E siamo qui ad aspettare (le politiche che seguiranno)

La sinistra ignora i deboli” è il titolo dell’editoriale di Antonio Polito su “Il Corriere della Sera” del 19 settembre. Lo leggi, e quando hai terminato la lettura non capisci perché non abbiano titolato “Il PD ignora i deboli” – considerato che l’editoriale è soltanto una critica serrata al Partito Democratico, che sarebbe guidato “da un gruppo dirigente che sembra aver perso la testa” – tanti sono gli errori che continuerebbe a commettere. Non capisci neanche, però, perché nel titolo abbiano usato la parola “deboli” e non “poveri”: sono parole che conducono in direzioni molto diverse nell’analisi della crisi italiana.

Scrive il vice-direttore de “Il Corriere della sera”: “Errori ne abbiamo commessi anche noi, osservatori, commentatori, intellettuali schierati dalla parte delle libertà economiche e politiche, incapaci di lanciare per tempo e con la necessaria forza l’allarme…”. Non si sarebbe trattato di errori da poco, se errori fossero stati. E comunque, errori reiterati nell’arco di un decennio qualche dubbio lo sollevano sulle cause. Quanto tempo hanno impiegato per capirlo! Ma, quelli commessi, non sono stati errori dei quali scusarsi blandamente. Il modello di capitalismo promosso con tutta la sua autorevolezza in questi anni da “Il Corriere della Sera” – e da “La Repubblica” – e attuato dal PD è stato una scelta consapevole, rivendicata, quotidianamente rinnovata. E in nulla modificata (salvo questo richiamo estemporaneo ai “deboli”).

“Il Corriere della Sera” è stato in questi anni forse il più convinto sostenitore della tesi che “il liberismo è di sinistra”, il più influente think-tank neo-liberista in Italia Saranno nel giusto nel chiedere, ora, al PD un’autocritica. Ma un’autocritica molto più profonda, estesa e dolorosa la dovrebbe fare “Il Corriere della Sera” stesso (se credesso di aver sbagliato). Hanno le loro responsabilità. In cerca di un’identità politica, il PD ha creduto di trovarla nelle tesi degli editorialisti de “Il Corriere della Sera” (e “La Repubblica”). Chi siano i “cattivi maestri” in questa storia è chiaro.

E ora Polito suggerisce al PD di rivolgersi a “The Economist” per trovare ispirazione. Dove leggi, con il solito tono compiaciuto di questo settimanale: “Success turned liberals into a complacent elite. They need to rekindle their desire for radicalism”. (Quanta poesia in questo “…rekindle their desire…”). E comunque siamo qui ad aspettare le politiche che seguiranno, in Italia e altrove in Europa

PS

Diversamente da quello che sostiene Antonio Polito, “L’Italia che ha paura” non è affatto quella che “non può mandare il figlio a Londra per un master” oppure quella che “non vive nelle Zone a Traffico Limitato delle grandi città”. L’Italia che ha paura è quella che non riesce a mandare il figlio neanche all’università più vicina, tanto costa frequentarla (come in nessun altro paese europeo) per le scelte degli ultimi governi. L’Italia che ha paura è quella che l’Istat certifica in disagio economico, circa 20 milioni di persone.