Sono conversioni benedette quelle dei neoliberali che diventano ambientalisti. Tardive, però, tragicamente tardive.

The World Commission on Environment and Development – istituita dalle Nazioni Unite – pubblica i risultati del suo lavoro nel 1987: Our Common Future. Il Rapporto, tradotto in decine di lingue, risuona nel mondo come l’allarme finale: non c‘era più un attimo da perdere per iniziare a modificare il modello di sviluppo, per declinare il vincolo della sostenibilità prima della catastrofe.

Non si trattava di dare ascolto agli ambientalisti ‘radicali’ – che poi radicali non erano affatto. Non si trattava di dare ascolto – per fare un esempio tra gli altri – a Edward Goldsmith che in The Great U-Turn. De-industrializing Society, nel 1988, raccoglie le sue riflessioni e i suoi allarmi, che da anni apparivano sulla rivista “The Ecologist”. Era un rapporto delle Nazioni Unite che lanciava l’allarme. Un rapporto che condensava tre decenni di studi, analisi e proposte sulle relazioni tra economia e natura, tra economia e società.

Nel 1984 era uscito un libro che ricostruiva magistralmente la genesi dell’ambientalismo, così come si era consolidato dopo la Seconda Guerra Mondiale: The Roots of Modern Environmentalism di David Pepper. Il libro dimostrava quanto solide fossero le basi scientifiche dell’ambientalismo. Nel 1989 Robert C. Paehlke pubblica Environmentalism and the Future of Progressive Politics – un libro fondamentale, che chiarisce come il tema fosse a quel punto strettamente politico: scegliere (o non scegliere) di porre l’ambientalismo alla base di un progetto di trasformazione della società.

Nel 1989 cade il Muro di Berlino, tutti diventano ‘liberali’ nel giro di pochi mesi – e poi neoliberali per inerzia. L’ambientalismo nei termini posti da Our Common Future scompare dai progetti politici dei partiti egemoni di destra e di sinistra – distinzione che il paradigma neoliberale non riconosce (la ‘teoria economica’ è fuori dalla storia, è quindi a-politica).

Sono trascorsi quasi trenta anni prima di arrivare agli Accordi di Parigi (2015) sul contrasto ai cambiamenti climatici, ne sono trascorsi altri cinque affinché l’Unione Europea definisse un programma per la riconversione ecologica (Next Generation-EU), che si estende per sette anni e che dispone di risorse irrisorie per gli obiettivi che indica – l’enfasi giornalistica sullo straordinario ammontare delle risorse finanziarie disponibili è imbarazzante nella sua infondatezza. Siamo appena all’inizio della riconversione del modello economico e labili e incerti sono i segni di consapevolezza.

Le conversioni sono benedette, anche quelle fulminee e inspiegabili. Una riflessione da parte dell’élite politica e intellettuale – soprattutto intellettuale –, che del razionalismo critico ha fatto il suo distintivo, sarebbe, però, nell’ordine delle cose: trenta anni di occhi spalancati che ignorano l’evidenza empirica del degrado ambientale sono troppi. Ci deve essere qualcosa di profondamente distorto, una terribile patologia al fondo del paradigma neoliberale.