Un altro libro di ‘introduzione’ alle elezioni europee lo pubblica, ora, il “Corriere della Sera”: L’Europa in 80 domande. Istituzioni, meccanismi, falsi miti e opportunità, scritto da Francesca Basso, della Redazione del quotidiano. Nella quarta di copertina trovi una frase del direttore Luciano Fontana, ripresa dall’Introduzione. Mi ha colpito il suo disordine e la riporto per intero: “Nelle elezioni del 26 maggio si confrontano due visioni: la spinta per un’Europa che completi la sua unione politica ed economica contrapposta a un’Europa degli Stati che mettono in comune pochissime cose e si chiudono in sé stessi. La sfida è questa e per queste ragioni l’Europa non è stata mai così tanto tra noi.”

Non è facile vedere il disordine nell’apparente ordine di questa frase. Il primo passo è chiedersi: che cosa può voler dire “la spinta per un’Europa che completi la sua unione politica ed economica”? Un’affermazione che si sente fare continuamente, che definisce il programma politico-elettorale dei progressisti italiani. Il sintagma ‘che completi’ richiama il compimento di un progetto che abbiamo tutti condiviso, richiama il ‘sogno europeo’ che si fa realtà. Ma se non ti fermi alla suggestione e ti chiedi “completare che cosa, precisamente?” si dipana un’altra storia. Avrai bisogno di qualche lettura e qualche riflessione per scoprire che ‘completare’ qui significa fare altri passi, che molti ne sono già stati fatti, verso “un’Europa degli Stati che mettono in comune pochissime cose”. Perché questo è il progetto neoliberista per l’Europa che dopo la ‘rivoluzione democratica del 1989’ i liberali, costantemente al potere dalla caduta del Muro di Berlino, hanno formulato e attuato. Il progetto che il “Corriere della Sera” apertamente sostiene da molto tempo.

Il progetto di “un’Europa degli Stati che mettono in comune pochissime cosenon è affatto il progetto dei ‘sovranisti’, bensì il progetto della maggior parte dei liberali europei. Appartengono a diverse famiglie politiche, ma quella neoliberista è diventata egemone e ha guidato l’evoluzione istituzionale dell’Unione europea dalla caduta del Muro di Berlino. (“Come hanno fatto a diventare egemoni?” – si chiedeva sgomento Ralph Dahrendorf qualche anno fa.)

Gli anni Novanta sono stati un passaggio molto importante per la storia dell’integrazione europea. L’allargamento a Est dell’Unione europea è stato un momento entusiasmante: si ricostruiva una integrazione sociale che era radicata non solo nella storia ma nel presente, nei progetti di vita degli abitanti di territori così profondamenti ‘europei’. Nel 1989 il ‘progetto europeo’ era definito dalle politiche per la coesione territoriale, per la stabilità del settore agricolo, per la difesa dall’ambiente naturale, per l’integrazione sociale e per l’integrazione economica. In quel momento, l’entusiasmo dei liberali – popolari o socialisti che fossero – avrebbe dovuto avere un esito pratico preciso, tra altri: aumentare in modo consistente il bilancio comunitario per finanziare le politiche che identificavano il progetto europeo. Avrebbe dovuto rafforzare e ampliare il sistema normativo transeuropeo, la base istituzionale del progetto europeo.

I liberali che si preoccupano, oggi, della ‘crisi dell’Europa’ dovrebbero mettere in discussione il loro progetto per l’Europa. Incolpano i ‘sovranisti’ di colpe che i ‘sovranisti’ non hanno, perché non hanno avuto nessun potere dal 1989 a oggi (ora sono al Governo in Italia, e non è certo un caso che sia accaduto qui, l’unico Paese nel quale i progressisti credono che il liberismo sia di sinistra). Che cosa ha provato a mettere in comune tra i Paesi europei l’élite politica liberale in questi anni più di quello che c’era già nel 1989? Che cosa ha suggerito di mettere in comune oltre a ciò che era già in comune l’élite intellettuale liberale? Niente, se non la moneta (e la sua banca centrale indipendente). E ciò che nel 1989 era già nel progetto europeo è diventato zavorra, di cui liberarsi per andare avanti più spediti. Verso dove?

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