Berlino, 2004

La caduta del Muro di Berlino è stata una cesura nella storia europea. Ha segnato l’avvio di processi di trasformazione culturale, istituzionale ed economica che hanno preso forma lentamente, fino a diventare sempre più evidenti nei loro effetti. Era sembrato l’inizio di una ‘marcia trionfale’ il 1989, per il progetto europeo come progetto liberale. Dopo trenta anni, i segni del disfacimento di quel progetto si manifestano quotidianamente nella società europea, in alcuni Paesi più che in altri ma ovunque evidenti.

Nelle elezioni del 1° settembre in Sassonia – la regione di Lipsia e Dresda, città che stanno così profondamente dentro la storia europea – il partito di estrema destra AfD (Alternative für Deutschland) è diventato il secondo partito con il 27,5 per cento dei voti. E soltanto un’alleanza di ‘tutti contro la AfD’ – CDU, SPD, die Grünen (o die Linke) assieme – può permettere la formazione di un governo. In Brandeburgo la situazione è simile, con la AfD al 22,5 per cento e una coalizione come quella necessaria in Sassonia per la quale sperare. (Nelle recenti elezioni europee la AfD aveva raggiunto il 10,9%).

I risultati elettorali in Sassonia e Brandeburgo lasciano sconcertati. Dopo la Riunificazione hanno beneficiato di un programma di sostegno economico senza precedenti per intensità nella storia europea e non è semplice spiegarli. Creano ansietà, ma in Germania la dialettica politica sembra ancora ‘sotto controllo’: nessuna crisi della democrazia. Non è così in altri Paesi dell’Unione Europea. Non è così nel Regno Unito e in Italia, Paesi nei quali la crisi democratica è anche una crisi morale ed è manifesta.

Nel Regno Unito diventa primo ministro Boris Johnson, un politico definito senza remore ‘bugiardo’ e ‘immorale’ dalla stampa nazionale e internazionale. Come primo atto, ‘sospende’ i lavori del Parlamento per forzare la mano e andare verso un’uscita senza accordo dall’Unione Europea. Il Regno Unito, una delle maggiori economie del mondo, una potenza nucleare e una democrazia che è un ‘modello’ sin da quando è nata precipitata da diversi anni in un caos politico sconcertante. Chi ha seguito il dibattito pubblico nel Regno Unito negli ultimi mesi può solo condividere lo sgomento degli analisti politici, spaventati dalle conseguenze imprevedibili di un dibattito politico caotico e decisioni spegiudicate. Come ha scritto William Davies su la London Review of BooksA functioning constitution should be able to cope with the odd charlatan and bullshit artist, steering them away gently from the levers of power …”. Non è facile rassegnarsi all’evidenza che così non è.

In Italia, la Lega, un partito guidato da un leader che invoca il “Cuore Immacolato di Maria’, stringe il rosario nelle mani nei comizi e propone misure economiche inverosimili – oltre che prendere decisioni senza fondamenti giuridici –, vince le ultime elezioni europee, vince una dopo l’altra le elezioni regionali e diventa il primo partito. Si ritrova in poche settimane all’opposizione per un’operazione di trasformismo politico, che porta al Governo una coalizione di tre partiti che si ritenevano radicalmente alternativi fino a qualche settimana fa – e che hanno perso quasi tutte le elezioni che si potevano perdere negli ultimi mesi. Un cambiamento politico declinato in un nazionale sospiro di sollievo dall’élite intellettuale progressista. Che per liberarsi di Matteo Salvini – delle sue parole e dei suoi gesti – accetta di rompere la più importante regola di una democrazia sostanziale – che avrebbe richiesto di indire elezioni generali – appigliandosi a una formalistica interpretazione della ‘democrazia parlamentare’. In Italia (come nel Regno Unito) il paradigma ‘il fine giustifica i mezzi’ plasma oramai il processo politico, ed è forse la migliore dimostrazione del disfacimento del progetto liberale.

La crisi del progetto liberale in Europa – e del progetto europeo con esso – si sta manifestando con intensità e in forme diverse nei Paesi europei. Le ragioni del perché una ‘marcia trionfale’ che celebrava ‘la fine della storia’ si sia lentamente trasformata in caotici assembramenti locali, senza un’agenda di discussione, che si formano e si disperdono, non si riesce a metterle a fuoco nel dibattito pubblico. Sarà un anniversario stanco e cerimoniale quello che si celebrerà il 9 novembre per i 30 anni della caduta del muro di Berlino. La profondità della crisi della democrazia in Europa – e dei disequilibri che essa ha generato – ha, però, avviato una riflessione critica e forse nascerà un nuovo paradigma democratico in Europa.

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