Imbarazzanti previsioni

Il conflitto tra il Presidente dell’Inps, Tito Boeri, e il Governo, Luigi Di Maio in particolare, dovrebbe essere giudicato come imbarazzante, per i modi e il contenuto. All’origine della crisi italiana credo vi sia un ritardo culturale prima che politico: un’ipotesi che questa vicenda non smentisce. In Italia ci sono persone che hanno comportamenti e fanno affermazioni che sarebbero considerati inconcepibili per il loro ruolo sociale (e professionale) in altri paesi, in altre culture.

Che un Ministro minacci il Presidente dell’Inps con un’affermazione come “Non ti permettere di farlo un’altra volta” e che il Presidente dell’Inps creda di poter dire di un Ministro che “ha perso contatto con la crosta terrestre” lascia sbalorditi. I toni da “commedia all’italiana” del conflitto tra Governo e Inps sono, però, solo una parte di questa storia. Nascondono una crisi culturale più profonda.

Ho già detto in un post precedente quanto rivelatore sia dello stato del dibattito pubblico che un economista del rango di Boeri definisca “negazionismo” la messa in discussione delle sue previsioni sugli effetti del “Decreto dignità”. Ma c’è dell’altro, molto altro. Quando fu varato il “jobs act”, l’Inps ha fatto previsioni sull’aumento dei “posti di lavoro” che quel cambiamento normativo avrebbe determinato? Ha messo in campo il suo modello? Perché non ha fatto o, almeno, non ha reso pubbliche in qualche forma le previsioni sugli effetti occupazionali della riforma del mercato del lavoro italiano del “Governo Renzi”, se le ha fatte?

La stessa domanda la si può porre alla “compagnia dei liberisti uniti”: chi di loro è intervenuto nel dibattito pubblico con una quantificazione degli effetti sull’occupazione del “jobs act”? Nessuno, credo. Per i liberisti e neo-liberisti di ogni colore le riforme pro-mercato che propongono hanno effetti netti positivi per definizione. (La teoria economica, appunto).

La scelta dell’Inps di formulare questa volta previsioni ha avuto esiti imbarazzanti per tutti i neo-liberisti (di sinistra e di destra) che hanno sostenuto il “jobs act”. Se si rendesse il mercato del lavoro meno flessibile – l’obiettivo del “Decreto dignità” del Governo –, gli effetti negativi sull’occupazione sarebbero irrisorii (questa è l’implicazione delle previsioni dell’Inps). Quindi, nella forma in cui è stato approvato, il “jobs act” è stato una decisione gratuita: precarizzando in quella misura il lavoro ha creato sofferenza senza ragione, poiché ha fatto aumentare l’occupazione di un niente.

L’uso delle previsioni dell’Inp è stato, comunque, surreale. Di Maio non le gradisce affatto, ma non si accorge che avrebbe potuto usarle a sostegno della sua riforma. Mentre il Partito Democratico, che il “jobs act” aveva introdotto, prende le difese di Boeri e non si accorge che le previsioni dell’Inps sugli effetti occupazionali del “Decreto dignità” demoliscono le ragioni con le quali il “jobs act” stesso era stato giustificato.

L’economia – come altre scienze sociali – è nata come presidio di democrazia (certo, chi si ricorda più come e quando è nata – visto, poi, come oggi la si insegna?). L’uso ideologico dell’economia – gli economisti ne sono i maggiori responsabili – non è senza conseguenze in una democrazia. Mina la razionalità politica delle scelte, anche quando si tratta di scelte che hanno effetti economici che sono effetti collaterali – e, certamente, non i più importanti da considerare nella decisione finale. E non consola che molto spesso l’uso ideologico dell’economia si ritorce contro chi lo fa (perché in una democrazia, poi, votano tutti).

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