Il liberismo è di destra

1.

Nel 2007 Alberto Alesina e Francesco Giavazzi, due noti economisti italiani che scrivono regolarmente editoriali per “Il Corriere della Sera”, pubblicarono un libro con un titolo paradossale: Il liberismo è di sinistra (Milano: Il Saggiatore). Fu tempestivamente recensito su “Il Corriere della Sera” stesso da Dario Di Vico, un autorevole giornalista, il quale si spinse a parlarne come di “un libro che animerà la stagione politica”. Scrissi una lunga recensione al libro per dimostrare che non aveva alcun fondamento teorico, empirico o etico.

La recensione uscì su “Lo Straniero”, una rivista di sinistra, e passò del tutto inosservata. Quasi dieci anni dopo – anni difficili per la società italiana – e via via che si avvicinava la fine dell’ultima legislatura, segnata dall’egemonia politica e culturale del Partito Democratico, ho capito quanto mi fossi sbagliato nel ritenere infondato il giudizio di Dario Di Vico e nel pensare che il paradigma proposto da Alesina e Giavazzi sarebbe stato giudicato come irricevibile dalla sinistra italiana. In effetti, il paradigma liberista ha conquistato la sinistra italiana.

Il Partito Democratico – un partito considerato di sinistra – ha governato l’Italia negli ultimi cinque anni. Durante questo periodo ha attuato un programma di azione liberista con convinzione e compattezza. Una convinzione così profonda da apparire irreversibile. E anche coloro che verso la fine della legislatura ne sono usciti per fondare Liberi e Uguali avevano votato tutte le misure di impianto liberista degli anni precedenti. Coerentemente, PD e LeU si sono presentati alle elezioni come partiti di sinistra, perché ritenevano che le politiche che avevano attuato fossero di sinistra. Erano giunti a credere, con Alesina e Giavazzi, che il liberismo fosse di sinistra.

(Le ragioni di questa conversione andrebbero discusse. Ma questa è un’altra storia difficile da scrivere.)

 

2.

Un partito che resta in una posizione di egemonia nel Parlamento e nel Governo per un’intera legislatura è, alla fin fine, ciò che ha fatto, le politiche che ha attuato e proposto. Non è più ciò che è stato, bensì quello che è ora. Il Partito Democratico è rimasto a lungo al Governo e gli elettori hanno avuto il tempo di inferire dalle politiche proposte e attuate il suo paradigma di riferimento. Di quelle politiche gli elettori hanno subìto gli effetti sulla propria vita e su questa base hanno formulato il loro giudizio e scelto, poi, come votare. Di giorno, i colori si distinguono – anche se non si è allenati a guardare.

Gli appartenenti all’élite progressista italiana – la nuova generazione di intellettuali organici (al Partito Democratico) – hanno avuto la tranquillità e le risorse per discutere, riflettere e, infine, giungere a credere – predicandolo – che il liberismo fosse di sinistra. Sentendosi persino fini intellettuali per l’arditezza dei loro ragionamenti. Ma non hanno convinto nessuno, ad eccezione della classe dirigente del Partito Democratico. Le persone comuni – chiamatele “popolo”, se volete – amano quanto i filosofi la filosofia, ma hanno la qualità della loro vita quotidiana come metro di giudizio. E hanno saputo assegnare il colore giusto alle politiche del governo.

Verità vuole che si può essere orgogliosamente liberisti in una democrazia. Verità vuole, tuttavia, che il liberismo sia di destra e che un partito di governo che attua politiche liberiste sia un partito di destra. Agli occhi degli elettori, PD e LeU sono andati alle elezioni con un inequivocabile profilo, costruito lungo tutto l’arco della legislatura. E non è stato difficile non votarli per chi crede nei valori della sinistra.

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