Economisti impazienti e nervosi

In un breve video – estratto di una trasmissione televisiva – Claudio Borghi, un influente politico della Lega, dialoga con Carlo Cottarelli, economista certificato. Anche Borghi sembra abbia competenze economiche – competenze prestate direttamente alla politica.

Lo ascolto sostenere l’ipotesi che l’introduzione dell’aliquota fissa sul reddito (flat tax) farà aumentare il gettito fiscale complessivo richiamando ciò che sarebbe avvenuto in Russia nel 2001 (sic), quando, appunto, all’introduzione della flat tax sarebbe seguito – afferma Borghi – un aumento del gettito fiscale veramente consistente. In Italia, quindi, succederà la stessa cosa.

In Russia, nel 2001? Per prevedere ciò che può accadere in Italia nel 2018? Di tutte le argomentazioni a favore della flat tax questa è la più esilarante. Concludo che, no, Borghi non è un economista, non ha le nozioni elementari di economia. Si tratta di un’affermazione che viola le più semplici regole dell’analisi comparativa. Poco male. Non mi sono preoccupato.

Poi è il turno di Carlo Cottarelli. Contesta con sufficienza l’affermazione di Borghi, non nel metodo (che è, appunto, sbalorditivo nella sua inconsistenza), bensì facendo notare una coincidenza. L’aumento del gettito fiscale sarebbe aumentato in modo così consistente in Russia nel 2001 come conseguenza soprattutto dell’aumento del prezzo del petrolio negli anni precedenti. Quindi, secondo Cottarelli, l’aumento del prezzo del petrolio avrebbe fatto aumentare il reddito monetario in misura così consistente da determinare l’enorme aumento del gettito fiscale che Borghi sostiene ci sia stato in Russia? Ma è semplicemente impossibile che sia questo il nesso causale! Ma di quanto sarebbe aumentato il reddito in Russia come conseguenza dell’aumento del prezzo del petrolio, secondo lui, per determinare il grande aumento del gettito fiscale di cui parla Borghi?

Non posso, però, concludere che Carlo Cottarelli non sia un economista. Non so che pensare. Se non che molti economisti ortodossi stanno sull’orlo di una crisi di nervi (e, in effetti, qualche attimo dopo si sente e si vede Cottarelli perdere le staffe).

Il dialogo continua in modo indecoroso e non sono riuscito a seguirlo fino alla fine.

Ma anche Tito Boeri, economista con un curriculum ineccepibile, si lascia andare, da altre stanze, a una dichiarazione stupefacente. E, criticato, si difende con un’argomentazione insensata “I dati non s’intimidiscono.”. I numeri sono innocenti, e non hanno paura di nulla. Chi li usa, però, può farlo a sproposito. E non ti aspetti, certo, che un economista del rango di Boeri argomenti a favore di un mantenimento dei flussi migratori attuali (o di un loro aumento?) proponendo come ovvia una relazione causale diretta tra nuova immigrazione ed entrate per l’INPS – e, quindi, consideri i flussi immigratori un processo che mantiene in equilibrio (di cassa, credo) i conti del sistema previdenziale. Affinché questo nesso causale si realizzi – nei prossimi 5 anni, ad esempio – è necessario che si verifichino condizioni che oggi appaiono inverosimili. E comunque dovrebbero essere esplicitate, per capire (e farci capire) quanto incerto (o certo) è lo scenario ipotizzato. Quanto consistenti dovranno essere i flussi immigratori dal punto di vista dell’Inps (qualche numero, qui, sarebbe necessario)? Che percentuale dei nuovi immigrati ci si aspetta che avrà un lavoro regolare e a tempo pieno? Su quale base il Presidente dell’INPS ritiene che i nuovi flussi di immigrati si trasformeranno in stock di occupati?  I numeri che descrivono il bilancio dell’Inps non c’entrano proprio nulla con la logica dell’argomentazione di Boeri – che, infatti, logica non è. Difficile da capire.

Che Claudio Borghi sia approssimativo nel metodo, nelle relazioni causali che propone, nelle tesi che formula è nelle cose per un politico in Italia. (Complice un giornalismo che troppo spesso aizza i duellanti, invece di costringerli a ragionare). Ma che economisti come Boeri e Cottarelli siano diventati approssimativi e incoerenti nel loro ragionare, mettendo al servizio di tesi politiche precostituite la loro competenza, lascia confusi. Gli economisti ortodossi sono abituati a proporre catene causali empiricamente inverosimili per quanto logicamente coerenti – che il profano è costretto ad accettare, tanto esoteriche sono ma legittimate dall’autorevolezza certificata di chi le formula. Ma ora stanno esagerando. Sono nervosi, cercano scorciatoie retoriche, si perdono sul piano della logica persino.

E si finisce a sceneggiate, insulti e bestemmie. Ma non è questa la strada in una democrazia, che tempo e mezzi per discutere ne abbiamo, pacatamente.