Dalle disuguaglianze territoriali al populismo?

Leggere la recente inchiesta che “L’Espresso” ha dedicato alle disuguaglianze territoriali – dal titolo tanto evocativo quanto sbagliato “L’economia della conoscenza sta uccidendo la nostra provincia” – ti porta al cuore della crisi italiana: nel discorso pubblico abbiamo perso il bandolo della matassa.

Diversamente da quanto si legge nell’articolo il declino di molti sistemi locali che ha condotto a ciò che oggi chiamiamo “aree interne” non c’entra con l’emergere dell’economia della conoscenza. Alla fine degli anni Ottanta, la polarizzazione territoriale – in tutte le regioni – era già un fatto. In Italia l’industrializzazione è stata diffusa e, allo stesso tempo, polarizzata. Ha coinvolto molti sistemi locali ma, certo, non tutti. Il modo in cui l’industrializzazione si è territorializzata ha generato le “aree interne” – alcuni decenni prima che emergesse l’economia della conoscenza.

Diversamente da quanto si afferma nell’articolo, non c’è una relazione causale diretta in Italia tra grado di sviluppo territoriale e comportamenti elettorali. Non so dire se il suo pensiero sia stato semplificato dalla redazione de “L’Espresso”, ma l’economista della London School of Economics si sbaglia quando afferma che in “…Italia le cose vanno nello stesso modo, le aree dimenticate hanno votato Cinque Stelle e Lega.” La prima città nella quale il M5S ha vinto le elezioni è stata Parma, una delle città medie – come Reggio Emilia, Modena, Bergamo e molte altre – del “Miracolo economico italiano”. Torino e Roma – dove ha di nuovo vinto il M5S – non sono “aree dimenticate”. E, certamente, non lo è neppure Livorno, dove ha recentemente vinto il M5S. La Lega, poi, governa da anni la Lombardia e il Veneto – regioni tra le più ricche d’Italia (e d’Europa). Ha governato il Piemonte e ora governa il Friuli Venezia Giulia – regioni né dimenticate né povere.

Diversamente da quanto si sostiene nell’articolo, domandarsi per l’Italia “… se davvero sia possibile ridurre le disuguaglianze fra città e provincia” non ha senso. Sono trent’anni almeno che queste categorie sono considerate inservibili per analizzare il territorio italiano. Inoltre, contrappore la Val Maira o la Val Trompia – “aree povere” – alle città – “aree ricche” – non conduce a nulla. La prima drammatica disuguaglianza territoriale in Italia – e non solo in Italia – è quella tra le città (ridefinite nei loro confini come “aree urbane funzionali”). La grande e crescente distanza, secondo le rilevazioni OCSE, tra il reddito pro-capite dell’area urbana funzionale di Milano – una delle più “ricche” d’Europa – e il reddito pro-capite delle aree urbane funzionali di Bari, Palermo, Catania e Napoli – tra le più “povere” d’Europa – è un dato di fatto. E in questi quattro sistemi tra i più poveri d’Europa vivono circa sei milioni di individui.

Diversamente da quanto si assume nell’articolo misurare il benessere delle aree interne con lo stesso parametro – reddito pro-capite – con il quale si misura il benessere nelle città è sbagliato. Basterebbe considerare l’enorme differenza nei costi di transazione (costi di trasporto, ad esempio), nella configurazione dei diritti di proprietà sulle abitazioni, nel livello dei prezzi dei beni di base e così via per rendersi conto che è una comparazione che non si può fare. E, infatti, diversamente da quanto si argomenta nell’articolo, la Strategia Nazionale per le aree interne ha un altro impianto. La Strategia parte dall’osservazione degli enormi costi sociali del declino delle aree interne in termini di mancato uso del capitale territoriale e in termini di costi ambientali. Anche qui, tutta un’altra storia da quella che si racconta nell’articolo.

Diversamente da quanto si afferma nell’articolo, l’economia della conoscenza ha aperto la strada a strategie di sviluppo locale in grado, se fossero perseguite, di condurre a una maggiore giustizia territoriale. L’aumento delle disuguaglianze territoriali non è la conseguenza dell’emergere dell’economia della conoscenza. Dipende, invece, dalla consapevole scelta del “paradigma della competizione territoriale” da parte dell’Unione Europea e degli Stati nazionali che ne fanno parte – un paradigma che ha messo le città più forti per ragioni geografiche, economiche o politiche in condizioni di straordinario vantaggio.

Non c’è l’emergere dell’economia della conoscenza all’origine della crescente disuguaglianza territoriale in Italia, bensì l’adesione – annunciata, discussa, approvata (nessun inganno!) a livello europeo – al paradigma della competizione territoriale. Una delle manifestazioni più coerenti nella sfera delle politiche pubbliche dell’ideologia neo-liberista.