Affermare che l’Euro sia la più importante realizzazione dell’integrazione europea equivale a dichiarare la propria adesione al ‘nuovo progetto europeo’, che è un progetto neoliberista. Ha iniziato a prendere forma con il Trattato di Maastricht, firmato nel 1992, mentre stava iniziando il processo di allargamento ad est dell’Unione europea. Le élite progressiste italiane hanno in gran parte aderito al progetto neoliberista per l’Europa e per l’Italia e non dovrebbero ora stupirsi se molti ‘europeisti’ sono diventati ‘antieuropeisti’ nel volgere di pochi anni, dal Governo Monti del 2011 alle elezioni politiche del 2018. Una società schizofrenica, con un corpo elettorale che in grande maggioranza ha rifiutato il ‘nuovo progetto europeo’ e una élite politico-intellettuale che in grande maggioranza vi ha aderito. Un’adesione non dichiarata ma svelata dalle scelte politiche dei partiti ‘progressisti’ al governo dal 2001 al 2018; un’adesione manifesta, invece, quella degli intellettuali ‘progressisti’. L’integrazione europea ha una dimensione istituzionale, ed è l’Unione europea – un meccanismo decisionale intergovernativo. E la realizzazione più importante dell’Unione europea dalla sua nascita è l’integrazione sociale, l’intensificazione delle relazioni trans-europee tra individui e organizzazioni. Un’intensificazione avvenuta all’interno di regole europee che, nelle intenzioni, garantivano un equilibrio territoriale: la costruzione del sistema agricolo europeo, ad esempio, del quale ci siamo dimenticati l’importanza; la costruzione del mercato unico europeo; la costruzione di un meccanismo di redistribuzione territoriale delle risorse economiche per combattere le disparità regionali; la costruzione di un sistema di incentivi per ridurre l’impatto ambientale dei processi sociali. E molto altro ancora. In questo quadro, l’Euro – l’unificazione monetaria – sarebbe stato un tassello tra gli altri. L’unificazione monetaria poteva essere – ed è quello che è stata – lo strumento per stravolgere il progetto europeo, per cancellare il ‘sogno europeo’ che si stava realizzando. Per raggiungere questo obiettivo bastava declinarla come poi è stata declinata: per promuovere l’internazionalizzazione radicale dell’economia, per ridurre l’autonomia politica dei governi nazionali. Bastava declinarla in modo da far credere che l’Euro fosse il progetto europeo mentre tutto il resto era superfluo e persino controproducente, interferendo con il corretto funzionamento del mercato. In Italia, l’egemonia del paradigma neoliberista sui partiti ‘progressisti’ ha raggiunto un grado che non si riscontra in nessun altro Paese europeo. Si è arrivati al punto che nel 2011 questi partiti hanno votato la ‘costituzionalizzazione’ del pareggio del bilancio pubblico. Un proposito che è sempre stato il vessillo della Destra, da quando negli anni Settanta il sistematico disavanzo del bilancio pubblico sembrava una caratteristica intrinseca delle democrazie. Un vincolo che nelle intenzioni della Destra doveva essere inserito per difendere la democrazia da sé stessa.  Ma molti altri topos del discorso che i progressisti italiani conducono sul progetto europeo discendono dal paradigma neoliberista. Ad esempio, il modello di ‘mercato del lavoro’ che hanno cercato, in parte riuscendoci, di realizzare. Ma anche il modello di gestione delle risorse comuni, così come lo spazio dato alle autorità indipendenti. Nel discorso pubblico, egemonizzato dalle élite intellettuali progressiste, il progetto europeo è stato ridotto al tema del ‘fiscal compact’ – ai vincoli che i bilanci pubblici nazionali devono rispettare. La moneta unica come strumento di disciplina, dunque. E tutto il resto è mercato. Gli elettori italiani hanno rifiutato il ‘nuovo progetto europeo’, ma le élite progressiste continuano a riproporlo. Per il tracollo politico della Sinistra chiamano in causa la ‘carenza comunicativa’, il fatto di non essere riusciti a far capire il progetto. Ipotesi che si propone come vera, che si è diffusa come strumento retorico, senza che si sia provato a corroborarla. La società italiana ha compreso il progetto delle élite progressiste per l’Europa e per l’Italia e lo ha rifiutato. Che lo abbia rifiutato per un’alternativa politica senza un progetto, non sminuisce il significato del rifiuto. Non sminuisce la necessità di confrontarsi con questo rifiuto.

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