I partiti progressisti – e gli intellettuali progressisti – sono sempre stati ‘europeisti’ e non hanno cambiato orientamento negli ultimi anni. Hanno cambiato orientamento gli elettori, invece, e l’Italia ha ora un Governo ‘antieuropeista’. Un antieuropeismo indeterminato, però. La maggioranza degli italiani sembra condividere l’obiettivo di cambiare l’Unione europea ma, certo, non di lasciarla. Troppa incertezza sulle conseguenze. Inoltre, l’Unione europea è un’utopia concreta che ancora conquista gli italiani che, quindi, sono antieuropeisti nel senso di essere contro questo progetto europeo, non contro il progetto europeo in sé. Ma i partiti al Governo sembrano non sapere che cosa vorrebbero cambiare dell’ordinamento dell’Unione europea – alla luce degli ‘interessi degli italiani’. L’antieuropeismo italiano è (ancora) senza forma.

Di ciò che è e di ciò che potrebbe essere il ‘progetto europeo’ non abbiamo il racconto degli ‘antieuropeisti’, bensì il racconto delle élite progressiste. D’altra parte, quello attuale è il loro progetto – che considerano ‘perfetto’ benché ‘incompiuto’. Mentre ci si avvicina alle elezioni europee si moltiplicano le descrizioni che ne danno, le arringhe a difesa. Esce ora un altro libro – Riccardo Perissich, Stare in Europa. Sogno, incubo e realtà, Boringhieri, 2019 –, forse il più informativo tra quelli recenti, che ripropone con precisione tutti i topos del discorso che le élite progressiste italiane conducono sul progetto europeo dal 1989. Quali sono questi topos? Ce ne sono molti, che si sono sedimentati a comporre una narrazione complessa. Uno merita di essere richiamato per primo, perché è la chiave per capire lo specifico discorso sulla crisidell’Unione europea che conducono le élite intellettuali progressiste: il progetto europeo è un ‘progetto incompiuto’ e questa incompiutezza è all’origine della sua crisi.

La crisi finanziaria globale del 2007, così nella loro narrazione, avrebbe colto l’Unione europea ‘impreparata’: i cambimenti istituzionali previsti nei Trattati di Maastricht e di Lisbona non erano ancora stati completamente attuati. Nel 2007 il (nuovo) progetto europeo era un progetto incompiuto, la sua architettura istituzionale ancora fragile e, proprio come conseguenza di questa fragilità, la crisi finanziaria si è trasformata in crisi economica. Gli squilibri sociali determinati dalla crisi economica, in alcuni paesi molto profondi, hanno aumentato il consenso politico dei partiti antieuropeisti e il progetto europeo è entrato in crisi. Una crisi profonda, in evoluzione, che può disintegrare l’Unione. Un pericolo troppo grande per non ritrovare il coraggio di agire, continuare lungo la strada intrapresa con maggiore determinazione, completando l’ordinamento istituzionale del nuovo progetto europeo. Nessun ripensamento, quindi, sulla struttura del progetto. Solo il rammarico per essere stati troppo lenti nella riforma dell’ordinamento del capitalismo europeo dopo la caduta del Muro di Berlino.

Gli intellettuali progressisti italiani non hanno dubbi sulla validità del loro progetto per l’Europa, sul fatto che la crisi dell’Unione europea dipenda dall’incompiutezza dell’ordinamento istituzionale progettato e non dalle sue carenze strutturali. Non hanno dubbi sulla validità di questo progetto europeo – e sulla necessità di completarlo – neanche i partiti progressisti italiani, nonostante passino di sconfitta in sconfitta. Non hanno dubbi, politici e intellettuali progressisti, neppure sul fatto che quel progetto fosse realmente quello che l’Italia (e l’Europa) desiderava, che i cittadini pensavano si stesse realizzando. Non hanno dubbi sul valore e significato del progetto neoliberista per l’Europa che stavano attuandoe nel quale ancora credono.

(Gli interessi di classe si difendono con ostinazione, certo. Ma l’ostinazione può essere il prologo di un disastro. E il disastro c’è stato.)

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