Sovranisti di sinistra

Su “il manifesto” del 19 maggio Tonino Perna scrive: “Ha ragione Luigi Pandolfi a denunciare il fatto che l’opposizione alle politiche di austerity le abbiamo lasciate in mano alla destra fascistoide.”. Riprendo l’articolo di Luigi Pandolfi (il manifesto, 17 maggio) e rileggo il titolo: “Non si deve lasciare alla Lega la lotta all’austerità della Ue” – e poi cerco la frase che ricordavo: “… il proposito di cambiare radicalmente i Trattati, di mettere fine agli attuali vincoli, di porre, in sede europea, la questione di una moratoria sul debito, andrebbe incoraggiato. È già troppo che questi temi siano approdati in una trattativa di governo per mano di una forza politica radicalmente di destra, che in queste ore si pregia anche di sfidare i mercati.”. Torno all’articolo di Perna e rileggo il titolo: “La sovranità monetaria è una battaglia di sinistra”.

Ora, le idee, come i programmi politici, non sono un pallone da rugby che lotti per strapparlo ad altri ed è tuo finché gli altri, a loro volta, non te lo strappano dalle mani. Il fatto che un partito abbia un obiettivo non esclude che un altro partito possa avere lo stesso obiettivo. A leggere gli interventi di Pandolfi e Perna su “il manifesto” il programma è chiaro: tutti uniti, ora, – sovranisti di destra e sinistra (e di centro) – contro il progetto europeo. Tutti uniti per riprenderci la sovranità monetaria. (Divisi, poi, su come utilizzarla: in effetti, della sovranità monetaria si possono fare usi diversi). Vista la composizione del Parlamento, gli intellettuali di sinistra daranno un sostegno politico e morale a una giusta battaglia condotta politicamente da Lega e M5S.

Che dire? Che non è difficile capire perché la sinistra non ha più una rappresentanza politica.

La sovranità monetaria – la possibilità di creare moneta (e di fissare un tasso di cambio con le monete degli altri Paesi come atto amministrativo) – nessuno ce l’ha sottratta, con la forza o con l’astuzia. L’abbiamo ceduta all’Unione Europea attraverso un lungo processo di riforme istituzionali iniziato negli anni Ottanta e concluso con l’introduzione dell’Euro – molti anni fa, oramai. L’abbiamo ceduta con fiducia – e tutta la sinistra era unita a sostegno di quella scelta. Cosa è cambiato in questi anni?

Il progetto europeo stava già cambiando, certo, quando l’Euro è stato introdotto. Ed era quello il momento per avere delle perplessità – per discutere degli effetti territoriali della moneta unica, delle regole da mantenere o da introdurre per evitare che i suoi effetti fossero drammaticamente asimmetrici nello spazio europeo. L’Italia, poi, con un debito pubblico già elevato e un tasso di inflazione più alto della media europea correva rischi drammatici entrando nell’area monetaria dell’Euro, rischi che si sono materializzati. Quello era il momento per riflettere, perché l’Italia doveva essere più attenta di altri paesi. Ma la sinistra italiana era europeista, allora, settariamente europeista, fideisticamente europeista.

Ci sono numerose sinistre in Italia. Semplificando, quella ortodossa è poi diventata rapidamente neo-liberale, aderendo con convinzione al nuovo progetto europeo – che stava diventando un progetto coerentemente neo-liberale. Quella eterodossa, invece, è lentamente diventata sovranista: chi proponendo un bilancio pubblico in disavanzo come salvezza, banalizzando Keynes e quella stagione intellettuale, chi proponendo utopie radicali, per le quali la soluzione è desacralizzare il denaro (degli altri), ripudiare il debito, battere nuove monete. Di una riflessione critica sul nuovo progetto europeo nessuna traccia nella sinistra. Del “sogno europeo” vaghi ricordi e nessun desiderio di rievocarlo.

Finalmente uniti, i sovranisti sostengono – credendoci, sembra – che si debba “rinegoziare i Trattati”. D’accordo, ma cosa si dovrebbe rinegoziare? La gestione e distribuzione dei fondi strutturali, l’agenda territoriale europea? Le norme e gli accordi che regolano il Mercato Unico Europeo (ma esiste ancora)? Le regole che fissano il ruolo dell’agricoltura nella società europea? Le norme che definiscono il paradigma ambientale? Che cosa, dunque?

Però come si può rinegoziare il sistema di accordi vasto e complesso dell’Unione Europa se non si ha un progetto per l’Europa, neppure abbozzato? E poi, rinegoziare significa accordarsi con 27 Paesi – per i quali l’Italia non è certo un attore affidabile e al quale si riconosce una leadership politica. D’altra parte, l’Italia non ha avuto nulla da dire di importante sull’Europa in questi anni. E ora intende rinegoziare, non si capisce bene cosa, minacciando. Di andarsene dal tavolo negoziale, di uscire dall’Unione Europea.

Per i sovranisti italiani il progetto europeo è solo un insieme di vincoli alla sovranità nazionale, vincoli che impediscono all’Italia di effettuare qualche miliardo di euro in più di spesa pubblica. I sovranisti italiani credono che la via d’uscita a questa drammatica crisi sociale che dura da trenta anni sia qualche punto percentuale in più di spesa pubblica da finanziare “riprendendosi la sovranità monetaria”. Ecco il punto decisivo di tutta questa storia: i sovranisti italiani, vecchi e nuovi, non sanno come uscire da questa crisi. Non l’hanno compresa e propongono immaginarie scorciatoie.