L’influenza che il ‘paradigma della crescita economica’ ha esercitato dalla fine della Seconda Guerra Mondiale è stata profonda, tanto profonda da consolidare la generale convinzione che la crescita economica sia un ‘fine assoluto’, la soluzione per ogni dis-equilibrio economico e sociale.

Che cosa è, che significato ha, che nome ha questa ‘variabile’ della quale ci interessa che il suo valore cresca nel tempo e che cresca il più possibile, per la quale sono state elaborate molte teorie, tra le più ‘sofisticate’ della scienza sociale? Il suo acronimo lo conoscono tutti, Pil, e quasi tutti lo sanno espandere, prodotto interno lordo. Tutti sembrano sapere che il Pil è il nome di una variabile che esprime una caratteristica di un insieme di individui in relazione a un territorio: il Pil di una città, di Milano, ad esempio; oppure il Pil di una Regione, della Lombardia; oppure il Pil di uno stato-nazione, dell’Italia. Tutti sembrano sapere che si può parlare di Pil pro-capite e di Pil totale (Pil della Regione Lombardia e Pil medio dei suoi abitanti).

Per esperienza so che gran parte dei giornalisti e politici che considerano l’aumento del Pil un ‘fine assoluto’ non saprebbe spiegare perché lo considerano tale – se non dicendo che è stata la comunità scientifica a dimostrarlo. Quando ne scrivono o ne parlano fanno evidente mostra di non sapere di cosa stanno scrivendo o parlando. Il cittadino comune legge o ascolta di variazioni del Pil che deludono o che entusiasmo, di ‘ricette’ per la crescita economica. Neanche lui saprebbe dire nulla (ma proprio nulla) sul significato di questa variabile. Si affida anche lui a un sapere generale.

Un tema fondamentale e affascinante – che non so svolgere, però – è come sia stato possibile che la crescita economica sia diventata un “fine assoluto” e che l’aumento del Pil sia diventato la prima preoccupazione nell’agenda politica dell’Italia, dell’Unione Europea, degli Stati Uniti, … Si dovrebbe dire, in verità, come sia stato possibile che il Pil sia ridiventato la misura fondamentale delle prestazioni di un sistema territoriale – anche dopo che era diventato chiaro (a molti economisti) già negli anni Settanta che i cambiamenti nella struttura e organizzazione della società lo rendevano una misura priva di senso. (E ancora più priva di senso sarebbe diventata come conseguenza delle trasformazioni della società nei decenni successivi.)

Nella Conversazione su “Economia, società e natura” di lunedì scorso, mentre si discuteva dei limiti della crescita economica, a un certo punto Tommaso Luzzati ci ha mostrato il grafico del profilo temporale nell’uso di energia a livello globale, commentando che c’era poco da aggiungere, dopo averlo osservato, per dimostrare che la crisi ecologica è una crisi cognitiva. In effetti, come si può pensare che per un sistema complesso – un gatto, un individuo, una città o uno stato-nazione – si possa parlare di ‘crescita del sistema’ senza considerare la relazione tra la crescita delle diverse variabili che descrivono il sistema? In altre parole, senza chiedersi: la crescita di cosa in relazione a cosa?

Sarà anche aumentato il Pil dalla Seconda Guerra Mondiale a oggi, ma è anche aumentato il consumo di energia. Come si può prendere soltanto il Pil come misura delle prestazioni della società? Non ha senso farlo, ma l’egemonia politica l’ha conquistata chi riteneva che si potesse fare – con i risultati che sappiamo.

(Tanti anni fa Tommaso Luzzati mi regalò un libro molto bello, Strumenti per pensare di Conrad H. Waddington. Uscito nel 1977, era stato prontamente tradotto in italiano da Mondadori [1]. Erano gli anni in cui non sembrava possibile che nella scienza sociale si potesse tornare indietro, ai tempi di uno sbrigativo riduzionismo.)

 

 


[1] C. H. Waddington, Strumenti per pensare. Un approccio globale ai sistemi complessi (Mllano: Mondadori (Biblioteca EST), 1977).