L’Unione Europea ha un bilancio. Le uscite sono trasferimenti ai Paesi membri per il sostegno al settore agricolo, per co-finanziare infrastrutture e così via. Le entrate sono soprattutto contributi degli stessi stati membri. Tutti i Paesi contribuiscono, tutti ricevono trasferimenti. Per come sono determinati contribuiti e trasferimenti, il bilancio europeo ha un effetto redistributivo: alcuni Paesi ricevono più di quanto danno; altri danno più di quanto ricevono. Il principio della solidarietà territoriale era all’origine del progetto europeo.

Nel grafico 1 sono riportati i trasferimenti netti – la differenza tra ciò che ricevono e ciò che danno – per alcuni Paesi membri. L’Italia ha un reddito pro-capite relativamente elevato e il suo saldo è negativo: contribuisce più di quanto riceve – come la Germania e non solo. Altri Paesi hanno saldi positivi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il grafico 1 racconterebbe da solo tutta la storia. Il grafico 2 è però più facile da leggere, non lascia dubbi: sì, rispetto al ‘reddito nazionale’ sono cifre irrisorie quelle che si donano e si ricevono nell’Unione Europea. Il contributo netto dell’Italia è di appena 5 miliardi di euro, lo 0,3% del reddito nazionale, quello della Germania lo 0,4%. Sull’applicazione del principio della solidarietà territoriale il progetto europeo si è perso. Dall’inizio dell’ascesa dei neoliberali di Margareth Thatcher nel Regno Unito è stata tutta una discussione per dare di meno e ricevere di più dal misero bilancio europeo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dall’inizio degli anni Novanta il progetto europeo è cambiato sotto l’influenza del paradigma neo-liberale – o neo-liberista, se si preferisce – e la redistribuzione territoriale del reddito è passata in secondo piano come sfera dell’azione pubblica: in questo paradigma, il Mercato riduce i dis-equilibri territoriali.

Dopo l’allargamento ad Est dell’Unione il bilancio europeo avrebbe dovuto aumentare e di molto. Ma la direzione presa è stata un’altra. Neppure dopo la crisi economica e finanziaria del 2007-2008 è cambiato qualcosa nel ruolo del bilancio europeo – ciò che è cambiato è stato il comportamento della Banca Centrale Europea. Poi sono arrivate la pandemia e una crisi economica ancora più profonda di quella precedente – la Banca Centrale Europea ‘senza più energie’ – ed è frettolosamente nata la proposta di dare al bilancio europeo tutto un altro ruolo, tutta un’altra dimensione.

Tutta un’altra dimensione: non un incremento dei contributi dei singoli Paesi ma, rompendo un tabù, l’emissione di obbligazioni sui mercati finanziari, indebitandosi come Unione Europea in una misura straordinaria. Se il recovery fund fosse di 750 miliardi di euro e fosse costituito e speso in un anno, i trasferimenti aggiuntivi per il 2021 sarebbero di un ammontare di circa sei volte rispetto a quelli realizzati con il normale bilancio europeo. Un cambiamento profondo, che mette in discussione non semplicemente i criteri di redistribuzione dei fondi europei bensì il progetto neoliberale per l’Europa.

Lo scompiglio di queste ore a Bruxelles è il segnale di quanto sia profondo il conflitto. Ed è solo l’inizio – perché si tratta di una proposta improvvisata, dettata dalla disperazione di fronte alla crisi economica, difronte al fallimento del progetto neoliberale per l’Europa, in cui tutti hanno creduto (la Germania meno di altri, l’Italia più di altri).