Ho iniziato a leggere Roma come se. Alla ricerca del futuro per la capitale di Walter Tocci (Donzelli, 2020). Ho terminato l’Introduzione, e arriverò sino in fondo, quando troverò, promette l’Autore, la risposta alla domanda contenuta nel titolo. Le pagine che ho letto, dedicate al discorso pubblico su Roma, non smentiscono la mia convinzione: il discorso pubblico sulle città italiane si alimenta da tempo, molto tempo, a una retorica pre-empirica (e, spesso, persino pre-logica).

Nelle pagine che ho letto Walter Tocci evita di confrontarsi con due fondamentali fatti nella storia politica della città, accaduti nel recente passato e che riguardano il suo futuro: la ‘inaudita’ vittoria dei M5S alle ultime elezioni amministrative a Roma; la ‘inaudita’ vittoria di Gianni Alemanno nel 2008, dopo i lunghi anni delle sindacature di Francesco Rutelli e Walter Veltroni (se sono state così mirabili – come l’Autore sostiene –, perché Alemanno ha vinto le elezioni, contro Rutelli che si ri-presentava?)

Sono domande prosaiche, che gli intellettuali progressisti italiani non amano farsi – né a Roma, né a Napoli, né a Torino – e tanto meno a Milano (a Milano che si fregia del titolo di “città metropolitana”, che si propone come centro di gravità di una “regione metropolitana”, parlano del Giambellino – non di Bollate o Baranzate o San Giuliano…– come ‘periferia’, anche se si trova 500 metri dalla Darsena e dai luoghi consacrati del consumo pubblico e della socializzazione).

Walter Tocci usa una poesia di Pier Paolo Pasolini del 1970 come chiave della sua riflessione storico-critica sul discorso pubblico su Roma – e Roma diventa una “città coloniale” per la quale immaginare un futuro riprendendo uno dei sentieri che avrebbe potuto prendere alla fine dell’Ottocento. Cosa voglia dire spero di capirlo leggendo il resto del libro. Per ora, letta l’Introduzione, mi trovo negli appunti una costellazione di categorie ed espressioni che promettono di non condurre da nessuna parte.

Quando leggo quello che l’élite intellettuale scrive su Roma, ricordo a me stesso, per non essere portato fuori strada dalle astratte meditazioni nelle quali mi imbatto, che – dati OCSE alla mano – la città ha un reddito pro-capite due volte quello di Napoli e Palermo, molto più alto di quello di Torino, simile a quello di Bologna o Firenze, inferiore a quello di Milano, certo. E comunque, molto maggiore di quello di Berlino. Come ha fatto una città ricca, indebitandosi in misura esagerata – e con il vantaggio di una base economica stabile come può esserlo solo quella di una capitale di un grande Paese e di una città tanto profondamente radicata nell’immaginario mondiale – a ridursi in questo stato, che in tanti biasimano? E quali sarebbero i suoi dis-equilibri, che alimentano il biasimo? Quali mancate politiche pubbliche o quali eventi esogeni, fuori dal controllo di chi l’ha governata, li avrebbero causati?

Roma ha un presente da comprendere – come le altre grandi città italiane (come tutte). E lo si dovrebbe provare a fare prima di mettersi a vagheggiare sul suo futuro. Il futuro lo incontri lungo il sentiero che stai percorrendo: la traiettoria evolutiva di un sistema è sempre path-dependent. Quando provi a pensarlo, la prosaica attività di specificare le ‘condizioni iniziali’ non dovresti eluderla. Le élite intellettuali e politiche progressiste quando parlano delle maggiori città italiana dovrebbero iniziare riflettendo sul presente – e sul disastro che hanno fatto quando le hanno interpretate e governate.