazioni: “Etruria, Veneto, Marche: tutti i raggiri delle banche ai risparmiatori.” E il sottotitolo ancora meno: “Il dissesto era sotto gli occhi di tutti … E rivelano i ritardi della Banca d’Italia e l’ignavia della Consob.”

L’articolo è documentato, preciso, impeccabile nell’essere costruito per essere falsificabile – ammesso che qualcuno ci riesca, ora, a falsificare le tesi che propone. Altri articoli altrettanto precisi sono apparsi nei giorni scorsi su “Il Fatto Quotidiano – anche se non così sistematici e chiari. L’evidenza che la vigilanza bancaria ha perso il controllo della gestione di molte banche – perché di evidenza si tratta – sta inoltre già facendo diventare esplosiva l’attività della Commissione di inchiesta, appena iniziata. Quello di Fubini è un articolo che segna uno spartiacque nella vicenda del dibattito sulle responsabilità delle crisi bancarie. Quello che (da cittadino) speravo è accaduto.

E adesso?

Credo che Ignazio Visco sarà costretto presto a dimettersi – e non sarà il solo. Ma non è questo il tema che mi interessa. (Dal mio punto di vista è il sistema delle regole che si deve radicalmente modificare). Quello che mi interessa è la qualità del dibattito pubblico italiano che questa vicenda mostra

Appunto: adesso cosa faranno i 46 autorevoli economisti che hanno firmato un appello nel quale affermavano di ritenere “…quantomeno infondata, sul piano fattuale e di teoria economica, l’opinione di chi cerca di attribuire ogni responsabilità alla Banca d’Italia per la mala gestione e il fallimento di alcuni istituti di credito.”? Se noi fossimo dentro un dibattito pubblico vero – quello necessario a far funzionare una democrazia liberale – i firmatari dell’appello ora replicherebbero. L’articolo di Federico Fubini – comunque un giornalista per quanto autorevole –, nella sua precisione tecnica e capacità di organizzare l’evidenza empirica, ha reso imbarazzante l’approssimazione e genericità dell’appello dei 46 scienziati. Che devono provare a falsificare l’interpretazione di Fubini; oppure, ritornare sui loro passi e modificare la loro valutazione sull’operato della Banca d’Italia.

Non lo faranno, temo, dando un altro contributo alla distruzione del dibattito pubblico italiano e della democrazia. Come hanno fatto i firmatari dell’appello a favore del sì nel referendum costituzionale – che volevano farci credere di avere un modello in grado di prevedere gli effetti economici (disastrosi, naturalmente) del No. Che non hanno neanche sentito il biusogno di un’autocritica. (Le previsioni di crescita economica sono pure migliorate: è piovuto sul bagnato…).

Le crisi bancarie hanno avuto costi sociali considerevoli, sia diretti (perdite), sia indiretti (mis-allocazione delle risorse finanzairie). Stanno anche confermando le profonde carenze della democrazia italiana, distorta da un sistema delle competenze che si presta a ideologizzare il discorso pubblico in una misura che lascia smarriti.

Una nuova narrazione per l’Europa? Sì, ma quale?

Un’importante giornalista e saggista americana – Anne Applebaum – recensisce sulle pagine della “New York Review of Books” alcuni recenti libri sul futuro dell’Unione Europea. Sulla sua crisi, in definitiva. Un breve articolo che tira le fila di libri molto diversi, e nel farlo svela la sua prospettiva ideologica piuttosto che analitica, di intellettuale liberale.

Un problema che i liberali come Anne Applebaum quando parlano dell’Unione Europea non riescono a risolvere – e neanche a impostare, per la verità – è quale posizione ha il mercato nel progetto europeo. I liberali ignorano la forza della dimensione economica, che i neoliberali invece conoscono bene. Non ne parlano, non ne sanno parlare.

Molti liberali credono che il problema è che l’Unione Europea debba diventare un attore come gli Stati Uniti: un esercito unico, una politica estera unica, una moneta unica, un potere centrale forte. Anne Applebaum crede nel “muscular liberalism” – come molti anche in Italia. Quello che garantisce con la forza i diritti politici e lascia il resto al mercato. E di cui Emmanuel Macron sarebbe l’incarnazione (ma anche Obama!). E se emergessero altri epigoni (in Polonia o in Italia?) l’Europa si salverebbe: diventerebbe finalmente un attore geo-politico.

Il “sogno europeo” era molto diverso dal “sogno americano” – e prevedeva per il mercato un ruolo limitato per quanto importante. Moneta unica europea e internazionalizzazione radicale dell’economia lo stanno facendo svanire. Il progetto che i liberali americani hanno per l’Europa è così diverso dal progetto europeo originario. In esso c’erano la coesione sociale, la coesione territoriale, la stabilità delle relazioni di lavoro, un sistema pensionistico redistributivo, la piena occupazione (e consistenti sussidi di disoccupazione), la pratica eliminazione della povertà assoluta, la sostenibilità ambientale, la sostenibilità etica delle transazioni; la crescita non era un obiettivo in sé (gli “indicatori sociali” dovevano misurare le prestazioni e certo non il “prodotto interno lordo”) e gli istituti centrali di statistica integravano i sistemi di contabilità nazionale per tenere conto dei costi ambientali del processo economico e l’uso delle risorse non-rinnovabili. L’Unione Europea non era un progetto geo-politico e non è su questo piano che deve essere oggi valutato. Era un progetto di società: un progetto di contenimento del mercato.

Poi è arrivata l’ondata neoliberale, ma i liberali non l’hanno capita nelle sue implicazioni profonde. Si sono anche dimenticati di prendere nota del fatto che il liberismo (o il laissez-faire) è nato prima della democrazia liberale e che di essa ha fatto a lungo a meno in Europa, in alcuni paesi più a lungo che in altri. E non gli è neanche necessaria. Il capitalismo costruito in questi ultimi decenni dai neoliberali (ci sono tanti capitalismi!) ha portato solo vantaggi alla borghesia intellettuale cosmopolita e liberale (ed economicamente benestante, in genere) che discetta sulle sorti dell’Europa e del mondo. Difficile guardare oltre il proprio milieu e il proprio quartiere, certo. Ma bisogna provare a farlo.

La forza dell’economia, però, non la sentono gli intellettuali liberali ma la sentono i disoccupati, i sotto-occupati, chi non ha un reddito sufficiente, chi ce l’ha appena sufficiente ma non sa per quanto ancora, chi vive in periferie senza storia e futuro, chi si trova dentro un’incertezza permanente che non può controllare. Il fatto che gli intellettuali di fede liberale stiano in un altro mondo e questa incertezza radicale non la vedano e non la sentano nella propria vita quotidiana non significa molto, li rende semplicemente irrilevanti. E lo resteranno fino a che non diranno una parola sul modello economico, sulla relazione tra economia e società, che desiderano si realizzi.

Il terreno di scontro politico in Europa, oggi, è il modello economico, la relazione tra economia e società. I liberali ignorano la questione – e pensano a un esercito comune che trasformi l’Europa in un attore che conta sulla scena globale –, i neoliberali l’hanno risolta come sappiamo. Gli squilibri sociali e ambientali, però, li vedi e li senti e nessuna nuova narrativa li renderà meno gravi.

Germania/Europa [II]

1.

Se la rigidità del Governo tedesco sul rispetto dei vincoli di bilancio dei Paesi dell’Unione Europea fosse determinata dalla “antica frugalità e moralità luterana”, ci sarebbe solo da prenderne atto e rassegnarsi, sperando che l’evoluzione culturale segua il suo (lungo) corso fino a far svanire gli effetti della riforma di Lutero… Nelle mani degli economisti, il paradigma culturalista conduce molto spesso a riflessioni prive di senso. La rigidità del Governo tedesco che è oggetto di biasimo è un “fatto politico”, e per questo stiamo qui a discutere dei suoi costi-benefici sociali – sui quali ci sono valutazioni politiche diverse.

Il fastidio che molti economisti provano per il modello di capitalismo che abbiamo imparato a chiamare “soziale Markwirtschaft” è anche quello solo ideologico. In verità, si tratta di un modello che ha una storia molto complessa e istruttiva – anche ambigua –, e riflettendoci su (seriamente) si potrebbero imparare molte cose sul presente – come lo dimostra la splendida ricostruzione condotta in Freedom with Responsability: The Social Market Economy in Germany 1918-1963 di A. J. Nicholls (Clarendon Press 1994). Ma gli economisti ortodossi (compresi i keynesiani di oggi) hanno il terrore di qualsiasi discorso sui fondamenti istituzionali del mercato (dei mercati, sarebbe meglio dire). Perché farebbe apparire risibile la scolastica – “teoria economica” – presentata come scienza nei loro libri di micro-economia.

Non sono tuttavia queste le ragioni che rendono ideologico il contributo di Ciocca. Questo è folklore economicistico – del tipo “What do most Americans want to pass along to the next generation? Freedom … But Germany is different. Of course Germans value freedom … But Germans also value something else highly – beauty ...” come recentemente suggerito da altri due importanti economisti (citati da Wolfgang Streeck, London Review of Books, 4 maggio 2017, pp. 26-28). Il limite principale del contributo di Ciocca è un altro: non ti fa capire che il “progetto europeo” non è un progetto di regolazione macro-economica.

2.

Anche il saggio di Bolaffi, però, non svolge il tema dei contenuti del progetto europeo, neppure li evoca. Nel suo testo – che sintetizza temi già sviluppati in maggiore dettaglio nel suo Cuore tedesco (Donzelli 2013) – Bolaffi spiega con cura i caratteri costitutivi, e il processo che li ha generati, della “nuova Germania”, quella nata dopo la seconda guerra mondiale. In questi anni Bolaffi ci ha insegnato a liberarci dagli inutili stereotipi proiettati sulla Germania dallo storicismo ingenuo, dal quale nascono interpretazioni approssimative e sbagliate, pre-giudizi che diventano ostacoli verso un discorso pubblico utile. Una lettura della Germania che meriterebbe molta attenzione.

In questo testo, tuttavia, non riesce a dirci che cosa è il progetto europeo. La tesi che propone – l’Unione Europea per darsi, consolidarsi e progredire abbia bisogno di un “nemico esterno” non ha significato. Questo nemico esterno fino alla caduta del muro di Berlino sarebbe stato l’Unione Sovietica – che ora non c’è più. E la conclusione del suo saggio è difficile da condividere: “E se fossero proprio le crisi più difficili e le minacce di un nemico spietato a funzionare da ‘levatrici’ di un’Europa unita?” (p. 103). (A chi alluda, con l’espressione “nemico spietato”, non l’ho comunque capito.) Il progetto europeo ha ben altre origini, si alimenta ad altre visioni, ha una storia diversa.

Il progetto europeo non ha certamente una natura geopolitica. Credo che la lettura più precisa e allo stesso tempo rivelatrice del progetto europeo – per quanto possa apparire paradossale (ma proverò a spiegarmi in uno dei prossimi post) ­– l’abbia data Jeremy Rifkin nel suo Sogno Europeo (Mondadori 2004). Nei saggi di Bolaffi e Ciocca si è perso di vista il significato dell’Unione Europea.

3.

Bolaffi apre a un tema di straordinaria importanza quando discute dell’Unione Europea con riferimento alla perdita di rilevanza della categoria “Occidente” e del 1989 come “inizio della storia” (e non come “fine della storia”). Che è poi lo stesso tema di Rifkin! Mentre il progetto europeo si consolida, fino all’inizio degli anni Novanta, il modello di capitalismo dell’Unione Europea diventa di fatto e come progetto sempre più lontano da quello degli Stati Uniti – fino a essere un’altra cosa. La caduta del Muro di Berlino dissolve la dimensione geo-politica che si sovrapponeva necessariamente alla costruzione dell’Unione Europa e parlare di Occidente – con la Germania che ri(apre) la sua interfaccia verso Est – ha iniziato a non significare più nulla. Ha veramente ragione Bolaffi quando sottolinea il carattere epocale del discorso che Angela Merkel ha tenuto il 28 maggio 2017 (“… posso solo dire che noi europei dobbiamo prendere in mano il nostro destino…” (pp. 81-82). Ecco, questa è una traccia da seguire.

È dei contenuti del progetto europeo che dobbiamo ritornare a parlare – un progetto già delineato prima dell’Euro, prima della crisi finanziaria del 2007.

Germania/Europa [I]

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Il libro che acquisto alla libreria Feltrinelli della Stazione centrale di Milano per il viaggio che mi aspetta questa volta è Germania/Europa di Angelo Bolaffi e Pierluigi Ciocca, appena uscito per i tipi della Donzelli Editori. Pochi dubbi sull’acquistarlo: Bolaffi lo leggo con piacere e molto interesse: il suo Cuore tedesco. Il modello tedesco, l’Italia e la crisi europea (Donzelli 20131, 20142) l’ho letto (riletto) e consigliato. Pierluigi Ciocca è uno dei più importanti economisti italiani – e durante l’estate avevo dedicato qualche pomeriggio ad alcuni dei saggi contenuti nel suo recente Ai confini dell’economia (Aragno, 2016).

Il libro è composto da due parti, scritte in modo autonomo ­dagli autori. E sono molto diverse nelle conclusioni, più di quanto il risvolto di copertina lasci intendere: propongono interpretazioni opposte, semplicemente inconciliabili. Ho iniziato leggendo il capitolo scritto da Pierluigi Ciocca e vi ho trovato quello che temevo. Per gli economisti convenzionali il capitalismo tedesco è un’insopportabile anomalia (gran parte della realtà è un’anomalia rispetto ai loro modelli, in verità) e quando ne parlano si perdono.

2.

Nel suo capitolo Ciocca presenta una sintetica ricostruzione della dinamica macroeconomica dell’economia della Germania dalla nascita dello Stato tedesco (richiamando una letteratura forse esagerata per un saggio così breve). Ma come molti economisti convenzionali esce dal solco per proporre spiegazioni senza significato – che Bolaffi nel suo di saggio di fatto demolisce (ma, appunto, i due autori non si sono letti a vicenda prima di dare alle stampe il libro: che andrebbe anche bene se ora si aprisse un vero dibattitto sul libro, tra gli autori e tra chi è veramente interessato alle sorti dell’Unione Europea).

Tale visione [economia sociale di mercato], per quanto debole in punto di teoria economica, venne con pragmatismo tradotta in realtà …” (p. 154), scrive Ciocca a un certo punto. La frase “… per quanto debole in punto di teoria…” rivela il mondo parallelo nel quale lavorano molti economisti. Quindi, esiste un sistema di tautologie – “teoria economica” – fuori dal tempo e dallo spazio con la quale giudicare la forza/debolezza degli ordinamenti sociali nelle loro concrete manifestazioni storiche? Mah, il solito delirio di onniscienza di molti economisti.

Scrive Bolaffi nel suo di saggio: “Pensare di poter liquidare, come molti commentatori hanno fatto, dimostrando di non possedere la più elementare conoscenza del tema, l’approccio ordoliberale ‘as an irritating German idea” e del tutto insensato.” (p. 13-14). La Germania che rinasce come economia capitalistica negli anni Cinquanta è un fatto imbarazzante per gli economisti convenzionali. Alcuni anni fa, recensendo per “Lo Straniero” uno dei libri più ideologici apparsi in Italia a memoria (Il liberismo è di sinistra, Il Saggiatore 2007), scritto da due importanti economisti (Alberto Alesina e Francesco Giavazzi), editorialisti de Il Corriere della Sera, avevo ironizzato sul loro chiamare in modo spregiativo il modello di capitalismo tedesco del secondo dopoguerra “una teoria inventata dalla Germania”. Il problema che hanno molti economisti è che quel modello sembra avere funzionato “per quanto debole in punto di teoria economica”.

3.

Pierluigi Ciocca è tra gli economisti italiani uno dei più interessati alle lezioni della ricerca storica. Nel suo saggio l’uso che fa della storia, per spiegare la rigidità della Germania nel campo della politica macroeconomica – rigidità che sarebbe all’origine della crisi del “progetto europeo” – lascia però stupefatti: “Il loro passato novecentesco pesa…”. Quindi la Germania che radicalmente si re-inventa nel secondo dopoguerra – come Bolaffi argomenta con forza in tutto il suo saggio ­– su un punto non sarebbe proprio cambiata: “I tedeschi non vogliono essere debitori.”( p. 184). (Peraltro, chi sarebbero qui i “tedeschi”: le imprese, le famiglie, i Länder, lo Stato?)

Come se questo storicismo ingenuo non bastasse, Ciocca aggiunge un altro livello di spiegazione: “Forse non vogliono [essere debitori] per la loro antica frugalità e moralità luterana: chi pecca deve espiare.” (p. 184). Ma mentre scrive questa frase Ciocca non sa che Bolaffi nel suo saggio sta ironizzando su questo paradigma interpretativo sottolineando che “…spesso si ignora clamorosamente che la Germania non è solo un paese protestante, ma anche profondamente cattolico…” (p.15) e che la cultura politica dei cattolici ha svolto un ruolo determinate nell’organizzare il progetto istituzionale tedesco.

Come Bolaffi, anche Wolfgang Streeck ha autorevolmente ironizzato (London Review of Books, vol. 39, n. 9 del 4 maggio 2017, pp. 26-28) su questa inclinazione di molti economisti verso spiegazioni culturaliste quando parlano della Germania. Economisti che non si rendono conto delle implicazioni logiche per il loro argomentare dell’adottare spiegazioni culturaliste.

[continua]