Le case editrici che ricordano con tempestive fascette pubblicitarie che Federico Caffè è stato il ‘maestro’ di Mario Draghi danno per scontato il valore dell’azione di Mario Draghi – come Presidente del Consiglio, Presidente della Banca Centrale Europea, Governatore della Banca d’Italia e così via – e ne indicano le radici nel pensiero di Federico Caffè, e suggeriscono di leggere i suoi libri. Della relazione intellettuale tra Caffè e Draghi non mi permetto di dire nulla. Ho le mie idee in proposito, ma mi piacerebbe che ne scrivessero i molti economisti italiani che sono stati allievi e colleghi di Caffè, che lo hanno frequentato e che conoscono il suo pensiero. Io l’ho solo molto letto e molto apprezzato, e qualche volta ascoltato.

Federico Caffè è scomparso nel 1987, e negli anni successivi tanto è accaduto in Italia e tanto è accaduto in Europa. Ma cosa è accaduto nella sfera dell’interpretazione e della regolazione del capitalismo? Se si avesse – se lo si potesse avere – un passo lento, chi studia economia dovrebbe dedicare il tempo che serve a leggere gli scritti di Federico Caffè, per capire – capire più che valutare o giudicare. Certo, ora la Sinistra italiana – la tecnostruttura politico-giornalista-accademica che è diventata – ritiene che il liberismo sia di sinistra. Ma per dare un significato concreto a questa conversione, ciò che Caffè ha scritto sulla politica economica italiana negli anni Settanta e Ottanta sarebbe di particolare utilità. Lo sarebbe anche se si è d’accordo con l’affermazione secondo cui “il liberismo è di sinistra”, perché almeno si capirebbe cosa significa essere d’accordo con questa interpretazione del capitalismo.

Bisogna avere un passo lento per leggere i bellissimi saggi raccolti nel 1976 da Federico Caffè sotto il titolo Un’economia in ritardo. Contributi alla critica della recente politica economica italiana (Torino: Boringhieri). Devi darti il tempo per capire cosa è accaduto da quando l’Autore scrive, nel 1971, il saggio che compare come capitolo 1 del libro, dal titolo inequivocabile: “Economia di mercato e socializzazione delle sovrastrutture finanziarie”. Echi del Keynes ‘radicale’ in questo saggio, di un liberalismo che si fa ‘sociale’, capace di distinguere tra ciò che c’è e ciò che non c’è nel codice genetico del capitalismo.

Poi sono passati gli anni e i ‘mercati finanziari sono diventati, allo stesso tempo, l’archetipo dei mercati perfetti’ e il dispositivo che fa diventare ‘perfetto’ il capitalismo. E, addirittura, ne sarebbero il ‘motore’. Un’interpretazione che neanche la crisi finanziaria globale del 2007-200 – le sue drammatiche conseguenze e i suoi strascichi –  ha scalfito (di crisi finanziarie globali e locali ce ne erano state molte anche negli anni precedenti – ci sono  sempre state, in verità).

Rileggere Caffè aiuta a mettere in prospettiva il capitalismo italiano ed europeo, e a riflettere su come e perché sono cambiati i fondamenti istituzionali del capitalismo dopo il 1989. Scoprire chi li ha cambiati – così da poter chiedere di argomentare perché li ha cambiati. Comunque, mentre leggi i saggi di Caffè – per puro piacere intellettuale, non per altro –, non riesci a capire da dove parta il sentiero che conduce dal suo pensiero all’azione di Marco Draghi – ma attendi pazientemente che qualcuno te lo indichi. E non riesci a capire neppure da dove parta il sentiero che ha condotto a credere che il liberismo sia di sinistra.