I primi passi sono importanti, identificano la direzione del cammino; i piccoli passi sono importanti, mostrano la determinazione di mettersi in cammino comunque. Si scivola nella retorica se i primi passi non li si valuta rispetto alla possibilità di invertire il cammino e i piccoli passi non li si misura rispetto alla lunghezza del sentiero che si ha difronte.

Tutti i Paesi dell’Unione Europea hanno un certo ammontare di debito pubblico. Chi più o chi meno in valore assoluto; chi più o chi meno rispetto alla dimensione della propria economia. Ora, secondo gli accordi, l’Unione Europea si indebiterà e poi distribuirà le risorse finanziarie tra i singoli Paesi. Un passo storico – si legge – ma un passo molto piccolo rispetto al sentiero da percorrere. I debiti pubblici dei singoli Paesi sommati ammontano a 11.000 miliardi di euro circa. Il debito pubblico mutualizzato che l’UE ha deciso di contrarre ammonta a 750 miliardi. Raccolte le risorse sui mercati – processo che dovrebbe durare tre anni –, la quota del debito comune sarà poco più del 6% della somma dei debiti pubblici dei singoli Paesi (debiti nazionali e debito europeo). Non molto.

Un piccolo passo in avanti comunque, si potrebbe replicare – e di grande importanza simbolica. Un tabù è stato rotto e alcuni elementi del paradigma federalista – il paradigma che è all’origine del ‘sogno europeo’ – sono stati introdotti nelle ordinamento istituzionale dell’UE con il Recovery Fund. A leggere bene, un passo avanti fatto annunciando un passo indietro di uguale lunghezza: il debito condiviso che si sta per contrarre sarà riportato rapidamente a zero. Non è l’inizio di un processo di mutualizzazione dei debiti pubblici nazionali ciò che è stato deciso. Solo una deviazione temporanea, compiuta in emergenza, dal modello neoliberale per l’Europa.

L’UE avrebbe potuto decidere diversamente. Come gli stati nazionali fanno da sempre, avrebbe potuto emettere obbligazioni per finanziare il proprio disavanzo di bilancio e poi di emetterne di nuove per rifinanziare il debito (e poi di emetterne di nuove a ogni scadenza) e così via. Il Recovery Fund è un meccansmo che genera una sorta di austerità economica rimandata – anticiclica, se si preferisce.

Non credo ci sia nulla d del paradigma federalista nella decisione dell’UE di mutualizzare il debito necessario a finanziare il Recovery Fund. Credo ci sia solo il tentativo – un altro dopo quello fatto dalla Banca Centrale Europea con l’acquisto dei titoli degli stati nazionali – di rianimare l’economia sostenendo la domanda di beni e servizi con un prestito sui mercati finanziari internazionali. Un tentativo che non avrà gli effetti annunciati, perché le risorse da investire con il Recovery Fund non sono nulla rispetto rispetto alla dimensione dell’economia europea.

Si può cambiare prospettiva, però, e interpretare il Recovery Fund e le sue modalità di finanziamento – debito comune e forme di tassazione direttamente in capo all’EU – come l’occasione per riaprire la discussione sul progetto di un’Europa Federale. Per riaprire la discussione sul ruolo dello Stato (federale o nazionale) nell’economia. Considerare l’accordo come il punto di partenza di un conflitto politico sul progetto federalista per l’Europa.