Ascolto “Radio 3”, in auto, e mi imbatto di nuovo in un discorso sulla ‘generazione Erasmus’. Chi sento parlare, studenti universitari, di quella generazione fa parte e dicono che nella globalizzazione “si trovano bene”. Il conduttore fa notare che solo il 2% dei giovani nella classe di età degli studenti universitari ha fatto l’esperienza di un soggiorno di studio all’estero con una “borsa Erasmus”. Lo fa notare certo non per mettere in discussione la rappresentatività delle loro riflessioni. Infatti, il dialogo continua nelle forme consuete: a raccontare il mondo e i propri sentimenti chiami chi sull’orizzonte cosmopolitico – mitizzato dall’élite intellettuale progressista italiana – si trova a suo agio.

Per il mio mestiere su quell’orizzonte sono stato a lungo, arrivato per caso. Non è stato difficile restarci, è stato anche bello. Ma ho capito perché può essere così difficile persino guardarlo quell’orizzonte, non solo essere costretti dalle circostanze o dalla necessità ad incamminarsi verso di esso. Il festoso cosmopolitismo degli intellettuali di sinistra italiani non rispetta il sentire di chi ha un altro sentire. I pericoli per la democrazia di questa ideologia li aveva spiegati con chiarezza Christopher Lasch più di venti anni in La rivolta delle élite (del 2017 è l’edizione italiana uscita per Neri Pozza Editore).

Se la globalizzazione la valuti dagli effetti suoi luoghi, sugli areali degli individui, sul profondo significato che la stabilità di quell’areale ha per le persone, sulla forza del loro sentimento per quel luogo forse capisci l’origine dell’inquietudine della società italiana. Un’inquietudine che politicamente si è già manifestata, nella forma peggiore, forse. Ma che alternative c’erano?

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